La via dell’acqua

Pasquale Vitagliano

(Inediti, 2011)

Ad un passo

Mi sono fermato ad un passo
dalla santità grazie al peccato,
l’unico che ho ingoiato, è stato
l’acqua sul fuoco, la legna bagnata,
il fumo nero della mancata elezione.

Insopportabile a credersi che
si potesse fare quello che
si dice per crescere sani,
parola dopo parola, dalla bocca alle unghie.

E invece no, dovevo fermarmi prima,
per poter essere come tutti gli altri,
mezz’ora di ritardo, senza parola data,
eppure accettabile perché così comune.

Questo resta comunque, a fare la differenza,
che proprio ad un passo mi sono fermato.

 

La camera chiusa

Ho sbirciato dentro la camera chiusa
senza dare corpo alle figure immobili.
Ho toccato i capelli morbidi e caldi,
lunghi più di nient’altro, e poi le pose

irreali di sbieco ai contorni e ho incrociato
due occhi accesi più di due gemelli.
Senza trovare vita me ne sono scappato,
come si fugge dal buio delle assenze.

Di colpo si è aperta la porta sublime,
svelando solo un risveglio bicipite
puntuale e prevedibile come un pendolo,
insensibile ad ogni rintocco.

 

Sono una forza contro natura,
la zona rem che preme al confine
tra il desiderio e il pane quotidiano;
la memoria rigida privata delle gambe.

Sono la notte senza il sogno,
la formula carnale che è sfuggita
all’affetto certo dei suoi cari;
capace solo di emozionare gli altri.

Sono una forza contro natura,
solo altrove sta la mia forza;
sono la placenta, il tunnel senza
alcuno spirito di conservazione.

Sono il corpo morto, ridotto a sola ram;
sono l’apnea, il diaframma infuocato;
sono il respiro spento che palpita
l’una nell’altra due vite discordi.

 

Mi sono svegliato,
e mi è rimasta appiccicata
l’immagine di noi due
che abbiamo risolto tutto,
era un cartone srotolato
dentro la mia testa,
una tenda che pende
davanti ai miei occhi.

Ed invece erano solo
le calze che hai lasciato
sulla sedia ieri sera.

 

Non vedi come si è ridotto
il mio volto, come un piatto sbreccato
esposto peggio di uno straccio indecente
sulla vigilia di un Natale senza mani.

Sento le gambe battute dagli steli
piegati di felci, con le scarpe nel
cemento di questa esecuzione capitale,
più pesanti delle colpe che abbaiano.

In questa notte d’asfalto senza neve
gli angeli di seconda classe si sono impiccati,
a Potterville nessuno ha più riconosciuto
George Bailey, che è andato a buttarsi in mare.

Alle 19,30 aspettando nient’altro che la cena,
ho finalmente compreso che in fondo
non è un dramma se la vita non è meravigliosa.

Se la mia anima avesse una forma sarebbe
questo bicchiere vuoto al centro della tavola.

 

Fuochi

Con gli occhi aperti
ho acceso i fuochi
e impastato i colori.
Chiusi gli occhi,
si stringe un orizzonte,
si addensa intorno
ad un punto bianco;
Si smorza l’osceno,
si netta nel buio
che scrive la fine.

 

Verso casa

Ho conosciuto il sapore
dell’altro sbattendoci
contro senza ristoro.
Da allora cammino
a ritroso senza disegno,
se non il senso contrario
percorso dalla tracce
che lo ammettono.
Raggiunta l’ultima meta,
là sarà la mia prossima casa.

 

La via dell’acqua

Il mio corpo è di vetro,
ricolmo d’acqua senza misura.
S’è riversata fuori la bile
più verde di una foglia
staccata ed immutabile.
Non c’è più tempo
per riparare il torto,
se non cedere al vento
che faccia sbattere le finestre,
trattenendo dentro il grido.

 

Le strade

C’è chi ha preso la strada
come fosse una lavagna,
segnando con le scarpe
l’eterno via-vai del dolore,
trito più delle lettere d’amore.
Sembra una coazione questa
impunita vocazione di ripetere
sempre le stesse solite strade,
con l’ illusione che il tempo
come le nuvole non ci appartenga.

 

Le figurine

C’è chi ha passato
tutta la vita a riempire
album di figurine,
attento a far coincidere
i torti con le ragioni.
Io non ne ho completato uno,
incapace di fare aderire
il dritto col rovescio,
di aderire agli orli
con queste dita storte
come il più santo dei misteri.

 

***

26 pensieri riguardo “La via dell’acqua”

  1. La poesia di Pasquale è sempre animata da un’esigenza morale, da un bisogno estremo e lancinante di cercare risposte, consapevole allo stesso tempo di quanto tale sforzo possa rivelarsi vano. Rimane, come nel caso di queste liriche, l’azione catartica, purificatrice, che tale esigenza produce ( emblematico il titolo della silloge). Ciò che colpisce è come il percorso coincida con la “misura” del dettato, l’eleganza strutturale, l’essenzialità del verso e l’ironia.
    un grazie di cuore a Pasquale e a Francesco
    Abele

  2. Leggo questo autore per la prima volta (ne ringrazio Francesco Marotta) e dai suoi versi traspare la quieta consapevolezza di chi ha capito che – citando un passaggio – “non è un dramma se la vita non è meravigliosa”, e la sofferenza provata è anche un po’ colpa nostra se prendiamo “sempre le stesse solite strade”. Tale coscienza consente all’autore di guardare l’intorno con distacco, se non emotivo di certo mentale, ponendo in lontananza, a mo’ di eco, il dolore. E’ stata una bella lettura, grazie.

  3. Caro Abele, il titolo degli inediti è mio e credo di averlo scelto, indipendentemente dal testo eponimo, proprio per le ragioni che esponevi nel tuo commento.

    Ciao, grazie del passaggio a te e a Fiorella.

    fm

  4. Ritrovare e scoprire sono gli infiniti che accompagnano la lettura degli inediti di Pasquale Vitagliano. Ritrovo la familiarità antica e cara di segni dell’esistenza – già esplorata nella raccolta “Amnesie amniotiche” – nella poesia “Le figurine”, Ritrovo lo svelarsi tra doloroso e beffardo di accessori quotidiani in “Mi sono svegliato”. Scopro (riscopro?) una logica controcorrente dal ritmo serrato e necessario, che mi giunge con impeto persuasivo,in “Sono una forza contro natura” e nell’attacco di “Ad un passo”. Bene ha fatto Francesco Marotta a dare il titolo “La via dell’acqua” a questi inediti. A lui e a Pasquale Vitagliano sono grata per questa occasione di lettura.

  5. Essenzialità del verso che cattura profondi abissi questa di Pasquale. Le cose, la visione del reale che si apre in voragine di occhi nuovi e scorge ciò che mai si potrebbe/vorrebbe vedere. Istantanee riconoscibili anche al buio, perchè l’autore scopre ciò che ognuno di noi sa e mai accetta fino in fondo. Senza risoluzione, senza esito le sue osservazioni asciutte, eppure in ognuna di esse vi è il bandolo della matassa per una visione chiarificatrice. Come sempre, apprezzo molto il suo scrivere; mi lascia di solito a pensare a quante volte sono passata da quei luoghi deserti
    che descrive e a come ne sono uscita oppure no. Grazie a Francesco Marotta e a Pasquale, un caro saluto

    Federica Galetto

  6. Credo si tratti di un passo oltre, rispetto alle “Amnesie”, tanto dal punto di vista stilistico che da quello dei contenuti. Aspettiamo l’uscita del suo prossimo libro per vedere se le impressioni corrispondono al vero.

    Intanto, grazie per i vostri contributi.

    fm

  7. Essenziale e lucido, Pvita mesce il disincanto del vivere in trasparenti bicchieri, le sue stanze poetiche, che porge con garbo ai lettori. Il suo dettato non è vino, è “acqua chiara”, anche se non azzurra, che disseta l’uomo-poeta- viandante lungo un cammino che non si arresta per la mancanza del sogno, ma continua consapevole dell’incompletezza che noi siamo.

    Un saluto a Francesco, Abele e Pasquale,

    Rosaria Di Donato

  8. Ringrazio Francesco per la sua ospitalità “attenta”. Efficace la scelta del titolo. La via dell’acqua esprime bene il carattere liquido di questi versi (senza scomodare la sociologia “liquida” di Bauman), quale “voler essere”. La loro ontologia è invece impunemente “terragna”. Le mie sono poesie dello “scarto” tra oggetto e soggetto, desiderio e vita, in un’inane sforzo di corrispondenza. Stilisticamente, tento di uscire dal Novecento, assorbendo l’ipertrofia dell’oggetto. Ma senza nostalgie espressioniste. Se il pensiero – espresso dalla poesia – riuscisse ad essere immediatamente esterno, rappresentativo di mondi e storie, non sarebbe stato vano il mio scrivere. Ci spero. Comunque, resta questo scandaloso “statuto” umano che lega misteriosamente chi scrive e chi legge poesia, inestricabilmente, come flussi telematici invisibili eppure pieni. Vi ringrazio e vi porto con me.
    PVita

  9. Caro Pasquale, arrivo a gran velocità e debbo rifuggire, ma leggiucchiando qua e là mi pare di intendere testi solidi, alcuni proprio felici. Tornerò qui, per leggere con la dovuta attenzione. Un complimento a te e uno a Francesco!
    Vs Gianfranco

  10. “non è un dramma se la vita non è meravigliosa.”
    La scrittura di Pasquale ha la forza della chiarezza e di un’indagine sempre ancorata al concreto del quotidiano, senza mai scadere nel banale, cosa rara di questi tempi.

  11. poesie testimonianza di un poeta vissuto in questo luogo in questo tempo. mondi e storie, il nostro mondo, la nostra storia, se un abitante di un altro pianeta trovasse scolpite nella pietra le poesie del nostro poeta in una terra ormai inabitata simile a un bicchiere d’acqua vuoto – capovolto? – al centro della tavola – colpisce questa immagine – e anche il corpo di vetro ricolmo d’acqua dove sembra che l’acqua stia all’anima e il bicchiere al contenitore come le calze vuote lasciate sulla sedia che non contengono più le gambe andate via alla ricerca di un percorso alternativo o a consumare la strada in un via vai inutile di dolore si renderebbe certamente conto di quanta sensibilità l’animo umano era pieno e quanto ha cercato la via dell’acqua pura e la sorgente

  12. concordo in toto con Abele su questo sguardo lucido, disincantato, eppure etico di Pvita, e sul conseguente dettato essenziale, con punte di ironico. Io sento, fra queste presentate, emblematiche (ma forse sara’ che sono le mie preferite :)), “Le figurine” e ” i Fuochi”.

    un caro saluto a tutti!

  13. belle carissimo sempre vivide le tue parole, scorrevoli i tuoi versi, ….poesia.
    ciao a presto pasquà
    v
    p.s.
    un abbraccio a francesco

  14. Qui ci si guarda allo specchio con la costante esigenza di trovare risposte.Dice bene anche Abele. Lo sguardo ironico e distaccato di Pasquale fa il suo stile riconoscibile, unico.E’ un punto d’arrivo importante, una conferma. Sono belle davvero le tue poesie.

    Con stima e grande ritardo

    Vincenzo

  15. La lettura di Pvita è insegnamento, è spinta alla ricerca. Mi trovo impressionato dall’espressione! Il distacco e la consapevolezza di questo poeta porta, inevitabilmente, a riflettere, non solo sull’esterno, ma soprattutto su quel dentro di noi che produce poesia.
    Grazie Francesco Marotta per questi doni e grazie a Pasquale Vitagliano per questo suo essere.
    sebastiano

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