La follia del giorno

Maurice Blanchot

Maurice Blanchot
Carmine Mangone

I suoi amici dicevano che fosse alto, biondo, esile, dolce…

A tutt’oggi si conoscono pochissime foto di Maurice Blanchot. La prima, fu pubblicata sul mensile «Lire» nel 1985. Era stata scattata da un paparazzo nel parcheggio di un supermercato. All’epoca, il pensatore francese era già quasi ottuagenario, essendo nato a Quain il 22 settembre 1907.

Fino all’età di 31 anni, Blanchot è un giornalista politico. Dopo studi di filosofia e letteratura tedesca a Strasburgo, dove si lega d’amicizia con il filosofo Emmanuel Lévinas, diventa caporedattore del «Journal des débats», un importante quotidiano conservatore. Rampollo di una famiglia cattolica, Blanchot è fautore di una rivoluzione nazionalista, spiritualista, ma anche antinazista.

Dal 1931 al 1944, collabora ai quotidiani «Rempart», «L’Insurgé», alla rivista «Combat» e al settimanale «Aux écoutes », ma dal 1938 inizia ad occuparsi quasi esclusivamente di critica letteraria. Dall’estate del ‘40 si allontana progressivamente dagli ambienti di destra. Negli anni della guerra, si avvicina agli oppositori del regime collaborazionista di Vichy; fa la conoscenza di Georges Bataille; salva dalla deportazione la moglie e la figlia di Lévinas; e rischia di essere fucilato dai tedeschi nell’estate del ’44 a Quain.

Dal 1946 al ‘58 risiede nel piccolo villaggio di Eze, sulla Costa Azzurra, poi si stabilisce a Parigi, dove si unisce al gruppo di Dionys Mascolo, Robert Antelme e Marguerite Duras. Nel 1960, è tra i redattori del cosiddetto Manifesto dei 121 contro la guerra in Algeria. Durante il Maggio ‘68 è un membro del Comitato d’azione studenti-scrittori. A partire dagli anni Settanta, si tiene però deliberatamente al di fuori del sistema culturale e mediatico, spegnendosi infine il 20 febbraio 2003.

«Nella vita di tutti giorni, era l’uomo più semplice che ci sia. Molto dolce, sempre di buon umore, con il suo leggendario e meraviglioso sorriso. Non l’ho mai visto in collera (eccettuate le sue vivaci collere politiche) e aveva una costante preoccupazione per i problemi degli amici. Per il resto, aveva molto humour, senza quasi accorgersene; comprendeva tutto e non accusava mai.

Un giorno, non molto tempo fa, un amico inglese mi ha chiesto d’interpellare Blanchot su un testo concernente Hölderlin, attribuito da Heidegger a Bataille (“la migliore testa pensante francese”, diceva Heidegger di Bataille), mentre invece il testo suddetto era stato redatto da Blanchot per una rivista tedesca, e di chiedergli, tra l’altro, cosa aveva provato apprendendo (da Raymond Queneau) che il suo testo era stato attribuito a Bataille. Posta la questione, Blanchot ha immediatamente risposto: “Ne sono stato felice.”»

(Testimonianza di Monique Antelme,
«magazine littéraire», p. 32)

C. M.

La folie du jour

Je ne suis ni savant ni ignorant. J’ai connu des joies. C’est trop peu dire: je vis, et cette vie me fait le plaisir le plus grand. Alors, la mort? Quand je mourrai (peut-être tout à l’heure), je connaîtrai un plaisir immense. Je ne parle pas de l’avant-goût de la mort qui est fade et souvent désagréable. Souffrir est abrutissant. Mais telle est la vérité remarquable dont je suis sûr: j’éprouve à vivre un plaisir sans limites et j’aurai à mourir une satisfaction sans limites.

J’ai erré, j’ai passé d’endroit en endroit. Stable, j’ai demeuré dans une seule chambre. J’ai été pauvre, puis plus riche, puis plus pauvre que beaucoup. Enfant, j’avais de grandes passions, et tout ce que désirais, je l’obtenais. Mon enfance a disparu, ma jeunesse est sur les routes. Il n’importe: ce qui a été, j’en suis heureux, ce qui est me plaît, ce qui vient me convient.

Mon existence est-elle meilleure que celle de tous? Il se peut. J’ai un toit, beaucoup n’en ont pas. Je n’ai pas la lèpre, je ne suis pas aveugle, je vois le monde, bonheur extraordinaire. Je le vois, ce jour hors duquel il n’est rien. Qui pourrait m’enlever cela? Et ce jour s’effaçant, je m’effacerai avec lui, pensée, certitude qui me transporte.

J’ai aimé des êtres, je les ai perdus. Je suis devenu fou quand ce coup m’a frappé, car c’est un enfer. Mais ma folie est restée sans témoin, mon égarement n’apparaissait pas, mon intimité seule était folle. Quelquefois, je devenais furieux. On me disait: Pourquoi êtes-vous si calme? Or, j’étais brûlé des pieds à la tête; la nuit, je courais les rues, je hurlais; le jour, je travaillais tranquillement.

[…]

Maurice Blanchot, La folie du jour, 1973

La follia del giorno

Io non sono né saggio né ignorante. Ho provato gioie. È troppo poco dire: sono vivo, e questa vita mi dà il più grande pia cere. La morte, allora? Quando morirò (forse tra poco), conoscerò un piacere immenso. Non parlo del pregustare la morte che è insulso e spesso sgradevole. Il soffrire abbrutisce. La grande verità di cui sono sicuro è invece questa: provo nel vivere un piacere senza limiti e avrò nel morire una soddisfazione senza limiti.

Ho vagato, sono passato da un posto al l’altro. Stabile, ho abitato in una camera solitaria. Sono stato povero, poi più ricco, poi ancora più povero. Da bambino, avevo grandi passioni, e tutto quel che desideravo, lo ottenevo. La mia infanzia è sparita, la mia giovinezza è per le strade. Non importa: ciò che è stato, mi rende felice; ciò che è, mi piace; ciò che avviene, mi conviene. La mia esistenza è migliore di quella degli altri? Può darsi. Ho un tetto, molti non ce l’hanno. Non ho la lebbra, non sono cieco, vedo il mondo, fortuna immensa. Lo vedo, questo giorno fuori del quale non è niente. Chi potrebbe sottrarmelo? E spa rendo questo giorno, io sparirò con lui, pen siero, certezza che mi trasporta.

Ho amato degli esseri, li ho perduti. Sono diventato pazzo quando un tale colpo si è abbattuto su di me, perché è un inferno. Ma la mia follia è rimasta senza testimoni, il mio smarrimento non era manifesto, la mia sola intimità era folle. Talvolta, diventavo furioso. Mi si diceva: Perché siete così calmo? In realtà, bruciavo dalla testa ai piedi; di notte, correvo le strade, urlavo; di giorno, lavoravo tranquillamente.

Poco dopo, si scatenò la follia del mondo. Fui messo al muro come molti altri. Perché? Per niente. I fucili non spararono. Mi dissi: Dio, che fai? Smisi allora d’essere insensato. Il mondo esitò, poi riprese il suo equilibrio.

Con la ragione, mi tornò il ricordo e notai, anche nei giorni peggiori, che allorché mi credevo perfettamente, completamente in felice, ero nondimeno, e quasi sempre, estremamente felice. Ciò mi fece riflettere. Questa scoperta non era piacevole. Mi sembrava di perdere molto. M’interrogai: non ero forse triste, non avevo sentito la mia vita spezzarsi? Sì, era successo; ma, in ogni momento, quando mi alzavo e correvo per le strade, quando restavo immobile in un angolo della stanza, la freschezza della notte, la stabilità del suolo mi facevano re spirare e riposare sull’allegrezza.

Gli uomini, specie bizzarra, vorrebbero sfuggire alla morte. E alcuni gridano, morire, morire, perché vorrebbero sfuggire alla vita. «Ma quale vita, mi uccido, mi arrendo.» Ciò è pietoso, strano, è un errore.

Ho incontrato tuttavia degli esseri che non hanno mai detto alla vita, taci, e alla morte, vattene. Quasi sempre delle donne, creature belle. Quanto agli uomini, il terrore li assedia, la notte li ferisce, vedono i loro progetti annientati, il loro lavoro ridotto in polvere, restano sbigottiti, loro, così grandi, che volevano fare il mondo, ma tutto sprofonda.

Potrò descrivere le mie fatiche? Non potevo né camminare, né respirare, né nutrirmi. Il mio respiro era di pietra, il mio corpo era pieno d’acqua, eppure morivo di sete. Un giorno, mi affondarono nel terreno, i medici mi coprirono di fango. Che lavorio nel profondo di questa terra! Dicono che sia fredda. È di fuoco, invece, è un cespuglio di rovi. Mi rialzai completamente insensibile. Il mio tatto vagava a due metri da me: se entravano nella mia stanza, gridavo, ma il coltello mi tagliava tranquillamente. Sì, divenni uno scheletro. La mia magrezza, di notte, mi si ergeva davanti per spaventarmi. M’ingiuriava, mi stancava con l’andare e venire; ah, quant’ero stanco.

Sono egoista? Provo dei sentimenti per qualcuno, pietà per nessuno, avendo raramente voglia di piacere, raramente voglia che gli altri mi piacciano, eppure, quasi insensibile, non soffro che in loro, in modo tale che il loro minimo turbamento mi procura un male infinito, tuttavia, se è necessario, li sacrifico deliberatamente, gli sottraggo ogni sentimento di felicità (càpita che io li uccida).

Dalla fossa di fango, sono uscito con il vigore della maturità. Prima, chi ero? Un sacco d’acqua, una distesa morta, una profondità sopita. (Eppure, sapevo chi ero, resistevo, non cadevo nel nulla). Venivano a farmi visita da lontano. I bambini giocavano intorno a me. Le donne si chinavano fino a terra per darmi la mano. Anch’io ho avuto una mia giovinezza. Ma il vuoto mi ha tanto deluso.

[…]

Cliccando sull'immagine è possibile scaricare la traduzione integrale dell'opera.
Cliccando sull’immagine è possibile scaricare la traduzione integrale dell’opera di Maurice Blanchot.

***

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