Inquiete maternità di voci (I, 1-7)

phau541086841034221.jpg

Inquiete maternità di voci (2006)

A Biagio Cepollaro

*

difficile madre, imminente,
da cui mosse
nella continuazione si riflettono
da lontano forse parlano
cose che non si deve
porre alla lingua.
senso per somiglianza incustodito.

Nanni Cagnone

Con quale intensità inventi tracce,
seguirle,
ma tu non ti getti
come Afaia nel mare,
tu frantumi a morsi il bocciolo
per i tuoi giardini,
per la fine del fiorire
nel mezzo della fuga.

Alfred Kolleritsch

*

Nota

I versi in grassetto sono tratti da Lavoro da fare, di Biagio Cepollaro, Poesia Italiana E-book, 2006, http://www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf

***

1.

“senza prodigio non vai
da nessuna parte ché quello
che non ti fu dato all’inizio
non cesserà mai di mancare”

L’attimo di una forma increata, che segna il sentiero e il primo passo. Il chiarore di una assenza che si profila nella traccia del suo verbo possibile. Irrivelata lontananza che la pupilla tenta. Vigile custode del suo desiderio, del suo vuoto abissale da colmare. L’origine è nell’atto che la coscienza esprime quando si fa radura e vento. Il suono inascoltato di ciò che si pensa per pura devozione di essere. Esistere a disperazione dell’oblio. Onda e specchio delle misere maree senza rive che siamo. Una visione che non si distende, ramificando, sul corpo del tempo. Perché è il tempo che cresce, come l’ospite amato, nella dimora futura di un respiro, nell’eco di un senso da fare.

mentre lontana negli occhi l’orizzonte, labirinti disegnano le mani
reliquiari che conservano memorie di sabbia e profezie di lampi
per la rosa oracolare dei sapienti, algebrico simbolo d’acqua

così esorcizza l’opera di un fiume le desolate lande di ponente
che le lingue slabbrate di spine muta in penombre cariche di neve
dio intanto alimenta universi tra i roveti migranti delle dune

l’aurora si riversa trapassando specchi d’ametista e orbite lunari
concavi silenzi immillati di sogni, di profili e sguardi vanescenti
oltre è la notte, severa madre che consuma gli idoli di un lume

2.

“fummo costretti ad inventarci
qualcosa
che alla fede somigliava
un disperato e impossibile
amore per le altre
creature”

C’è sempre un’ombra. Anche al fondo di un’ora, costretta in reticoli stanchi di voce, che a illusioni di neve ci conduce. Forse lo specchio di radici alate che spuntano dal sonno quieto della terra. Il fiore di piovasco portato in dono a una madre ignara. Petali colmi d’acqua per le sue labbra, invisibili alla luce, perché respiri una lacrima per ogni parola taciuta. E’ sostanza di silenzio, dimora di stupori, la mano dell’altro che incide la sua carne fino alla vertigine albeggiante della prima immagine. E’ amore questo volere
rovesciato l’ordine che sottomette al flusso innaturale della piaga. Misericordia, forse, questo richiamare ogni creatura nel cono di luce di una stessa attesa. E’ farsi simili al bambino che cerca di fermare l’incanto lunare, mentre trascorre nell’alveo senza argini delle sue mani. Nello sguardo che tutto prende, senza tenere niente per sé. Nemmeno un nome che dica il cielo dei suoi giorni da inventare.

traduce il sogno a essere presagio per pochi eletti, sillaba
elementare del mistero, seminando alfabeti di luce
tra gli astri nascenti sull’orizzonte in attesa del ricordo

illusione di mappe era il suo inchiostro invernale, un fiore
dimora di pollini febbrili e già svuotate impronte del disgelo
la traccia albale attraversava di segreti l’insonnia delle dita

è in cieli di voci raccolte dal vento la più fragile infanzia
indicibile architettura di epigrafi marine in lento volo
plananti tra regni chiari alla pupilla ammutolita delle notti

3.

“ora raccogli quel fiato
denso di palude
e scioglilo
nella luce…
anche lei si volta
e comincia a disgregarsi
il calendario
appeso alla parete”

La luce, nei suoi tratti profondi di domanda, vive l’attesa della prima mano che ha smarrito la speranza di incontrarla. La mano di chi, senza conoscerla, esplora l’ombra delle stagioni e legge il suo alfabeto con le labbra. Esistere è abitare la fame di ciò che non si cerca. Offrirla in voto alla follia dei giorni per ogni piaga risanata prima che il corpo migri, inciampi, privo d’ali, nella carne che trascina. Solo gli anni aspettano, per riconoscersi, l’ultimo stormo alla foce, il vuoto immenso che il segno attraversa prima di farsi voce, onda.

brevi deserti nella memoria arsa degli specchi, dove un seme
trama i suoi soli d’agave, gli occhi li intuiscono di fiamma
rampicante, che abbraccia il cerchio senza limiti dell’oltre

il suo spazio è destino già scritto, eretica malattia gravida d’aria
un’oasi che dispera il canto delle labbra, quando s’incrocia la notte
al mistero gestuale delle ombre e cresce il verbo che la cerca

nella deriva d’impossibili sillabe, mondi incessanti e forme
arazzi labirintici e illusorie albagie d’inizio, meridiane che
rovesciano in cumuli di ieri interminate archeologie d’eterno

4.

“ecco eccolo qui
il numinoso:
all’angolo di una via
o nella lacuna
di un segno
una svolta
dove all’improvviso
il mare
si mette a parlare”

Guardo queste parole come osservassi l’eco di un ricordo, una disperata veglia. Con gli occhi dell’erba incendiata dalla grandine, mentre nell’aria schiumano acque di idoli franati. E forse è sera. Dal cuore dell’ombra si leva un richiamo che posso concepire solo sottotraccia. Come una vela, arresa al divenire perpetuo delle onde, che scopre di essere l’origine di quel moto senza requie. E ovunque sento implorare la muta fierezza di una foglia che risale l’albero dalle radici alla sommità del ramo. Ovunque. E tutto è segno, un solco che regala labbra, voci dove poggiare l’inquieta oscurità di ogni cammino, il desiderio di essere scintilla e cenere d’un fuoco mai del tutto estinto. Riconoscere al passo il paese delle fonti.

non dubitava la favola remota che abita le lettere del sogno
lasciava cadere il suono di una luce dalle dita, e nevi segrete
ora è sorgente a cui imponi rotte arbitrarie fino al mare estremo

luoghi frontali di vele nell’etimologia ansiosa del ritorno
dall’altro lato della notte l’occhio che fu già parola è arcano
voce che si fa immagine e cresce straniera ai doni dello sguardo

conversando con un corpo che era suo, alla lingua tende calici
colmi di stelle vocaliche, prima che l’arsura infiammi gli echi
di trascorse stagioni, superstiti tra i fossili dove fu una rosa

5.

“importa possedere corpo che molto
in sangue trasforma e l’accaduto
ringraziare”

Le parole che la luce degli anni spegne al giorno, conservale come respiri della tua mano che ha vinto la stretta del vento e del dolore conosce ogni strada, anche quelle ormai perse per sempre. C’è una lacrima che sarebbe ancora quell’istante, l’ora in cui lo sguardo declina nell’alveo delle sue ferite come un seme sconosciuto alla sua stessa aurora. Eco di vecchi muri, il sangue, rivolo che incespica in cumuli di storia per limitarne la memoria. Varca il cielo di sempre prima che la vita diventi introvabile, un astro illeggibile tra le pagine di un eterno crepuscolo. Io mi distendo nel mondo che si consuma tra cuore e labbra, al riparo sotto gli archi di foglie di un minuscolo grido. Solo ora le mie stagioni si rivelano lampi del cielo, fioriti a illuminare la carità dei passi.

istoriati respiri di corallo nel fango luminoso dei fondali estinti
le messi lungo il mare e occhi che seguono il disporsi delle spighe
a piramide di falce, come una mantica stele in forma di sigillo

disperde l’alea del gioco l’insegna che confina estati di flutti
altre acque ingigantiscono rive lambite dalle grida della mano
la prima voce, a strali piumati sulla fronte, avverte già il tramonto

forse tra mirti bianchi e spine è figurato l’arco della vita
il ricongiungersi del flauto alla chimera era un fiorire braci
nel bagliore dei petali, il sangue approda al fuso delle parche

6.

“è strano come parti
di noi malate si fanno per noi
oggetti
sacri d’amore”

Per risalire i crinali della solitudine, insegnavi al corpo a volare al di là delle luci alla fonda nell’ombra. Non era il gelo della notte a fare ala ai pensieri, se bastava negare la tua immagine agli specchi per non essere più riconoscibile agli occhi del lume che ti cerca. Portavi appesa alle labbra la prigione d’acqua di una cascata muta, il suo universo inesploso di muschi, la benedizione innevata dei fiori che scambiano la fame per presagi. Il tuo orizzonte era troppo vicino alla disperazione degli steli, al desiderio di un giardino che si vede crescere senza radici. Infermo il tuo volto di parole, il tuo mondo inturbato, immobile, tra le sabbie di mille varchi sbarrati. Oggi ti basta la carezza di una foglia, la sua mano che restituisce ai giorni la breve fiamma del tuo sguardo morente, il calore dell’assenza che sei stato.

le mani hanno qualcosa del mutare, se nel cavo vedevi la luce
aprire spiraliformi sentieri di conchiglia, dimore improvvise
che l’attrito trasforma in idiomi d’argilla, squame chimeriche
sui volti dove ripara il giorno

a mezzo dell’ala, la meridiana sommerge i suoi confini, i segni
sprofondano nell’ebbrezza di sconosciute sere, nessuna immagine
oltrepassa l’opale granitico delle sfere, se a dipingerla è il lucore
salino di una fiamma rifratta

non furono colori di lontano sull’uniforme vertigine del foglio
una vela scivola, nominata dall’onda, oltre l’orizzonte innevato
della parola che la costringe, una intera sorgente prende il largo
dalla pupilla che non ascolta

7.

“e in quel fermarci a mani giunte
noi ci facciamo magico cerchio”

Ringrazia coloro che ancora aspettano di essere tratti a riva dal naufragio. Guardano l’onda reclamare, impassibile, contro la prima vela che si profila all’orizzonte. Solo gli uccelli in lontananza si piegano all’acqua per amore. In un abbraccio che non grida addio, ma stenebra il cielo con la passione di chi dimora un lampo. Pensa una luna che inventa il giorno dal desiderio delle sue sabbie chiare. Pensa una rosa che argina l’uragano col suo ultimo respiro. Qui è l’oblio che spinge ai margini la morte. Qui il verso con cui testimoni la fioritura e il nulla, il viaggio e l’abisso. Il canto senza fine della polvere, quello che nasce dall’eco delle risacche e si leva libero dall’inverno fiammante dei relitti. Libero. Restituito per sempre alla sua sostanza di luce e di silenzio.

segno che aggiunge arco, colore e voce alla luna delle mappe
dove un tempo senz’albe opprime di sabbie il nome che lo svela
restituendo all’acqua l’inquieta maternità delle sue impronte

non lo trascina ai miseri simulacri del ricordo, ma lacrima
il cristallo, dagli astri immobili della retina, muschi d’argilla
svanita la radice ondulata dell’abisso, ramificata isola di veglia

sull’unica soglia di luci circolari, ridipinge il suo alfabeto
decifrando scritture invisibili di pollini, ora l’ombra è svanita
resta l’incanto del giardino che indovini tra simboli d’inchiostro

Annunci

1 commento su “Inquiete maternità di voci (I, 1-7)”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.