Il giardino conteso

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Flavio Ermini

[…] La parola originaria, come parola dell’origine, unisce le parti che solo apparentemente, ma necessariamente, dividono il viaggio attraverso luci e ombre, tenebre e bagliori della contesa: la natura dell’apparire, il fuoriuscire delle cose dall’illimitato, “il mistero della notte albale”; la natura come continuo nascimento e declinare nel nascondimento, la caducità delle cose e l’immutabilità dell’essere; il risalire dalla molteplicità delle apparenze all’unità della sostanza che le compone (“Dobbiamo tornare là dove il divenire si è scollato dall’essere e ha preso a vivere sulla terra. Ma il nostro sguardo non può accontentarsi di seguire ciò che è vicino e si muove e muore. Noi dobbiamo guardare a ciò che non tramonta” (121); lo smarrimento e il risveglio dalle illusioni; la parola poetica che, spogliatasi della hybris umana si fa esperienza poetica e apre il linguaggio all’accadere dell’essere, nel suo esito più alto consiste nel cedere la parola all’essere: “In questo senso mi sento autorizzato a parlare di ricerca della verità: trovare nomi nuovi per consentire all’inespresso di risuonare e in pari tempo di essere custodito come inviolabile segreto, irriducibile alla rappresentazione” (173). È in questa verità che ritorna dunque quell’ex del per-ire taciuto e silenziosamente dimenticato. Il linguaggio poetico segnala allora che “è ancora viva la memoria di quella lingua originaria, una lingua che viene alla luce da parole che ancora non nominano, parole che ancora non sono il corrispettivo della cosa, parole, dunque, da ascoltare come una remota ingiunzione rivolta al pensiero” (176). In questo senso, “la scrittura che si espone al dire vuole rimanere irriconoscibile. È la madre il cui grembo appare come un leggero mantello che racchiude e germina il principio del nascituro. La scrittura è uno spogliatore: uno che toglie. Toglie l’inessenziale, ciò che sta tra noi e le cose nella loro apparenza” (184). È proprio in questo “grembo” evocato da Ermini che sembra venire alla luce quel significato di Kepos, giardino, come grembo materno.

Lucio Saviani
Esperienza poetica, memoria del principio che non ha fine
Nota su Il giardino conteso di Flavio Ermini

 

***

 

[…] Il lavoro di Flavio Ermini porta ad un percorso specifico che sceglie, per questo, la forma espressiva della prosa creativa o poetica e non del trattato saggistico; quindi assistiamo all’aprirsi emblematico di una scrittura polivalente, particolarmente attenta alla poiesi linguistica, alla matrice albale e creaturale della parola e a ciò che sta prima di essa. L’accenno all’ingannevole apparire sembra collegarsi all’idea della contraddittorietà del divenire propria di Parmenide, e alla sua ripresa da parte di Emanuele Severino. Illusione del divenire, solo apparire, a cui aveva già risposto nell’antichità Aristotele dicendo che il divenire stesso potrà anche essere illusione, ma è illusione di cui facciamo esperienza ogni giorno, e quindi più credibile come reale che come illusorio. In chiave moderna potremmo oggi dire che la nostra condizione nel divenire non è contraddittoria ma problematica. Come poi non sentirsi coinvolti dall’osservazione della differenza ontologica, essere ed ente, l’uomo unico ente capace di pensare l’essere, dall’esserci di Heidegger? Il suo era in effetti un tentativo di superare l’involuzione storica di un pensiero che coincideva con l’oblio dell’essere, attraverso l’idea di essere come evento, quindi non, in realtà, la fine della metafisica ma solo di una certa metafisica. Davvero pregnante, quindi, il modo proprio di Ermini, personale e specifico, attuato attraverso l’interpretazione di una contesa tra essere e apparire; nella consapevolezza che ciò è un accorgersi di vivere, un muoversi verso l’esperienza originaria. Ma qui si parla anche di verità congiunta alla bellezza, nel cuore proprio della manifestazione quale esito di equilibrio in accezione estetica. L’estetica stessa, al di là di come la si voglia porre, acquisisce un senso peculiare, nel suo intrecciare teoria e prassi, filosofia e letteratura; ricerca di un risultato visibile sulla pagina, nella tensione allusiva e svelante di una poesia e di una prosa dove la vocazione filosofica sia voce autentica di un pensiero poetante.

Andrea Rompianesi
Su Flavio Ermini, Il giardino conteso

 

Flavio Ermini
Il girdino conteso.
L’essere e l’ingannevole apparire

Bergamo, Moretti & Vitali, 2016

 

PREMESSA
L’antistoria

     Apparteniamo al principio. Apparteniamo alla parola sorgiva, dove ogni cosa nasce per la prima volta e s’intona all’origine senza essere espressione di qualcos’altro. Quella parola si fa luogo di un apparire, di un’alba che non conoscerà mai il giorno. È forse uno stadio estatico del linguaggio. La parola si fa avanti sotto forma di un’incerta natura… forse il “tu” dei nascenti.
     Apparteniamo al principio. Viviamo ogni giorno il nostro apparire. Ma non ne siamo coscienti. Non sappiamo riconoscere il puro scaturire. Quel punto ortivo resta un enigma.

     Guardiamoci attorno. Assistiamo a un sempre nuovo manifestarsi dell’essere, che ci impone un sempre diverso modo di pensare. Assistiamo a un principio che mai smette di venire alla presenza. Siamo elementi di una realtà originaria che si manifesta solo in un “prima”: prima del respiro, nello schiudersi della corolla; prima del nome stesso, nel suo formarsi sotto l’inchiostro.
Quella realtà originaria è la dinamica che impone ai petali di essere. Ha radici nella sostanza aurorale del mondo e si precisa come patria che attira a sé.
     In quella realtà originaria, tra il principio e il respiro, si formula una parola… forse il “tu” della natura.

     La parola si avverte nell’istante in cui si annunciano altre forme: le labbra, la lingua, il palato… il talamo, gli stami… I nascenti prendono vita, si fanno incontro alla parola, la interpellano nella precarietà, nell’incalcolabilità.
     Non seguiranno una “storia” – l’hystoria dove si consuma il deturpamento del principio –, ma la “vera storia”: propriamente un’antistoria.
     I nascenti sono già da sempre estranei al divenire storico, ancorati come sono alla parola originaria. Solo in relazione alla parola albale si forma il corpo edenico, archetipo incorretto della natura umana.

     La materia informe non è un episodio accidentale, poi superato, ma la struttura che sempre di nuovo si forma. Il senza-forma nascente è estraneo alla successione cronologica, tanto che il calendario a questo proposito non potrebbe fornire alcun ragguaglio.
     Fare esperienza del mondo significa fare esperienza del sensibile, grezzo e latente; prendendo atto che l’antistoria coincide con la situazione di smarrimento e indecisione in cui si trova l’essere al suo levarsi dallo stato di latenza.
     Questa iniziazione non ha parole né segni. È un restare nei pressi del principio, perché è l’unico modo di far avvenire gli innumerevoli altri cominciamenti.

     Tra il primo inizio e tutti gli altri c’è un percorso che i nascenti faticano a conoscere, carico com’è di eventi misteriosi e inesplicabili. È un cammino fuori-memoria, tanto che l’andare a ritroso – così come il seguire il circolo del tempo – lo riapre continuamente, e continuamente fa sì che i nascenti siano chiamati a vivere, come impone Rilke: «Compiere ancora una volta la propria infanzia». Ovvero, compiere il cammino verso l’origine, verso l’inizio dell’esistenza, e stabilirne la direzione e il compito.

     I nascenti sono appena definiti da un elenco di membra e di foglie, un insieme composito di arti, infiorescenze e rami, atteggiamenti isolati o connessi, ma sempre indipendenti da ogni schema unificante, fedeli come sono al chaos aurorale.
     La necessità di un sistema generale è estraneo alla mentalità arcaica: ogni singolo fenomeno è spiegato in modo locale.
     Nella profondità del tempo e nella frammentazione dello spazio possiamo scorgere le ombre di figure così lontane dalla funzionalità del tempo e dello spazio da potervi rinvenire l’essenza dell’essere.

     Chiamati ad assentire all’affacciarsi dell’essere umano al mondo, siamo in realtà indotti ad assistere al suo restare in vita come essere che si trova in accordo con l’incessante apparire.
     Pre-storico è l’incipit del linguaggio. Un non-luogo è il suo spazio. Da tale condizione parliamo, da una situazione pre-liminare di incertezza e disorientamento, connessa alla carenza di un habitat riconoscibile. Parliamo da quella «terra invisibile e caotica» nominata da Agostino; quella terra «che sta tra la forma e il niente, non formato e non niente, un senza-forma quasi niente»; quella terra dalla quale è stato tratto il mondo artificiale e ben ordinato che ora abitiamo.
     Siamo in quel non-luogo, precisa Meister Eckhart, «dove il principio sempre genera il principio». La trasparenza che il principio annuncia non è rimando ad altro da sé, non è rinvio a un fuori. Non è segno che qualcosa lascia passare. Quel principio – grazie al quale la luce si manifesta e risponde – è fatto di materia inafferrabile, invisibile. Più presente di ogni presenza, ha per nome un nome non ancora pronunciato.

     Puntualizza Hölderlin: «Enigma è ciò che scaturisce puro. / Anche al canto è dato / svelarlo appena. Tu continuerai / come hai cominciato». Non c’è fine al principio e la parola è la porta aperta al regno anteriore e al suo tutto indiviso. Non resta che aprirci un varco nell’ingens sylva, nel giardino che racchiude i morti e i viventi, essere e apparire, fiori e pietre. Non resta che inoltrarci nelle dense tenebre di luce di cui noi stessi, quali incessantemente nascenti, siamo formati.

     Ma forse l’essere umano ancora non è in grado di sopportare intorno a sé e in sé l’essenza della natura: il puro scaturire che nella contesa con il tutto indiviso costituisce la vera sostanza del principio.

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