L’epoca che ha detto addio alla poesia (II) – di Franco ARMINIO

[Qui la prima parte.]

              L’ESILIO DOMESTICO

     I poeti non hanno alcun ruolo sociale, ormai è un dato acquisito. Meno noto è l’esilio domestico di chi scrive. La poesia prima di essere emarginata dalle fanfare mediatiche è già fuori uso nel luogo in cui si produce, nella casa del poeta. Per il resto della famiglia colui che scrive è tollerato come si tollera un vizio. La famiglia è seduta sul divano a consumare il materiale pedopornografico costituito dalle varie zoccole che sguazzano ogni sera nella fogna del video. Le sudate carte non guadagnano mai il centro della scena domestica. Prima il poeta le spediva ad altri sventurati aspettando risposte che spesso non arrivavano. Adesso dimorano nel computer e da lì approdano al computer di altri sventurati, senza l’ingombro della carta, senza farsi vedere in giro.

     Difficile adesso che un figlio trovi un foglio con una poesia appoggiata sul tavolo della cucina o del salotto. Il poeta ha cura di nascondere queste creazioni che vengono sempre più percepite come sintomi di una malattia senza rimedio. Al poeta non solo è negata la possibilità della gloria ma perfino quella della cura o del biasimo. Magari si parla male dell’imbecille che compare sul video, si recrimina su tutto e su tutti, tranne che sul poeta. La sua attività semplicemente non è considerata, non esiste, è un delirio privato che in fondo disturba solo chi lo pratica. Se così stanno le cose, è inutile prendersela col giornale che non pubblica la recensione o con l’editore che vede la poesia come una sciagura. La società dello spettacolo uccide una creatura già morta. La poesia viene uccisa dagli amici e dai familiari del poeta. Delitto incruento, consumato ogni volta che il verso resta nella bocca del poeta perché le parole che stanno nell’aria devono essere banali e fatue altrimenti paiono pesanti. La poesia è un tentativo d’intensità e come tale è un tentativo losco in un momento che la vita somiglia sempre più ai farmaci omeopatici: sostanza diluita fino all’inesistenza. Il poeta che si presenta nel salotto a declamare la sua ultima poesia mentre è in onda Striscia la notizia viene condannato a un rapido ritiro nella sua stanza.

     I mercanti del frastuono hanno sempre e comunque la precedenza. Ed ecco che la poesia prende la via della posta elettronica, affolla il traffico di ombre, si allontana per sempre dalla carne, dalla cucina, diventa sempre meno oggetto, cosa da annusare, da sentire, per essere inglobata in quel deposito di larve che chiamiamo rete, un deposito in cui ogni giorno mandiamo a gente lontana richiami non accolti da gente vicina, un deposito in cui ogni giorno riceviamo richiami da gente lontana, incapaci di ascoltare i richiami della gente vicina.

***

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L’errore è rivolgersi alla propria terra con l’aria di chi vuole emendarla, stimolarla a corrisponderci in qualche modo. Esattamente come se fosse una donna. Si chiede alla terra un’intimità perduta, ma l’intimità non si esige, al massimo si subisce.

Testi (*)

(Anatomia dei dintorni)

Guardala, la terra è più tenera
del cielo.
Non restare tutta la vita
con le unghie conficcate
nella tua anima o in quella degli altri.
Porta il tuo paese in testa come si porta
l’immagine dell’amata.
Esci, vai nella piazza tua o di un paese vicino,
vai nella piazza degli altri,
mai ti mancherà una bella vista.

 

(I paesi dell’orlo)

Ogni tanto per vecchiaia
muore qualcuno
che non cercava potere
né vittoria
e questa era finissima cultura.
Ogni paese era una tela di eroi,
la miseria per cui lavoravano
oscurava la grandezza
di ciò che davano.

 

(Oltre i paraggi)

Finalmente sono arrivato
al paese di Scotellaro.
In cielo c’è un falco.
Gli alberi sono tranquilli e lontani.
Il mezzogiorno di novembre ha il buio
che sale già sui fianchi. La luce che resta
è bevuta dalle vacche nei campi,
dalle argille dei calanchi.

 

(Paesi a oltranza)

Immaginate la mattina presto
l’uomo, la donna e il mulo
che vanno lenti verso la campagna
a scorticare la terra con le unghie
per piantarvi un seme.
Immaginate noi con le famiglie
nelle nostre case gremite
di beni poco rari.
Noi che senza esporci a niente
continuamente cerchiamo ripari.

 

(Zibaldone)

Oscilla assiderata la stella di natale.
Da un bar all’altro inutili traslochi:
è l’ora delle macchine parcheggiate
dei giovani smaniosi
nel fumo della sala giochi.
Ogni volto è un luogo di confine,
ognuno fa i suoi cenni
completamente incustodito.
Faccio quaranta passi
e torno a casa.
Conosco quest’aria e i suoi rancori,
torna ogni anno sempre uguale
come le palle dell’albero e i pastori.

(*) Queste liriche sono tratte da Vento forte tra Lacedonia e Candela dove hanno funzione di esergo alle varie parti di cui si compone l’opera. I titoli indicati tra parentesi sono, appunto, quelli delle rispettive sezioni.

***

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16 pensieri su “L’epoca che ha detto addio alla poesia (II) – di Franco ARMINIO”

  1. è dalla riflessione e dal confronto che possono, a volte, nascere gesti “rivoluzionari”

    e ho stampato queste liriche stupende, le ho annusate per sentire gli odori anche della mia terra, e le ho appese nel mio ufficio

    grazie di cuore a francesco marotta

  2. Spesso chi non sa vivere sceglie la scrittura per accorgersi poi troppo tardi che anche quest’ultima è un fallimento.

    Scrivere perdutamente, scrivere per perdersi, perdersi per scrivere.
    O più semplicemente: perdere.

    Un grazie a Franco Arminio

  3. Cos’altro aggiungere ?

    L’esigua speranza che la parola del poeta resista alle ignominie

    Un caro saluto a Francesco e a tutti

    Antonio

  4. io penso
    cari amici
    che siamo troppo remissivi. penso che la devastazione quotidiana della bellezza trava poco resistenza anche in chi scrive.
    armin

  5. In una società sempre più incattivita, per piccole e grandi ingiustizie, la sensibilità di chi scrive, e non solo, è messa a dura prova; come pure la fiducia, l’apertura istintiva verso il prossimo, verso i cambiamenti che non arrivano, se non peggiorativi. Lo scrivere, inoltre, come il leggere, richiede raccoglimento e solitudine e, dunque, lungo o breve distacco dai contesti relazionali, con ciò che ne consegue. E se è vero che questo distacco accresce il livello di consapevolezza, e ci protegge, talvolta, in una qualche misura, è altrettanto vero che la consapevolezza crea ancora maggiore distacco dal contesto, con un processo quasi sempre incontrovertibile.
    Ciò non toglie che si combatta per un mondo migliore, ciascuno come può; che si ami, disperatamente, il sogno di un mondo, di un’umanità, di relazioni migliori.
    Un abbraccio a voi tutti.
    Giovanni

  6. Ciò non toglie che si combatta per un mondo migliore, ciascuno come può; che si ami, disperatamente, il sogno di un mondo, di un’umanità, di relazioni migliori.

    caro nucis
    da qui dobbiamo partire, mi permetto di emendare un punto della tua frase:
    ciascuno come può e collettivamente….
    non dobbiamo rassegnarci all’azione individuale…
    armin

  7. Lo scrivere richiede raccoglimento e solitudine. Quando questo non è possibile, si sente la mancanza di qualcosa che non ha luogo e la cui assenza passa in secondo piano (non ha nemmeno legittimità) difronte a esigenze e priorità irrinunciabili del vivere.
    Si ama disperatamente, che si scriva o meno.
    Un saluto a tutti

  8. Anche sul piano della “pura” provocazione intellettuale, tanto per tacere il “resto”, la scrittura di Arminio ha pochi termini di confronto.
    Credo che la sua capacità innata di portare la riflessione, con naturalezza, sul piano di una più universale significazione, faccia rifluire sullo sfondo anche la vicenda, intimamente o latamente autobiografica, che ne costituisce il motore primo. La sua è, a mio modo di vedere, una “lettura apertamente comunitaria” dell’esistente, anche quando declina accenni e vicende che sono, apparentemente, fuori dall’orizzonte immediato, in quanto a esperienza e fruizione, del lettore: una “communio” che viene perseguita con rabbia, con amore, col disinganno, l’ironia, la partecipazione e lo sguardo critico di chi, comunque, non sa rinunciare al “principio speranza” che lo anima e che lo costringe, anche contro la sua stessa volontà, a non arrendersi.
    Etica allo stato nascente, quindi, che si fa corpo di parole: priva di qualsiasi accento moralistico, nuda e spoglia, insufflata, senza arzigogoli e virate retoriche, nelle vene esangui del presente. “Circo dell’ipocondria” e “Vento forte…” trasmettono questo – e immettono in questo – respiro: e sono, per me, due tra i più bei libri letti negli ultimi dieci anni.

    fm

  9. Caro Francesco penso non dispiaccia se prendo pari pari questo commento e lo porto in forma di post sul blog della Comunità provvisoria
    Quando qualcuno scrive su di me una cosa del genere è come se ci ripagasse di colpo di tanti di fatiche e amarezza
    Grazie

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