“Pasaron, pues, largos días”

Antonio Scavone

Un testo magistrale, indimenticabile. Tradotto dal silenzio, da quel lugar sin límites dove la nostra identità, deposto tutto il carico che gli occhi imbarcano nella traversata degli anni, si specchia e si riflette, libera e perpetua traccia del rifiorire dei volti, nell’immagine senza tempo e senza parole delle sue radici. Una pagina che migra lenta al ritmo di un respiro a lungo trattenuto nel cuore, sulle ali di una scrittura trasparente come una fonte e commossa come un battito di ciglia sfuggito per un attimo al controllo del pensiero – una scrittura che ne segue e asseconda il volo dal paese della memoria agli annali inviolabili dell’anima. (fm)

“Pasaron, pues, largos días”

     A metà degli anni ’50, nel porto di Napoli, Lelena C., col marito Peppe e il figlio Palmino, si imbarcò sulla motonave “Giulio Cesare” per l’Argentina. Grassa e già diabetica, Lelena divenne emigrante per seguire il marito in cerca di fortuna oltre l’Atlantico e per assicurare a Palmino, figlio unico e pupillo, un futuro migliore per un ragazzo di diciassette anni.
Quando la salutammo dal molo angioino fu uno strazio: si faticava a far passare le nostre e le sue come lacrime di augurio e di incoraggiamento ma sapevamo che erano irrimediabili segni di distacco. Lelena, affacciata sul ponte-passeggeri, lassù sulla murata della nave, piangeva e ci ripeteva a squarciagola come poteva: “Nun ve scurdate ’e me, nun ve scurdate ’e nuje”.
     Quando la nave mollò gli ormeggi e cominciò a scostarsi dalla banchina, l’acqua del mare gorgogliando creò una distanza con la terraferma e spezzò il legame che ancora ci univa, annebbiando pensieri, sogni e volti di quella famigliola che non potevamo più considerare come vicina di casa, come amica, come parte del nostro cuore.
     Restammo ancora sul molo a guardare la nave allontanarsi e a fissare il fazzoletto bianco che Lelena continuò ad agitare finché non scomparve, tra cielo e mare, nelle nuvole rosa di un tramonto sottile e infinito. Tornammo a casa in silenzio: noi bambini continuavamo a girarci, a guardare la nave che si perdeva nell’orizzonte: le parole di Lelena (Nun ve scurdate ’e me, nun ve scurdate ’e nuje) risuonavano ancora vivide ma non avevamo la forza di commentarle perché non volevamo che quel commiato diventasse un’ossessione e che cominciasse ad essere un ricordo. Lelena in Argentina: perché? Perché il bisogno decideva così vigliaccamente della vita di una persona? E perché l’Argentina diventava all’improvviso estranea e ostile quando, invece, l’avevamo scoperta esuberante e ricca dai racconti degli adulti?
     L’Argentina, negli anni che seguirono, aveva pochi significati per noi napoletani calientes: la terra del tango, di Omar Sivori, di Bruno Pesaola, dei gauchos ma in quella partenza, per quella nave che portava via Lelena, l’Argentina ci sembrava un paese di predatori, di padroni sia pure con le sembianze di benefattori. La lusinga del benessere poteva spiegare quella sofferta decisione di emigrare ma non bastava a giustificare una separazione così netta e improvvisa e, per tanti aspetti, imprevedibile. In quella partenza, per quella nave che portava via Lelena, l’Argentina ci trasmetteva un senso di inadeguatezza e di sfiducia e forse anche un vile malanimo.
     Scoprivamo con qualche sconcerto da favola irreale l’Argentina di Perón, di Evita, delle pampas, dell’America del Sud che era pur sempre America, una terra di fortuna e di avvenire. Non riuscivamo a capire che tipo di vita ci fosse a Buenos Aires, che città fosse Buenos Aires, che lavoro avrebbe potuto fare Peppe dopo aver lasciato qui il suo mestiere di barbiere. Cosa avrebbero mangiato? Cosa avrebbe cucinato Lelena per Palmino, che era magro e lungo, dai capelli biondi, dalle mani esili come quelle di un pianista? Cominciavamo, in realtà, a farcene una ragione di quella partenza e del timore, per non dire la certezza, che non l’avremmo più vista la nostra Lelena. Cominciammo davvero a scoprirla, l’Argentina: dai libri, dagli articoli di giornale, dalle canzoni, dai film, dal posto sicuro e immobile del nostro scrittoio che diventava un ponte di comando per una nave che non sarebbe mai salpata ma che, paradossalmente, solcava l’oceano avanti e indietro, come un traghetto per Ischia.
     “La traversata dell’Atlantico dura più o meno un mese”, ci aveva detto un marittimo dell’equipaggio, uno di Torre del Greco e aveva aggiunto che la rotta era sicura, una volta superate le Azzorre. La durata del viaggio ci faceva pensare ovviamente all’enorme distanza che ci avrebbe separati da Lelena ma eravamo attratti anche dalla smania di conoscere e di fantasticare sulla terra e sulle persone che Lelena e la sua famiglia avrebbero incontrati.
     Sudamerica, Argentina, Buenos Aires: terra di immigrati italiani, di italo-argentini, di italiani del Sud che scoprivano un altro Sud. Sembrava un circolo ozioso, un vicolo cieco: ci si spostava da un continente a un altro, forse più ricco o esotico, per trapiantarvi le stesse paure, le stesse necessità di sempre.
     I nativi argentini, come la maggior parte dei sudamericani, erano di origine spagnola: lingua e cultura che avevamo avuto, anche noi napoletani, nel nostro DNA di formazione e di soggezione ma ora toccava integrarsi, lavorare, cominciare a parlare anche spagnolo, mangiare, vestirsi e comportarsi come gli argentini di Buenos Aires.
     Partimmo allora, per questo metaforico viaggio di conoscenza, dai romanzi argentini, dagli scrittori argentini. Gli anni passavano, crescevamo, dalla scuola media al liceo, la curiosità diventava una sfida ma non era facile comprendere, assimilare, giustificare, essere “scrittore argentino”, intuirne i percorsi di emancipazione, i segreti della tecnica narrativa, gli obiettivi estetici della loro scrittura.
     Ci imbattemmo subito in Jorge Luís Borges: ne restammo sedotti ma pure intimoriti e sopraffatti. Ci sembrava, Borges, una sorta di padre fondatore della letteratura argentina, della stessa pregnanza di Dante, di Leopardi, di Montale: ieratico, immaginifico, filosofico. Lo tenemmo da parte, riverito e custodito come una guida insostituibile e ardua, un breviario cui ricorrere nei momenti di dubbio, nelle situazioni di incertezza. Probabilmente ci avrebbe aiutato Borges a intuire le difficoltà incontrate da Lelena nella sua vita boarense, ma non ci avrebbe risollevato da un’idea che si faceva strada insidiosamente nelle nostre riflessioni: che puoi cambiare la tua vita e il tuo modo di pensare quando hai vent’anni ma non quando ne hai più di quaranta, come Lelena quando emigrò.
     Le metafore di Borges, a dir la verità, per quanto profonde, o proprio perché profonde, ci affossavano in uno smarrimento senza sbocchi, senza pace. Lelena, in un’atmosfera borgesiana, ci sembrava ancor più vulnerabile e derelitta perché lontana. Senza accorgercene, ci eravamo già immersi in una suggestione lirico-fantastica, onirico-letteraria. Avevamo già assegnato alla nostra Lelena un Aleph personalizzato o, come dice Borges, “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”. L’Argentina cominciava ad apparirci come un lugar sin límites, un posto che escludeva qualsiasi tipo di confine, qualsiasi tipo di distacco. Tutto era continuo, sincronico e nucleare: non c’erano distanze o differenze tra ciò che si pensava e si scriveva e ciò che si viveva o si soffriva.
     Era letterario ma anche realistico, immaginifico ma pure oggettivo e tutto si manifestava solo quando i fatti diventavano racconti e questi storie e le storie verità da celebrare. Avevamo bisogno di tutto per risollevarci e per risollevare a distanza la nostra carissima ma lontanissima vicina di casa. Volevamo appunto storie, racconti, favole, romanzi ma avevamo bisogno di tempo per leggerli, per percepire quella nuova dimensione di vita che si sarebbe configurata al di là della nostra malinconia, al di là della nostalgia di Lelena.
     Passavano i giorni, sempre più lunghi; erano arrivate le prime cartoline, turistiche come se fosse stato un viaggio di piacere e si concludevano tutte con quel monito: “Nun ve scurdate ’e me”.
     Ormai eravamo sedotti dell’illusione di ritrovare Lelena e le ansie del suo approccio con l’Argentina nei personaggi dei romanzi argentini perché – pensavamo fantasiosamente – avrebbero parlato dei loro stessi problemi, del loro modo di intendere la vita, così da trasmettere solidarietà e comunanza di intenti, oltre che speranza e fiducia. Che cosa non fa la letteratura per essere fino in fondo letteraria e storica, oggettiva e personalistica…
     Stabilito l’Aleph, il luogo di tutti i luoghi, restava di riconoscerlo negli ambienti che scoprivamo (imparando poi a sentirlo prossimo o incompatibile) tra le bettole, i negozi, le strade, gli anfratti che mostravano tutto quanto avrebbe potuto rinfocolare la fantasia e la voglia di conoscere, persuadere e rassicurare le nostre aspettative di aficionados, di lettori ispirati da una velleitaria emulazione.
     L’Argentina, il Sud America, l’ispanismo, la ricchezza, la povertà, il lusso, la miseria, l’emarginazione, la disperazione, l’astrazione della vita quotidiana… ci addentravamo, tra calles e avenidas, in un inferno “paradisiaco” dominato da santoni ubriachi, da uomini perduti nel proprio sé e da donne con intenzioni letali, negli spazi illuminati dal giallo labile e sfaldato del sole al tramonto, trafitti da sciami di insetti sulle pianure infinite, sballottati da pullman con i fari debordanti, dalle polveri sollevate da motociclette scalcagnate, dalla quiete di cafeterías dal bancone di mogano e con clienti in giacca e cravatta, distinti, signorili, muti, magari dopo aver pugnalato l’amante infedele…
     Entrammo, in altre parole, nel girone dantesco de “I sette pazzi” di Roberto Arlt: dietro i passi del protagonista Erdosain cominciammo a conoscere, nel ’74 anche se il romanzo era del ’40, i tristi figuri che animavano lo sconcerto e la perdizione, l’ideologia e lo smarrimento: Il Ruffiano, l’Astrologo, il cognato Barsut, Ergueta, l’Uomo che vide la levatrice… chi erano questi locos? Erano ladri, malfattori, imbroglioni, mestatori, bugiardi, matti principalmente. Confondevano le regole con gli arbitrii, il comunismo col nazismo, la vita con la morte: si ragionava a vuoto, per scampoli di idee e illuminazioni, intorno alla necessità di un assassinio (far uccidere il cognato Barsut), e poi, anzi nello stesso tempo, parlare dell’aurora che scopre il nottambulo dal velo oscuro delle tenebre, infondendogli un godimento illuminante per i propositi da realizzare col sole alto e immobile.
     C’era da restarci secchi e stecchiti con Roberto Arlt: atterriti e ammaliati e con una sola domanda irrinunciabile: ma dove vuole andare a parare questo scrittore così arruffone ma tanto schietto e placido? Un girone dantesco centripeto, una giostra di mostri e di fate, una città di sangue e d’amore, la mèta di nessun viaggio e l’approccio di ogni partenza: questa cominciò a sembrarci Buenos Aires!
     Nella memoria restava una domanda triste e solitaria di Erdosain: “E mi si vede in faccia che sono un disgraziato?”. Ma la pregunta nascondeva un tranello giocoso, una lusinga da sirena: al triste, solitario cosa si poteva mai aggiungere se non y final di Osvaldo Soriano del ’73? Il narratore in incognito di Soriano che rievoca la tristezza di Stan Laurel in una Los Angeles mai visitata con l’aiuto e l’avallo addirittura del Philip Marlowe di Raymond Chandler, incaricato da Stan per scoprire come mai il cinema americano non ha più bisogno di Laurel, sia pure orfano di Oliver Hardy.
     Che vuol dire quest’invenzione bizzarra di Soriano? Che Buenos Aires si è spostata molto più a nord, in California?! Che l’Aleph è davvero il luogo dei luoghi, terra spazio e sfondo di qualcosa per cui la terra se la inventa, lo spazio se lo finge e lo sfondo se lo trasporta?
     Dev’essere così, senz’altro e non solo per gli scrittori ma anche per gli argentini, hombres y mujeres, chicas y niños. In questo smarrimento che sapeva già di straniamento ludico e tentatore, cominciavamo a perdere il contatto con Lelena, la nostra carissima vicina emigrata in un mondo che non le apparteneva. Come potevamo immaginarcela – lei, una donna dalla tempra forte – contrastare o annullare donne ancora più estemporanee, ancora più esagitate? Quella tempra forte, però, pur mancandoci, pur svanendo come un’alba leggera, ci rassicurava: Lelena avrebbe prevalso con sagacia e autorevolezza su fantasmi di abiezione, su simulacri di “manipolazione” esistenziale. Non sapevamo come ma sapevamo che l’avrebbe fatto, che ci sarebbe riuscita. Eravamo sorretti da suggestioni, è ovvio, ma non tutte erano insincere e fittizie.
     Ci stimolava al sentimentalismo ma non ci convinceva, per esempio, il film di e con Aldo Fabrizi – “Emigrantes” del 1948 – su una famiglia romana che si imbarca per l’Argentina e dopo molte peripezie non può far altro che tornare, sconfitta ma fiduciosa, in patria. Di rimbalzo, la canzoni di Carlos Gardel – i tanghi, le milonghe – ci parlavano di argentini che emigravano da se stessi in cerca di autenticità o che si ricomponevano e si riconoscevano come profeti inascoltati, come immigrati “dal cuore all’anima”. E ci si mettevano con una soave crudeltà Julio Cortázar e Manuel Puig, Adolfo Bioy Casares e il “nostro” Rodolfo Wilcock.
     Il mondo si frantumava – come in “Rayuela” di Cortázar – in un “gioco” a capitoli, a paragrafi, a particelle da leggere in ordine come un infinito decameron, un arbitrario e ficcante vademecum di vita e di pensiero, da considerare alternativamente come un romanzo o un rosario punitivo, o come un anti-romanzo che sovverte i canoni letterari. Il mondo si lanciava in orbita ma non conquistava il cosmo, si concentrava invece su un’isola, sfasciando consuetudini e aspettative (“L’invenzione di Morel” di Bioy Casares del ’40) oppure fissava una mèta, come già per Soriano, per dislocarsi a New York con la storia di Bob e Gladys (“Fattaccio a Buenos Aires” di Manuel Puig, del ’73).
     Isole infettate, decaloghi da osservare, piaceri sessuali controversi e insoddisfacenti, delitti veri, presunti e rievocati: un paese nefando, quest’Argentina o una letteratura sepolcrale da fine-pena?
     Tra fatti fantastici e incomprensibili e fattacci raccontati con la meticolosità di un impagliatore di carcasse, veniva naturale chiedersi come vivevano gli argentini le vicende estremizzate della vita narrate dai loro scrittori. Ne avevano coscienza o ribrezzo? Oppure gli scrittori argentini, pur nell’intreccio esorbitante delle loro narrazioni, si erano semplicemente limitati a fotografare una realtà di per sé enigmatica e sulfurea?
     L’Argentina ci appariva sempre più lontana e sempre più misteriosa: tierra madre dell’emisfero australe del continente americano, tierra madre di conflitti e contraddizioni come di benessere e sofferenza, tierra madre di speranze raggelate, di tempi bloccati nelle milonghe, ballate con movenze da rallenty.
     Per noi, da quest’altra parte dell’Atlantico, risultò più aderente alla realtà argentina il film di Dino Risi “Il Gaucho” del 1964 con Vittorio Gassman (il pi.erre Marco Ravicchio), Amedeo Nazzari (l’ingegnere Marucchelli), Silvana Pampanini (l’ex-diva Luciana) e Nino Manfredi (Stefano, un emigrato infelice). Invitati al festival del cinema di Mar del Plata, questi emigranti provvisori e occasionali si ripropongono a distanza di anni – come Lelena – di raggiungere opportunità e ricchezza (un matrimonio decoroso per Luciana, una provvidenziale somma di denaro per Marco) ma la fortuna in Argentina non si conquista facilmente e meno che mai con la simpatia guascona degli italiani. Stefano, un vecchio amico di Marco (un dimesso Nino Manfredi) è costretto dall’indigenza a mentire quando Marco gli chiede dei soldi e, quando il gioco viene scoperto, i due amici non possono far altro che rivangare di una triste allegria la loro gioventù e tacere sul loro precario presente. Uno ce n’è che è diventato importante tra i gauchos: è l’ingegnere Marucchelli (un eccezionale Nazzari), ricco proprietario di bestiame e macelli, cui però non sfugge – nella nostalgia oleografica e ridondante dell’Italia – l’oltraggio che Marco ha commesso alla moglie. Furbo e senza scrupoli come gli italiani senz’arte né parte, Marco persuaderà il fatuo ingegnere di poter stare tranquillo sulla fedeltà della moglie, perché tra italiani “queste cose non si fanno”.
     Questo film ci faceva tornare a Lelena, a quegli italiani che non si erano integrati nella cultura e nei costumi argentini e intuivamo che l’integrazione si configurava come un’equazione con più incognite: il rapporto di entità, di parità o di dipendenza soggiaceva alla peculiarità di una nazione vastissima, con immigrati da tutto il mondo, ricettacolo e rifugio di assassini, di criminali nazisti, di cialtroni e faccendieri, di spie e generali felloni. Tutti emigravano in Argentina portando fame e segreti, condanne e misfatti, colpe e speranze e tutti dovevano poi convivere con questi retaggi.
     Erano davvero così esagerati i romanzi sui delitti, sui pazzi, sugli infelici che abbiamo letto a partire dagli anni ’70 sull’Argentina di Perón, di Vídela, di Plaza de Mayo, dei desaparecidos?
     Turbati e testardi continuammo a leggere, a rinvenire storie, a ipotizzare comune e serena la vita di Lelena laggiù. Partita dall’Italia democristiana del dopoguerra e prima del boom economico, Lelena si ritrovò in un paese che offriva occupazione e populismo, etnìe cosmopolite e italianità da esportazione. Si scontravano, in altre parole, Sergio Bruni e Carlos Gardel, la canzone napoletana e il tango, la pecundrìa e il desengaño. Non riuscivamo a rintracciarla, la nostra Lelena, assimilata ad una stirpe a metà, divisa da una nazionalità culturale e da una cittadinanza geografica, da una nascita mediterranea e da una maturità atlantica. Non arrivarono più cartoline, l’indirizzo che avevamo restava senza risposte e il monito Nun ve scurdate ’e me sembrava un modo di dire, o il verso di una canzone.
     Non ci scoraggiammo: altri italiani colà emigrati ci avevano assicurato che Lelena, Peppe e Palmino avevano cambiato quartiere, non si erano certo trasferiti a Flores o all’Olivos, ma in una periferia più tranquilla di Baires. “Più tranquilla?”, pensavamo e cosa vi può essere di “più tranquillo” in una megalopoli attraversata da ogni genere di prevaricazioni e ingiustizie?
     Cominciavamo a chiederci con sgomento – erano passati più di venti anni – come fossero cambiate le facce dei nostri emigrati, se saremmo stati capaci di riconoscerli a distanza di tempo in una foto capitata per caso sotto i nostri occhi. Cocciutamente, con la perseveranza proterva degli esploratori ossessivi, continuammo a cercare tracce, spunti, linee di giudizio ma la ricognizione si infrangeva disperatamente contro le notizie che venivano dall’Argentina, da un paese martoriato dalla dittatura. Ormai adulti e consapevoli, restavamo in silenzio, in un silenzio omertoso, come se avessimo volontariamente rimosso ogni barlume e ogni ricordo, finché non fummo scossi da un altro grande scrittore argentino, scomparso da poco a cent’anni: l’inimitabile Ernesto Sábato.
     Le origini italiane del suo cognome (Sabato Ferrari) imposero nella translitterazione spagnola un accento grafico sulla prima “a” (Sábato), ma di italiano Sábato aveva letterariamente conservato una freschezza di racconto che, nel suo spagnolo lingua-madre, diventava ancora più fluida e musicale. Nei suoi romanzi più conosciuti – “Il tunnel” del ’61 e “Sopra eroi e tombe” riscritto a partire dal ’63 – recuperammo una strada persuasiva per capire tanto gli atti efferati (l’omicidio), quanto lo scatenamento del desiderio.
     Nel “Tunnel” il protagonista Juan Pablo Castel dichiara nel primo capoverso (incipit magistrale) di essere quel pittore che uccise Maria Iribarne. Con quest’ammissione di delitto (non dice reato, Sábato) ci sentimmo presi da una strana sensazione: sapevamo di trovarci in un sordido museo della vergogna (e il ricordo dei “Sette pazzi” era ancora sconvolgente) ma tutto – le divagazioni, le domande chiuse dell’io-narrante – ci proiettava in una realtà ancora più attorcigliata al suo improbabile eppure eccitante divenire.
     Avevamo dei riferimenti, anticipazioni o similitudini: percorsi affini ci avevano già instradati per una captazione del senso e delle atmosfere non troppo faticosa. C’era Don Gonzalo Pirobutirro di Gadda nei paesi inventati di lingua spagnola, Maradagàl e Parapagàl, de “La cognizione del dolore”, di un Sud America riconosciuto e inventato dove le storie si scioglievano per creare altri inganni, altre sofferenze o altri tunnel sentimentali ed esistenziali.
     La scrittura di Gadda – ricca, sfarzosa e fluente – e quella di Sábato – andante, scoperta e segmentata – ci parlavano di un’Argentina inafferrabile e ubiqua, nuova terra promessa per il lavoro e l’oblìo, estenuante e seducente: Gadda che aveva passato due anni in Argentina e Sábato che aveva girato l’Italia in treno, lasciandosi entrambi prevaricare da un sueño dall’incanto mellifluo, come una chimera da seguire, da decifrare. L’osservazione della realtà – estatica e disillusa in Gadda, estatica e disincantata in Sábato – ci restituiva un’immagine dell’Argentina turbolenta e visionaria, tale da essere sul serio quel borgesiano “luogo dei luoghi” che altri paesi, limitrofi o no, cominciavano a diventare.
     Come dimenticare che la commissione per difendere la memoria e i diritti dei desaparecidos, fondata nel 1984, si chiamava Comisión Sábato, che doveva il suo nome allo scrittore e che divenne famosa in tutto il mondo con l’anelito di Nunca más? Una commissione, un programma e non solo uno slogan per storicizzare quanto di arbitrario e deleterio l’Argentina aveva prodotto e procurato non tanto ai suoi romanzi e ai suoi scrittori, ma al suo popolo di libertari e combattenti, tutti “scomparsi” dalla vita e dai romanzi. Plaza de Mayo, luogo abituale dei romanzi argentini su crimini e misfatti, fu anche il luogo dove si ritrovavano madri e mogli, sorelle e fidanzate di quegli hombres che forse non avevano mai letto un libro ma di cui i libri avevano già profetizzato la sventura e la dissoluzione.
     E poi c’erano le canzoni italiane di Ivano Fossati (“Italiani d’Argentina”) e di Francesco Guccini (“Argentina”) che t’invitavano a mollare tutto per rinascere in una terra assurda e ospitale, dove potevi ascoltare il bandoneon lirico di Astor Piazzolla o i canti nativi di Héctor Aramburo, che si faceva chiamare ‘Atahualpa Yupanquí’.
     In questa benevola e propizia accozzaglia di colori, sentimenti, propositi, ricordi, opinioni, metafore, bassezze, prestigi, case, alberi, animali randagi e uomini girovaghi, madri sofferenti e figlie acide, donne contro uomini e uomini contro se stessi… in questo repertorio senza fine di oblique verità entravamo, invitati e accolti, nella letteratura argentina e sapevamo che, a modo suo, c’era entrata anche Lelena, anche se non leggeva Puig o Cortázar o “Sur”, la rivista letteraria di Victoria Ocampo.
     Noi ci eravamo entrati per passione e per infatuazione, Lelena semplicemente ci stava dentro nei romanzi argentini e non se ne faceva un vanto perché non ne era consapevole, o non ne aveva bisogno. La consapevolezza, a dire il vero, era bandita: in “Tunnel” Juan Pablo Castel divaga oltre misura per spostare sempre più in là il luogo geometrico della sua consapevolezza. Racconta dicendo e rettificando, affermando e negando il posto che occupa nel mondo, il mondo che non gli piace perché tautologico e le storie degli uomini perché non prevedono conclusioni ma solo stupore e raccapriccio. Che romanzo, “Il tunnel”! Era la storia di ognuno di noi – pittori o calzolai, omicidi o frati della questua – condizionati dal disagio di dover testimoniare di se stessi, di essere fino in fondo convincenti, di evitare comodi infingimenti.
     Juan Pablo Castel ama Maria ma l’ama ossessivamente: potrebbe amarla semplicemente ma non sarebbe la stessa cosa. A un certo punto Juan Pablo si domanda: “Perché la realtà dev’essere semplice?” e infatti il suo amore per Maria – il lungo e cavilloso corteggiamento – dev’essere qualcosa in più dell’amore come lo intendono gli altri, come lo intendono tutti. Quell’amore dev’essere discreto e furente, ricambiato e respinto, recuperato e dimezzato in una gelosia d’occasione, in un desiderio incompiuto. È un amore perpetrato con l’idea del sacrificio, contaminato dall’incertezza, deriso per la sua querula astrazione, portato a compimento per l’esatto suo contrario: la morte, l’uccisione, l’accoltellamento di Maria.
     In un tunnel ci si aspetta di trovare lo sbocco, di uscirne al più presto, di lasciarsi alle spalle le tenebre metaforiche della propria irresolutezza e Juan Pablo sa benissimo che il suo tunnel era senza uscita già all’inizio. Ci lasciò tramortiti questo romanzo, ci parlava con un fare quotidiano di un’aberrazione e dell’incapacità di cogliere e vivere la realtà intima e complessa delle nostre pulsioni. Maria, stanca dei lunghi interrogatorii cui la sottopone Juan Pablo, sbotta chiedendogli: “Ma perché ci dev’essere una risposta a tutto?”… Letta in un romanzo, questa frase è illuminante mentre nella realtà può apparire solo come una capricciosa e infantile banalità. Eppure è nella banalità della vita dei pensieri oziosi che Ernesto Sábato costruisce e ordisce il paradigma bizzarro e infernale della realtà che, dall’Argentina, investe la realtà di tutti gli esseri umani che vivono a questo mondo.
     In “Sopra eroi e tombe” i temi di “Tunnel” vengono ampliati, rovesciati, riesumati e ricomposti. I personaggi si ripetono, si moltiplicano (da Juan Pablo a Bruno, a Martino che ama Alessandra, ad Alessandra che sceglierà di uccidersi, a Fernando, a Giorgina). Amori contrastati, ideologie vituperate (l’incendio della chiesa da parte dei peronisti), solitudine e voglia di comunicare, manìe e follie sul punto di non-ritorno: si scende agli inferi ma si va ancora più giù e non è il centro della terra, è solo la terra, la piattaforma della propria irrealtà ed è Buenos Aires, una città che non vuole essere magica perché è già filosoficamente misteriosa. Troviamo questa terra dei misteri nelle sue notti spettrali, nelle voci che ci chiamano dal nulla, nei campanelli delle vecchie cieche, nella ricerca della soluzione di un enigma o nell’estasi di un martirio. È un romanzo che capovolge l’idea che di solito abbiamo dei romanzi: è tutto costruito per essere letto ed è tutto costruito come se l’autore avesse voluto parlarci d’altro, di quanto solo la letteratura riesca a dare vivezza all’indicibile.
     La vita a Buenos Aires ci sembra allora possibile solo nel dolore, nell’apatìa degli slanci, nel fuoco delle smanie. Ogni cosa – pensiero, sentimento, piacere – si trasforma e agisce incredibilmente nel suo contrario: il pensiero diventa oggettività, il sentimento si fa abiezione, il piacere è rinuncia. Tutto si chiude e si condensa (l’amore per Giorgina) e tutto si ferma, si blocca: il romanzo ci ha portati alla sua conclusione: che i giorni sono passati lunghi negli anni e gli anni non avevano date, scadenze, stagioni.
     Quando finimmo di leggere negli anni ’80 “Sopra eroi e tombe” di Ernesto Sábato fummo informati da un emigrante in visita di piacere in Italia che Lelena era morta tanti anni prima e che Peppe il marito si trascinava come un vegetale, assente e dimentico di tutto. I nostri eroi erano perduti per sempre e non sapevamo neppure dove fossero stati sepolti o alloggiati. A fornirci queste notizie, come in un finale di romanzo, fu un italo-argentino dal vestito rigato, dalla cravatta eccentrica, la camicia giallo-paglierino, le scarpe lucide come lacca, i capelli biondi, braccialetti d’oro ai polsi e le mani lunghe da pianista: era un commerciante di pellami ricco e cafonesco, era il pupillo di Lelena, era Palmino.

10 pensieri riguardo ““Pasaron, pues, largos días””

  1. Duecentocinquanta lettori e un commento: non male…

    Vero è che il testo è talmente bello da “intimorire” e i riferimenti talmente tanti che non è facile per tutti recuperarli.

    Rimane, a mio modo di vedere, una delle pagine più belle pubblicate in questi quattro anni.

    fm

  2. Introdurre un testo (come questo di memoria letteraria e personale), individuarne con la tua esplicita acutezza i punti o le zone o le emozioni che sono serviti a costruirlo è, caro Francesco, non solo il compito che ti sei scelto di web-editor, ma è soprattutto la tua arte di poeta e prefatore, di organizzatore e uomo di cultura a rendere plausibile un testo (anche un po’ intricato) che ambisce a presentare qualcosa di “più” profondo o più profondamente letterario.

    Non a caso,”Pasaron” è il completamento del Sé Esistenziale che in “Ti canto, o Diva” era stato trattato dalla parte del Sé Letterario e c’è voluto il tramite di Ernesto Sabato per definirli entrambi.

    La letteratura, per chi non se ne fosse mai accorto, risolve spesso la coscienza e il destino delle persone:è come un pane messo a lievitare e bisogna aspettare non il suo ma il nostro tempo. Ed è il nostro tempo che tu, Francesco, fai lievitare con tocchi sapienti e leggeri.

    Ti abbraccio, mon frère.

    Antonio

  3. Non sono solito intervenire ma ho letto il testo con grande attenzione, e piacere, e ci terrei proprio a ringraziare l’autore, e quindi Francesco. Francesco, fra le sue molte qualità, ha quella – spero di potermi mettere questo commento – di ‘sentire’, e di presentare nella sia Dimora, il Sud delle Americhe non come una sorta di Oceania latina, come troppo spesso lo vediamo illustrato, ma, ancora, come il secondo polmone di una comune cultura europea, evidentemente superiore ai deliri delle radici giudaico-cristiane e delle frontiere naturali. Un polmone, mi si permetta questo inciso, a cui, fra le tante cose, va il merito di aver tenuto in vita la Spagna, durante gli anni bui del regime franchista…

    Venendo al post, ho letto con grande piacere il testo, anche se nella posizione immagino estranea a molti altri lettori, di essere un italo-argentino, e quindi da una prospettiva di per se stessa ineludibile e diversa, dove il ‘lontano’ del testo è per me ‘vicino’, e il ‘vicino’ risulta ‘lontano’. Ciò detto sono sempre grato quando si ricorda Sabato e sono stato inoltre colpito da un scritto capace di fare ancora una volta proprio un topos oggi giunto probabilmente al suo esaurimento, e cioè quello della scoperta di un luogo anzitutto attraverso una cultura letteraria ad esso legata. Senza volerci strappare le vesti per questo, sicuramente televisione, film in cassetta ed internet hanno oramai reso completamente inattuale questa possibilità.

    Allo stesso tempo però il testo di Scavone credo che suggerisca anche un’altra riflessione. Il brano offre infatti anche una specie di specchio dove si riflette, per volontà dell’autore, la cultura argentina, specialmente letteraria, arrivata in Italia nel secondo Novecento. Lo specchio riflette però, a un occhio argentino, anche, anzi, soprattutto, quello che in Italia non è mai arrivato. Ciò non è però indicativo, banalmente, di quale ‘ricezione’ certi autori possano aver goduto in Italia, ma ha a che vedere in realtà con qualcosa di ben più importante. L’Argentina infatti (o il Cile, o l’Uruguay…) non è la Francia, o la Russia, paesi ai nostri occhi ‘eterni’ ma un paese giovane che ha visto, e ancora vede, costruire la propria identità. Sono paesi dalla storia breve, e per lo più ignorata (quale manuale liceale le dedica spazio per esempio una volta esaurito il tema delle rivoluzioni sudamericane?) e che non hanno potuto godere, come gli Stati Uniti, di un cinema capace di narrarne l’epopea e di diffondere per tutto il mondo il vangelo di ciò che è ‘veramente americano’. Questi paesi sono stati invece, e per molti versi ancora sono, paesi ‘ignoti’, ubi sunt leones, e, come credo dimostri splendidamente il testo di Scavone, hanno assunto la propria fisionomia, ad occhi stranieri, anzitutto attraverso la finzione letteraria. Proprio per questo le assenze contano, moltissimo. Verrebbe da domandarsi insomma; cosa sanno davvero gli Italiani dell’Argentina? Cosa non hanno potuto leggere? Cosa ignorano di un paese immenso e dove, per fare l’esempio dell’emigrazione, gli italiani sono stati certo una parte vastissima dei migranti che vi sono giunti ma che si sono caratterizzati anche per il bassissimo livello culturale a monte, per l’incapacità di conservare la lingua e, ancora più indicativo, di produrre, né una cultura argentina in lingua italiana, né una cultura italiana in Argentina?

    Non vorrei fare elenchi di tutti quelli che è un peccato che in Italia siano poco conosciuti, o che magari non sono mai stati neppure tradotti, ma per evitare di risultare completamente arido mi si permetta di citare tre autori: Leopoldo Lugones, che si potrebbe leggere anche solo perché spiega di come né Borges né Cortazar vengano dal nulla e che descrive l’Argentina, delle avanguardie, quando l’emigrazione italiana quasi non esisteva; Rodolfo Enrique Fogwill, tra i più contestati, e letti, scrittori argentini moderni, autore, fra l’altro di ‘Los pichiciegos’, un libro che, attraverso l’esperienza delle Malvinas, racconta della follia della guerra in un momento, la seconda metà del ‘900, quando nessun giovane autore, in Europa, avesse mai davvero provato cosa fosse un campo di battaglia; infine, Rodolfo Walsh, da me amato in modo particolare, figura quest’ultima complessa e assieme cristallina di intellettuale veramente libero. Fu, fra le altre cose, autore di punta di quel genere, oggi di difficile importazione (pena la confusione con i troppi ‘gialli’ che vediamo in libreria) di una forma espressiva, verrebbe da dire di una scusa, principe della letteratura argentina e cioè la ‘novela policial’, conosciuta anche a Borges e, non a caso, al Sabato del Túnel. Walsh scrisse però anche della storia dell’emigrazione irlandese in Argentina in racconti onirici legati alla sua infanzia, specialmente al mondo dei collegi monoetnici (l’incompiuto ‘Los Irlandeses’ rimane, a questo riguardo, il suo capolavoro).

    Mi scuso, ho usato il racconto, davvero molto bello, di Scavone, per parlare in fondo d’altro, ve ne chiedo perdono.

    Federico

  4. Grazie Federico, un gran bel commento – a dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, che solo i grandi testi sono capaci di suscitare, oltre al godimento estetico, tutta una serie di riflessioni che ne dilatano il senso e il contenuto, contribuendo a ridefinirne, ad ogni lettura, la geografia emozionale e culturale.

    Degli autori che citi, solo Fogwill (pur avendone letto qualcosa) mi rimane ancora sconosciuto; Lugones l’ho scoperto, ai tempi, tramite Borges (uno che non ha mai nascosto i suoi “debiti” – ed è un merito non da poco); e per Walsh credo di nutrire il tuo stesso “affetto”.

    Ciao, un caro saluto.

    fm

  5. Caro Francesco,

    grazie della tua risposta che mi costringe a una precisazione, forse banale, ma necessaria (il mio commento è stato scritto di getto e avrebbe meritato ben altra riflessione dati i temi che ho cercato di toccare): non volevo affatto dire che certi autori in Italia non sono noti in assoluto, semplicemente che, anche quando importanti, hanno stentato a imporsi nell’immaginario, italiano, di cosa sia l’Argentina, un paese che è in Italia, a ben vedere, uno dei meno conosciuti. La mia, credo, voleva essere anzitutto una riflessione sulla sostanziale ignoranza in Italia del Cono Sur, al di là di certi ‘miti’. Forse basterebbe leggere Quino ricordandosi di come ogni bambino abbia i connotati di una delle tante componenti, così conflittuali, della realtà argentina, per rendersi conto che qualcosa non quadra in come, banalmente alla televisione, gli argentini ci vengono presentati oggi.
    Ciò detto, non posso poi che darti ragione: Borges è stato grande nel fare veramente propria quello che forse è uno dei suoi più begli aforismi ‘lascio ad altri vantarsi dei libri che hanno scritto, io mi vanto di quelli che ho letto’. Lugones – e già ci siamo anche Horacio Quiroga, uruguayano, ma autore ‘rioplatense’ per eccellenza – forse meriterebbero però una consacrazione che, magari mi sbaglio, ma mi pare che non abbiano avuto. Fammi dire poi, infine, che sono felice di condividere con te la lettura di Walsh; credo sia uno di quegli autori, come Celan, o Maldenshtam, la cui letture ‘affraterna’ profondamente. Ho sperato a lungo di tradurre ‘Los Irlandeses’, ma al momento proprio non ne ho la forza né, soprattutto, il tempo. Sarebbe bello però vederlo offerto ai lettori italiani, assieme magari a quel pezzo che mi lascia ogni volta senza fiato, che è la ‘Carta Abierta a la Junta Militar’.

    Come sempre grazie,
    Federico

  6. Federico, se decidi di tradurre la “Carta abierta” la pubblichiamo qui.

    Me la sono riletta proprio ieri sera…

    fm

  7. Caro Francesco,

    beh, grazie, sarebbe proprio bello farcela, e sarebbe bello vederla pubblicata qui… Insomma, vediamo questa estate se ce la si fa, speriamo!

    Come sempre grazie,
    Federico

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