Tà. Poesia dello spiraglio e della neve

Ida Travi
Alessandra Pigliaru

Tà. Poesia dello spiraglio
e della neve

– Sbrigati, sveglia il bambino!
*
Io volevo un amore non questa conversione della pena
*
Ecco il mio segreto testamento
C’è al mondo un sasso,
lucido come il ginocchio!
duro come un’idea

Se l’innocenza non può essere reclamata, la responsabilità su di essa, come sguardo della cura in un mondo che cedevole si sposta, è forse il modo di saperci ancora figlie e figli. Di accorgerci che quella unione, dapprima sparpagliata e poi radunata in nidi di grazia, esiste e ci chiama – abissalmente. Ma c’è un ulteriore movimento che, risalendo il principio, recita ancora il proprio battesimo di sasso e fuoco:

Cos’è questo gettarsi sempre avanti
come un sassolino…
Siamo forse nati per questo abbandono?

Avanti, lascia il ramo

Sentirai centomila consigli risuonare tra le fronde
per di là, dove è entrata la luce

per di là, dove è entrata la luce
Il mondo dopotutto è tuo fratello, e resta vivo.

(pag. 22)

Il mondo dunque è nostro fratello, è colmo non in misura ma in tonalità affettiva; ci è prossimo, il mondo, così come il coraggio di saper scegliere la luce e quello di mantenere alta l’attenzione.

Il nuovo lavoro poetico di Ida Travi si apre all’insegna del post. Un dopo che avanza e che è adesso, un modo di fermare con il polso teso di lancette ciò che è (s)fuggito dalle tasche della Storia. Insieme a ciò che riemerge, modificato e cogente in un unico coro. Una ricerca ininterrotta di dire l’essere in molti modi, di dirne la pluralità non neutra ma differente. Incontrovertibilmente salda. La cesura di Tà. Poesia dello spiraglio e della neve (Moretti&Vitali 2011) sta soprattutto nei luoghi inesplorati dove la poeta porta con sé simboli e cifre che la contraddistinguono cercando nuove tracce, nuove foglie che sanno sollevarsi fieramente, come un preghiera:

Inna, mostrami il piede sicuro

C’è un fiore
sotto il piede sicuro

getta la croce

la zolla è calda
l’erba cresce come una santa.

(pag. 85)

*

I luoghi sono quelli del distacco, di quello strappo che si avverte nell’onomatopea del titolo. Ma anche un rinnovato ritorno, come una soglia che non resta più in penombra ma si fa porta a cui bussare rumorosamente per dire che sì, siamo qui e pretendiamo una possibilità di felicità.

Tutto era a posto, tutto era perfetto
poi è venuto l’uomo con la falce
e s’è preso tutte le nostre fragole

Allora sono scesa dalla sedia regina
alzando le braccia al cielo

Sono scesa dalla sedia regina
portando le mani al petto

Tutto era perfetto, cento colombe
sono volate in cielo, come un ventaglio
in cielo le fragole antiche dormono
nel fazzoletto nuovo.

(pag. 26)

Lo spiraglio è dunque la possibilità dopo il taglio, l’intermittenza del vedersi, quella apertura sorgiva come una parola che ha già scontato la purezza e cresce nonostante la neve. Nonostante le mani al petto. Quel cuore festante infatti sa inerpicarsi per le scale della narrazione come ciò che resta dopo l’offerta.

Il blu sotto l’occhio
dice che c’è un paradiso
e si chiama occhiaia

Vedo una barca azzurra
alta metà del cuore

Vedo che nel tuo occhio
alto biancheggia il cielo

Tu non sei stata
chiamata al sacrificio

Dì con me la preghiera del mare
Dì con me la preghiera dell’onda

Onda che mi rapisci, onda
Onda che mi riporti onda.

(pag. 41)

È un rifiuto a cogliere il peso che non appartiene solo a noi ma che, lento, viene finalmente spartito. Anche qui il taglio, la divisione che è più un dirimere cosciente tra la lingua e la bocca, senza colpa. Perché il nostro fardello è impastato d’amore e Ida Travi non lo ha mai taciuto.

L’erba ci chiede scusa
ma noi non perdoniamo, vero?

Legheremo i capelli alle radici, avremo
il bene eterno, non questa colpa, vero?

Noi abbiamo l’amore, Olin

È una ruota in discesa, non lo fermi
è come il fazzoletto quando cade
noi saremo felici in terra
non staremo per sempre in questo enigma.

(pag. 143)

Il vagito lascia il posto al pianto ché (…) fuori c’è il signor boia / ci sono gli invasori della culla. È in terra che si deve rispondere, che si deve reagire. È all’angolo degli ultimi che abita il rimedio dell’urgenza, di dirsi unite e uniti verso la minaccia dell’inautentica ritualità che allontana.

Non c’è niente di liquido, qui dentro
non c’è niente che scorre in questa casa
E fa paura quella tosse secca
tutto il pane, tutti i rami si spezzano così

Piange come farebbe un animale penitente
come uno che sta nella vergogna
Cosa credi che sia quel pianto
cosa te ne fai di quel lamento…

È solo una goccia al triangolo dell’occhio
del nostro occhio, intendo
adesso cosa c’entra Dio?

(pag. 30)

Non può esistere finzione, non si possono nominare le cose sperando che vengano svuotate di significato. Non ci si può appellare alle scorciatoie. Tà è oggi. Tà sono le cose stesse, quelle accadute per sbaglio e le altre che ci chiamano a non poterle più ignorare.

Ritorna in te, tògliti dalle rose

Superbe nella loro natura
svettano nel colore
come irriducibili bandiere

Questa è la verità, Inna
non puoi discutere con le rose
hanno sempre ragione loro.

(pag. 40)

*

Come fossero tessere di un mosaico che ora si scorge per intero, segnandosi in contatto con l’ordito poetico profondissimo, il bambino si declina nei nomi mondiali che accompagnano i versi. Così incrociamo Inna, Olin, Katrìn, Attè, Usov e Antòn. Sono loro che sono arrivate e arrivati alla parola di Travi per farsi largo tra i frantumi di ciò che è avanzato e di ciò a cui ci siamo sbadatamente abituate/i. Loro si fanno testimonianza corporea della dimenticanza. E gridano. I loro nomi contengono la voce di chi non ha mai avuto ascolto, di chi non domanda perdono. È Travi che ci avverte di ciò, sia nella premessa poetica al libro che alla fine della silloge, a dichiarare che la separazione non corrisponde una volta per tutte ad una mancanza di beatitudine terrena:

Chi sono loro?

Post-studenti, ex-lavoratori, esseri comuni

E perché sono qui?

Vivono con noi

Dici sempre – con noi
ma che vuol dire noi
noi chi?

Guarda com’è alta la neve adesso…
ci supera.

(pag. 160)

*

Quell’essere è nelle tue mani
non puoi andartene in giro così
senza di lui sei salva

Poi venne quel grido da sopra

Solleva il grembiule!
Fammi vedere la lettera

La mano che stringe la rosa
apre la porta alle spine
sul foglio c’è scritto
– SCAPPA! –

Dentro ci stava un nocciolo
e tu, e tu…

(pag. 137)

Il rischio del male non può interrompere l’accadere. Il nocciolo della questione è più importante e a nasconderlo dietro la schiena, come fa Inna davanti al verso di Travi, ci si ferisce la mano. E sebbene si rimanga vive non si fugge. Come a dire che si r-esiste altrove detonando il circostante di fiori che esplodono di premura. E sui fiori la poeta si sofferma lungamente in più di una pagina; il candore non esige redenzione ma è un esempio di ordine.

Dite ai petali ch’è tutta colpa loro, tutta colpa
della loro tenerezza. Dovevano pur dire che pena
sbocciare in aprile e finire di colpo
sotto lo zoccolo d’un cavallo…

ma se solo tendete l’orecchio, se solo tendete
l’orecchio e ascoltate, sentite anche voi quel respiro
quel fiato?

La neve è caduta sulla neve, l’erba è cresciuta
sulle nostre mani.

(pag. 29)

Inseparati stanno in quel biancore che ora è neve e giglio. Quando ci si allontana dalla casa però le cose si spaccano in due. Viene detto a Olin, proprio a lui che rappresenta la povera cecità del mancato governo, della ingordigia sregolata per mantenere l’anima tutta intera.

Il carro alato attraversa il cielo
supera il pino, e io qui per terra
cosa posso fare?

Le cose inseparate, il giglio solo…

Olin, le cose si spaccano in due

Le cose si spaccano in due quando lascio la casa,
si spaccano in due quando ritorno a casa

È per questo che il cielo si confonde
è per questo che l’albero mi guarda e tace.
(pag. 110)

Quanto tempo dovrò aspettare, si chiede la poeta, quanto tempo prima che tu mi riconosca.

*

Ecco l’altare, e adesso cosa vuoi? l’agnello?

Non ti basta bruciare i vestiti?

Nessuno alza gli occhi, tutti se ne stanno
a testa bassa, come castigati
come bloccati da tremiti nervosi

Come cinque dita sul tronco
come trenta mani sul ramo
come la falce in casa
lasciata dietro la porta

là dove chiama il silenzio dei corvi
là dove regna l’eterna fame dei nidi.

(pag. 45)

L’albero è una mappa di segni, di rami dileggiati di carezze. L’albero che si declina in quercia che consegna il pane e simbolo muto della terra, si rompe anch’esso; se ne intuisce lo spasmo nonostante il tocco lieve. I corvi non lasciano spazio, non consentono di respirare. Hanno celebrato l’inganno dei vinti facendolo passare per una sbadataggine.

Camminerai col fazzoletto sulla bocca
parlerò per te, ma io non c’entro niente

Il padrone è quello che fa il nodo sulla nuca

Ti dà l’etere quando devi svenire

E chi lo vede più il tramonto?

Chi vedrà mai più la quercia
consegnare il pane?

Sono forse un martello io? Sono forse
un dannato martello colpevole di qualche cosa?

(pag. 53)

L’abitudine è una modalità di seconda scelta ma parimenti inevitabile se si osservano i segni e le scosse a cui non si è potuto reagire. Eppure c’è un fuoco a dissipare congetture, c’è una mosca che se prima era sulla guancia del bambino ora è lì a dirci che il pericolo è scampato in nome della noncuranza e dello scollamento tra l’essere e il dover essere:

Poi ti abitui. Vedi le cose passare
e ti abitui. La mosca ti passa davanti al naso
la vedi sparire, e ti abitui

Vedi crescere il ramo, lo vedi spogliarsi
ti abitui. Vedi scendere il buio, ti abitui
come una candela, ti abitui, sono cose
che non puoi rompere

Quando cade il pettine ti abitui
è caduto il pettine, tutto qui
è caduto per la testa troppo alta
tra le stelle

Le stelle passano, ti abitui, il camicino
passa davanti agli occhi, come una volta
come una volta la terra ruota
il carro è triste, triste.

(pag. 154)

*

Non entri nell’acqua, Attè?

Corre veloce il fiume, corre veloce
come il nostro desiderio…

Desiderio?

Sì, Desiderio! Ecco il suo nome, Attè
così lo chiameremo!

E non dirmi che non ti piace
il bambino è immortale, lo sai.

(pag. 145)

Il desiderio è ciò che salva realmente, è quel che muove il nuovo sogno e l’agire. È il taglio aperto, la fonte perpetua del nutrimento in capo al soggetto femminile tanto caro alla poetica di Ida Travi:

Si erge nella pianura, tutto coperto
dalla coltre bianca. Il suo abito
cadrà sulla terra, e là sotto finirà l’aurora

Me ne stavo addossata al muro
e ora sono scesa dall’affresco

Sono scesa nel solco fiorito
vedo benissimo l’oscurità del cielo
ma non mi interessa, non mi interessa

Rimango qui, nel solco dell’aratro
Io non aspiro alla sua corona.

(pag. 102)

*

Io sono all’altezza dei fiori. E cucio quel che mi corrisponde.

*

Di là è finito il pianto, puoi dormire
di là c’è il vetro scuro, puoi dormire

C’è l’atrio pieno di scarpe. C’è l’atrio
pieno di ombrelli, la porta è chiusa, chiusa

Per terra c’è il fango che ci ha sporcato

Il mondo era caduto dietro l’occhio, ecco
perché non si vedeva più!

Ma adesso puoi dormire, di là tutto è tranquillo
puoi dormire, adesso, puoi dormire
devi solo appoggiare la testa, adagio adagio…
qui, sulle ginocchia.

(pag. 158)

*

Caleranno le pale dei morti
MA IO NO!

Li vedi quegli uccelli in volo?

Io sono a conoscenza d’un mistero
so l’ordine preciso d’un mistero

Svaniranno i fiori dappertutto
ma io non svanirò. Lo giuro!

(pag. 34)

[Alessandra Pigliaru]

 

Ida Travi,
Poesia dello spiraglio e della neve
Bergamo, Moretti & Vitali
“Le forme dell’immaginario”, 2011

 

Tempo d’attesa tra le quattro mura

Impossibile tornare al passato, impossibile
guardare al futuro

Ida Travi

     C’è un mondo poetico abitato da esseri umani. Sono esseri comuni, sono post. Post-studenti, ex-lavoratori, viandanti. Uomini e donne trasfigurati dalla poesia vivono in un luogo austero. Forse una casa, forse una ex fabbrica… una futura scuola o lo scantinato d’un teatro. Forse un vecchio monastero. È un luogo limitato da
assi, chiuso da lenzuola… A cavallo del tempo c’è una fastidiosa nebbia, c’è molta umidità.

     Tà, come la lancetta che si sposta. Tà, come un taglio nella tenda.

     C’è una fessura nel legno. Se guardi bene vedi un pugno di terra. Se ascolti bene senti un colpo di bastone. C’è qualcosa che cade e non rotola. C’è una goccia che non disseta. C’è un sasso proprio in mezzo alla stanza. C’è una spoliazione in atto. C’è un albero, uno sfrondamento.

     C’è qualcuno che batte alla porta… La porta si schiude come una porta, oltre c’è un altro vano. Si intravedono esseri dai nomi mondiali: Olin, Attè, Inna, Antòn, Katrìn, Usov. Puoi vederli solo ogni tanto, per un attimo, inquadrati a strisce dietro lo spiraglio. Vanno e vengono. Ripetono sempre le stesse cose. Appare per un attimo anche una certa Sunta.

     Sono esseri di questo mondo, l’esatto contrario degli dei. Non hanno un paese, non hanno l’età. Li riconosci dalle tute, dai grembiuli collettivi.

     Parlano una lingua ridotta all’osso. Sono in conflitto tra sé e sé, e sono in conflitto tra loro. Si vergognano d’una parola in più. Si muovono in una specie di bagliore cementato in grigio. La loro voce arriva grave. La loro voce è bassa. Aspettano, ma cosa?

     Nell’attesa di qualcosa c’è un piano di vita superiore, c’è un ramo superiore, un raggio semplice. Ognuno metà santo, ognuno metà imperdonabile. Qui il buio d’una colpa non commessa e la luce d’un vivere spirituale vanno insieme, arrivano alla stessa cella.

     C’è un minimo movimento, come una corsa frenata all’interno di una miniatura. Ci sono vuoti poggiati sul battito d’una vecchia pendola, su un cuore che si riavvia.

     Questi esseri umani si sdraiano, si rialzano. Si rivestono sommariamente. S’affacciano allo spioncino. Ci mostrano l’occhio. Aspettano la parola che risveglia, lo scatto. Ma intanto…che fare con questa poesia?

     Questo luogo si chiama Tà. È crudele come un orologio al muro.

     Tà, come tavolo, talamo, tasca. Tà come fine d’eternità… realtà, libertà… volontà… verità, vanità, carità, carità, carità!… Voci spente gettate sul nostro sonno… Eppure, nel bel mezzo del sogno, il corpo si sveglierà, sarà nuovo.

     Dunque c’è un passaggio là fuori. C’è una breccia in casa… Olin, Attè, Inna, Antòn, Katrìn, Usov… Da un lato ci sono loro e dall’altro ci siamo noi… Loro chi? Noi chi?

     Gli antichi greci con Tà annunciavano la natura plurale delle cose e degli esseri del mondo…

     Ma ora a guardar bene, qui c’è solo neve… c’è solo tanta neve.

     Per amore della verità abbiamo rinunciato a ogni abbellimento.

     “… mi senti ancora, Olin?” Tutto è così familiare, tutto è così silenzioso…”

(pag. 11-13)

***

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8 pensieri riguardo “Tà. Poesia dello spiraglio e della neve”

  1. una delle tre voci femminili più dotate della poesia italiana contemporanea, unitamente a quella che diventerà uno dei più importanti critici letterari.
    cosa chiedere di meglio nella prima domenica “calda” dell’anno?

    grandi testi e ottimo post

  2. Trovo queste poesie di una purezza incendiaria. Si leggono così come si guarda un fuoco cercando il balenio delle voci, di un “noi” più che di un “io”, che riportino senso e suono alla parola.
    molto molto belle e intense e degnamente accompagnate dall’attento e poetico commento.

    grazie
    lisa

  3. Grazie a tutti.

    Siamo davanti alla “purezza incendiaria” di un “estremo ritorno”: nudi e disarmati davanti alla radice prima di ogni dire.

    fm

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