Vicina di casa

Stefanie Golisch

Vicina di casa

per Anna Friedberg (1872-1942)

La mia vicina di casa a Berlino si chiama come me: Anna.
Che è il mio secondo nome.
La mia vicina di casa abita di fronte a me.
Abitava di fronte a me.
79 anni fa.
Immagino, ci saremo salutate come si fa tra vicine di casa.
Forse non avremmo mai saputo dell’una e dell’altra più di quel saluto distratto,
un buongiorno, un buona sera, un che tempo che fa.
Forse sarei stata – per caso o no – alla finestra quando lei se n’è andata con la valigia in mano.
Una valigia marrone. Perché all’epoca, tutte le valigie erano marrone, fatte per durare una vita.
Forse avrei saputo che sarebbe stata l’ultima volta.
Forse non avrei voluto saperlo.
Forse avrei fatto finta di niente davanti a me stessa.
Forse mi sarei chiesta: e il suo gatto? Cosa sarà ora di lui?
Forse avrei visto – per caso o no – come, il giorno dopo,
sarebbero venuti a sigillare la casa.
Forse sarei andata a cercare il gatto.
Forse avrei lasciato perdere.
Forse avrei salutato i miei nuovi vicini di casa
con lo stesso tono di voce con il quale
avevo salutato lei fino a poco tempo fa e del fatto che delle sue sorti non avrei saputo più nulla non mi sarei meravigliata
più di tanto.

Infatti, non so quasi nulla di Anna Friedberg, nata a
Berlino il 23.7.1872, deportata il 21.07. 1942 a Theresienstadt e
da lì, il 21.09. dello stesso anno, a Treblinka dove si perdono le sue tracce.
Aveva 69 anni quando ha chiuso la porta di casa sua per l’ultima volta.
Una donna vecchia.
Inutile.
Destinata ad un trasporto di vecchi.
Inutili e impotenti come lei.
Anna Friedberg è stata deportata due giorni prima del suo settantesimo compleanno.

Ho saputo di lei dalla pietra d’inciampo, posata alcuni anni fa in sua memoria.
Il nostro quartiere nel sud-ovest di Berlino non era abitualmente abitato da ebrei e, infatti, oltre a lei c’è soltanto un’altra pietra d’inciampo che ricorda una donna di nome Klara Durau.
(Klara come me perché Klara è il mio terzo nome.)
Forse erano sposate con uomini tedeschi.
Forse rimaste vedove.
Non lo so e mai lo potrò sapere.
Perché le vite di queste donne non hanno lasciato alcuna traccia se non le due pietre d’inciampo nell’EschershauserWeg di Berlin-Zehlendorf.

Anna Friedberg.
Friedberg è il nome di una cittadina di 29.000 abitanti in Assia, vicino a Francoforte sul Meno. Nel sedicesimo secolo ospitava una delle comunità ebraiche più fiorenti della Germania e ancora oggi si può visitare il raro esempio di una Mikve, un bagno rituale purificatorio, costruito nella seconda metà del tredicesimo secolo.
Con il tempo, soprattutto in seguito alla guerra dei Trent’anni, Friedberg perde la sua importanza come centro commerciale e religioso e la popolazione ebraica comincia man mano ad abbandonare la città. Ciò che rimane loro è il cognome: Friedberg.
Un nome fiero.
Da cittadino fiero della sua città natia.

Anna Friedberg.
Nata a Berlino nel 1872.
Un anno dopo la proclamazione dell’Impero Tedesco.
Nella capitale della nuova Germania.
Una città che in pochi decenni si trasformerà da città di provincia in una delle metropoli più moderne del continente.
Saranno gli architetti più rinomati a tradurre le ambizioni dell’imperatore in un progetto monumentale, espressione dell’assoluta volontà di potere.
Tutti a Berlino!
Dove c’è lavoro per tutti!
Dove sta nascendo il futuro!
Dove nessuno è straniero perché tutti sono stranieri!
Dove i destini si confondono, le classi sociali si sciolgono e le etnie si mescolano.
Dove tutto è possibile.
L’utopia di una società nuova, forse migliore.
Un sogno.
Sempre lo stesso sogno che non si avvera mai.
Forse tra questi sognatori della prima ora c’era anche la famiglia di Anna.
I tempi sono favorevoli per chi crede nel futuro ed è disposto di dimenticare le proprie origini.
Questa città è tutta oggi.
Bisogna credere in quell’oggi.
Viverlo fino in fondo, quell’oggi.
Essere audaci.

Non so se Anna era audace.
Non so se una donna ebrea di – suppongo – estrazione sociale modesta
potevo permettersi di essere audace.

L’ultima casa di Anna che vedo dalla mia finestra fa parte di un ampio complesso di condomini a due piani progettati alla fine degli anni venti dall’architetto Bruno Taut secondo i principi del Bauhaus: con un’estetica minimalista, rigorosamente funzionale che ancora oggi si distingue per la sua modernità senza tempo.

Case piccole.
Tutte bianche.
Con grandi finestre e piccoli balconi, immerse in un grande bosco, il Grunewald.
Case per la crescente classe media.
Impiegati e piccoli funzionari comunali alla ricerca di una vita
tranquilla, lontano dalla città sporca e caotica.
Una casa per diventare vecchi.
Al margine della grande città.
Una vita come tutte le vite.
Eppure inconfondibile.
Unica.
Irrepetibile.
La vita di Anna Friedberg.

Nel 1941, ancora prima della conferenza del Wannsee, dove fu decisa la cosiddetta Endlösung, cominciano a Berlino le deportazioni di massa.
Il procedere era questo:
Con una lettera la Gestapo informava le persone della data di deportazione. Il giorno prima erano tenuti a recarsi in un campo di raduno per sbrigare le complesse formalità burocratiche – tra queste anche il pagamento del trasporto. (È un fatto poco conosciuto e sembra davvero incredibile, ma i deportati erano tenuti a pagare il biglietto dell’ultimo viaggio secondo le tariffe della Reichsbahn in vigore.)
Inoltre, erano costretti a firmare una serie di documenti precompilati per cedere tutti i loro possedimenti allo stato. Come bagaglio personale era previsto una coperta di lana, delle provviste per otto giorni e una piccola cifra di soldi che variava dai 50 ai 100 marchi.

Inutile dire che, immediatamente dopo l’arrivo a destinazione, tutti venivano privati di tutto.

Gli ultimi giorni di Anna.
A metà luglio, immagino, la lettera che si sapeva sarebbe arrivata prima o poi.
Dodici pagine in totale.
Moduli da firmare.
Raccomandazioni.
Lasciare la casa pulita e in ordine.
Lasciare le chiavi nella serratura.

Non guardarsi indietro. (Questo non c’era scritto)
Congedarsi dalla tazza di caffè preferita e dalla pianta sempreverde sul davanzale della finestra della cucina.
Congedarsi dalle fotografie-ricordi.
Congedarsi dalle vicine di casa.
(Spero.)
Andare a trovare parenti, amici.
(Spero.)
Non andare a comprare gli ingredienti per la torta di compleanno.
Non invitare nessuno.
Dire a se stesso sarà per l’anno prossimo.
Sapere che non sarà così.
Non dormire di notte.
Non dormire mai più di notte.
Pensare: e ora?
Pensare: cos’è stata la mia vita?
Guardare le vecchie foto.
Guardare se stessa sedicenne.
Guardare se stessa trentenne.
Ricordarsi di quel vestito blu e
di quella scarpa gialla.
Guardarsi allo specchio.
Vedere il viso di una donna di 69 anni.
Vedere un viso senza speranza.
Un viso vecchio che sa del suo destino.
Non voler saperlo.
Voler saperlo.
Non dormire di notte.
Non dormire mai più di notte.

Recarsi nel giorno indicato al Sammellager della Große Hamburger Str. 26, in precedenza un ospizio per anziani ebrei.
Domani sarete tutti portati in una casa di cura.
La casa di cura si chiama Theresienstadt.
Oggi, Repubblica Ceca.
Distanza da Berlino: 229,6 chilometri.
Tempo di transito in treno (oggi): 3 ore e 57 minuti.
I trasporti dei vecchi ebrei, i cosiddetti Altentransporte, prevedevano,
mai più di 100 persone.
Si cercava di fingere una specie di normalità:
una comitiva di anziani in partenza per un viaggio organizzato.

Il trasporto del 21.7.1942, secondo le mie ricerche, è partito dalla Bahnhof Grunewald dove oggi un memoriale lungo il binario 17 ricorda tutte le deportazioni fino all’ultimissima, avvenuta alla fine di marzo del 1945, pochi giorni dalla fine della guerra: ancora otto ebrei.
Il quartiere di Grunewald era ed è ancora uno dei quartieri più esclusivi di Berlino.
Forse Anna non ci era mai stata prima.
Forse.

Il suo settantesimo compleanno a Theresienstadt.
Nel campo dei vecchi, un luogo di transito prima di essere deportati alla destinazione finale: Auschwitz, Treblinka…
Il mio sessantesimo compleanno a Berlino.
In piena estate.
Penso alla mia vita futura, piena di possibilità.
Il mio autunno.
Il mio inverno.
La mia prossima primavera.

Anna Friedberg è vissuta ancora per due mesi a Theresienstadt prima di essere portata a Treblinka, dove si perdono le sue tracce.

Quando guardo fuori dalla mia finestra, vedo la sua finestra.
E siccome possiedo un gatto che ama stare a quella finestra,
immagino
che anche lei avesse avuto un gatto.
E che il mio e il suo gatto si guardassero.
Come fanno i gatti.
In silenzio e senza alcuna fretta.

5 pensieri riguardo “Vicina di casa”

  1. Sei troppa bella, Stefanie. Sei davvero profonda, sensibile, e troppo intelligente che posso solo immaginare che a volte, soffri. Il nostro splendido, splendido mondo pieno delle persone di merda. Io, quasi “un’analfabeta “, che non legge, che chiude un occhio alle orrori quotidiano.. ( il consiglio del mio medico cinese..” Veda ai tuoi figli con un occhio chiuso”mi ha detto). Così, vado avanti. Sono codarda. Non avrò mai il tuo coraggio di affrontare certe realtà.. Preferisco vivere metà cieca. Non voglio vedere chiaramente. Vivo meglio così. Pigra e irresponsabile.. Ma tu. No! Sei proprio una guerriera! Ti ammiro. Ti saluto. Questo scritto mi ha commossa. Grazie.
    Un abbraccio. Hol

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