Teoria dei salti

Giampaolo De Pietro

Il corpo vedente

Leggendo le poesie di Giampaolo ho sempre avuto, fisicamente, la sensazione del mio respiro, con la certezza, andando avanti nella lettura, di non trovare mai quel troppo o tanto delirio che eppure empie un’infinità di egregia poesia. Avevo come l’idea di assistere al dissolvimento della matassa del quotidiano ricostruita poi da De Pietro con altri generi (commestibili perché già assorbiti dal suo corpo) e appena appena arrivatigli da strane Americhe.
De Pietro ha il privilegio dell’indisciplina e questo privilegio gli dà una slegata assurda libertà d’unione del proprio fisico alla spiritualità altrui.
Non ha infatti, fortunatamente, un modello ipotetico di descrizione da cui partire o a cui proporsi, bensì sono soltanto le regole fisio-logiche del suo corpo a dettare una visionarietà nuova e linguistica che, rimbalzo o salto su salto, agiscono dentro di noi come puro suono musicale.
L’”oggetto” letterario è fulmineo, oppure fluido, eppure c’è, eccome! ma non si solidifica neppure in chi legge. Resta sorprendente destrezza d’aria, di fiato, in un discorso ancora più aperto della pittura astratta o di qualsiasi avanguardismo musicale.
Giampaolo opera la decomposizione continua dell’Immagine, ricostruendo quasi elettricamente l’immagine di ciò che immagine non è: l’aria. Eccolo, l’ingrediente nuovo arrivato dalle Americhe. Se tutto non può che esistere dentro l’aria, Giampaolo trascina all’invisibilità ogni forma esistente, ogni rapporto umano, i vari stati d’animo, persino i colloqui.

Le tante foto significative inserite in questi spostamenti aerodinamici, possiamo considerarle una certezza semantica per quella felice sottrazione di senso cui assistiamo. Ne costituiscono forse la didascalia, sono cose, case, persone, fiori e cieli che esistono davvero (ed espressi, taluni, con forza avanguardistica), ma risultano già più pesanti, scontati, solo “utili”. Trattengono, ecco, danno un corpo di riferimento comune. Possiamo allora ammettere, con un nostro salto interpretativo stavolta, che guardino lui, il poeta, quel suo contorsionismo attraverso cui ogni canone, ogni modo di fare arte, poesia, cade finalmente con la velocità della luce adeguandosi alle leggi fisiologiche o semplicemente fisiche del proprio corpo.

Non si possono definire i confini della libertà, neppure di quella espressiva, ma forse De Pietro indica quale sia l’ipotetico modo per scollare l’intuizione dall’ingegno che la produce e che per quest’azione di resa visibile, la mantiene a terra, nelle condizioni rigide di una modalità estetica, di regole, del riconoscimento, ecc.
Intanto e per ciò, egli toglie i due comandamenti fondamentali: dolore privato e angoscia pubblica, stati esistenziali fermi per eccellenza, poi il compiacimento di questi, altra zavorra che empie, seppure con decoro, tante pagine e troppa poesia. E il sentimento che in questi testi c’è, tenero, tutto suo, o afferrato da altri con quell’elasticità infantile, ce lo mostra a lampi. In un trasformismo anche vegetale, dentro parentesi vuote, o in una sola vocale dove può benissimo stare il mondo. Basta piangere! se ci è concesso di imparare che il cielo è azzurro. Libera nos a veritate, libera dal cuore, dallo scontento, dai sensi persino. Ci dice soffiando che vivere è non essere, l’essere ce lo mettono gli altri. Magari, chissà. Intanto lui vola.

(Cristina Annino)

 

Giampaolo De Pietro, Teoria dei salti
Nota critica di Cristina Annino
“La Biblioteca di RebStein”, XX, 2011

 

Testi

 

Un mondo possibile è quello dei salti.

(Mentre)
la parola imita l’aria
questi vi tracciano un segno.

Mentre
del movimento
il gesto si fa traccia

la parola imita l’aria.

Vorrebbe far da sola,
quasi tutto. Il salto
compie l’equilibrio
che solo in ralenti con-
templa, e l’ala e l’altra
gamba ne sono al corrente
a malapena – il passo che arriva
il passo meno lungo della gamba
più disimpegnata e forse perplessa, pure

un passo un anelito un altro
un altro salto (che sento leggero, mucchietto)

un poco per l’aria un po’ per un salto che inombra il poco prima sfocato, forse rimasto
e l’occhio non lo sa più, l’occhio e la gamba sono due concittadini che forse talvolta si sono passati accanto
e chiaramente guardandosi e fugacemente sfiorandosi.
Sal(u)tandosi

 

*

 

Ti ho vista alla fine del giorno,
avevi la stessa piccola speranza di fronte
a quella che tuttora sei,
a giudicare dal timido stupore sul finire del giorno
e il davanzale di chi guarda come fosse un fiore
un poco esausto

ai miei occhi
disse
le parole imitano
le correnti d’aria.

Correrebbero il rischio
Di voler somigliare anche
Ai salti, anche quelli piccoli
Da un corpo di sasso grande un piede
A un altro quasi passo fatto, ma non falso

Il salto a tutta sincerità, si fa o non si fa

Correrebbe pure il rischio, la parola di
Interpretare l’aria durante il salto, e adesso
il passo si sfa e il salto fa giorno e notte, lo stesso

 

*

 

Cosa
vedono gli
alberi, cosa
leggono cosa
prendono sul
serio se non il
reputarsi lì
radicati in alto
leggero nel
verso del tronco
sinceri. E i rami
stanno alle
foglie come il
tempo sta al suo
equilibrio verso
avanti,
dondolanti nel
dire verdi nello
scorrere verdi e
cangianti
passando per i
gialli rossi colori
di terra, per
rifarsi al cielo. A
sorridere da
qualche parte.

            Magari (a guardare) fino (a starnutire).

Sì: non saper
trattenere che
un silenzio – di
fronte, l’amore;
asterisco, per la
serie di informi
parole. E se
fosse il colore
della sera a
smettere
d’intestare a
intestardire il
giorno a chiare
lettere verso la fine,
occhiali sporchi
attraverso la strada

 

*

 

È questo
che abbiamo: il
rapporto umano
sull’umano. E
una sfilza di rime
a ogni
abbandono. Che
non tornano mai,
con i conti. Chiaro. Le
bollette pagate a
scadenza. E
qualcosa da
sempre per
nessuna forma
di vendetta.
Come l’amore, la
forma di
un’onda. Ogni
cosa intradotta.
Poi contraddetta
dalla forma estesa
degli occhi stessi.

 

***

15 pensieri su “Teoria dei salti”

  1. Cristina sa delineare la poesia di Di Pietro, quello scollare l’intuizione dall’ingegno che la produce a rendere la poesia (o qualsiasi altra forma d’arte) alla portata di un pubblico. Oltre alla bellissima recensione scopro un poeta scabro, asciutto, sgranante, che non conoscevo e voglio approfondire. I miei complimenti a Di Pietro per il suo lavoro

  2. Caro Francesco,
    leggendo mi torna in mente un tuo commento sulla diffusione della poesia in rete e sì, penso davvero che cose alte come queste qui, sia sempre più raro (e inutile) trovarle su carta.
    Giampaolo ha tutta la mia stima, ma questo lo sa già.
    Complimenti alla Annino, leggere una nota come questa fa bene alla salute.
    nc

  3. Quando una nota critica è capace di fotografare il cuore di una poetica, dietro l’obiettivo c’è l’occhio della poesia…

    Un saluto e un grazie agli autori e agli intervenuti.

    fm

  4. Ilse Bing, Three Men on Seine Steps, Paris, 1931

    (nome della fotografa tedesca e titolo della sua fotografia)

    saluti a tutti,

    giampaolo

  5. la poesia di Giampiero sono origami che volano e si posano lievi sulle nostre spalle….
    puntuali ( e come meravigliarsi..) anche le parole di Cristina

  6. Questi sono testi in cui 1. trovo una pulizia e una teoria vicine
    alla storia naturale, un genere molto poco in voga eppure
    altissimo 2. c’e’ ampio respiro e c’e’ una visione coerente
    che riesce a comunicarsi, come una fiducia nelle cose e nel mondo? credo la saggezza di chi decide che la morte e’ noiosa e di conseguenza poi decide di occuparsi solo delle cose come sono senza ansie o fisime di finitezza. Questi testi li ammiro per questo.

    In qualche modo mi sembra un esercizio in direzione
    complementare a quella di Giuseppe Caracausi: nei testi di Caracausi l’enigma e’ in superficie e la liberta’ imbrigliata, mentre i testi di De Pietro che ho incontrato io
    finora paiono avere la liberta’ come involucro di un
    enigma troppo timido anche per dichiararsi. Non per questo meno
    intrigante. E poi si vede che anche De Pietro non inventa niente,
    un altro buon segno per quanto mi riguarda.

    Ci auguriamo di leggerne ancora di poesia cosi’!

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