Nell’intimo del mondo

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Lucetta Frisa
Nell’intimo del mondo
Pasturana (AL), Puntoacapo Editrice, 2016

Lucetta Frisa non morirà senza voce, scrivevo nel 2001. Aggiungiamo che l’eccellente sua vita proseguirà sempre col favore della voce. Le sue testimonianze “dal vivo” distillano da decenni poetici (quelli della vita, in perpetua “giovinezza”, sono fermi da un pezzo), quintessenze di versi, conversazioni eleganti e aneddotiche, fibrillazioni esponenziali, consultazioni chimeriche, pungoli e staffilate, congegni leonardeschi, ruzzolamenti generazionali, pizzichi e attrazioni vocal-stagionali, insomma tutto quel che concerne grandi e piccoli classici. Donna in intimità con il mondo, se crediamo che il mondo ancora esista: ma su questa storia qualcosa di illuminante e di non concorrente con il diffuso stupidario lo dice Nell’intimo del mondo. Voilà l’antologia necessaria, l’attuale cargo impagina gran parte della poesia scritta dal 1970 in poi. Qui attracca al molo con qualche scossone, inevitabile per i salti indietro nei decenni e impegnando le bontà divine (anche le argutezze) affinché Se fossimo immortali (titolo di un libro pubblicato nel 2006) risulti vero antesignano del principale gene accampato nelle cellule frisiane. Che a dirla tutta non si hanno dubbi in proposito. Fin dai tempi de I miti, le leggende (1970), mitici appunto, per quella voce muliebre (di ragazza) che sorgeva piena di fiato e di corsa nonostante l’avanzante riflusso. Passando per il desiderio della figlia di colloquiare con la madre, in Gioia piccola (1999), avendo dalla propria parte la tecnica del racconto e la sorgente delle ferite. A ben pensarci la congiuntura dev’essere sfavorevole, essendo la scelta inserita in questo volume alquanto sobria. Ben più pagine destinate a un eventuale Collected Poems avrebbero portato a un controllo maggiore, a una densità avventurosa (probabilmente necessaria) priva di mezzi termini e toni. Ma evitiamo d’essere troppo aristocratici, assumendo l’inesistenza del tempo (essendo dimensione convenzionale e molto “locale”), ci sarà modo per l’editoria di assecondare il progetto completo. Per intanto, Frisa avrà altri versi da porgerci, non ultimi e nemmeno penultimi, con la consueta grazia adamantina e un po’ irrequieta che la distingue. La sua “mappa aerea”, vocale, resta fedele ai grandi spazi sonici adeguatamente attrezzati. Sempre attenta a “riempire il vuoto”, da posizioni costanti d’inventiva linguistica. Pittoricamente mi ha sempre fatto pensare a quel tratto di vita in cui Turner passò dalla pittura descrittiva alla pittura ur-impressionista. Una mano intenta a decrittare la minuzia di una vela navale, l’altra mano a stendere un velo veneziano di luce sulfurea e iridescente. Senza divagare troppo, in Nell’intimo del mondo tornano i prototipi delle salmodie salutari già conosciuti, questi fenomeni aerei, sonori, fatti di percussioni e di rientranze, di bassi e di acuti, poiché Frisa teme il silenzio, è naturale, e ancor di più la stabilità dell’aria, la bonaccia, restando alla mercé di un tappeto polveroso, silenzioso. Niente di più lontano da questa antologia, che rende luce alla prima radice del progresso poetico della poetessa. Poi non mancano le scosse telluriche invitanti a viaggi quasi sempre paradisiaci, e fumanti di narghilè cari ai bollenti spiriti, dentro una Notte alta (libro del 1997) e speranzosa. Ipnotici collegamenti con Duino e San Pietroburgo, morbidezze quotidiane e piaceri carnali soltanto sospettati qua e là come figlioletta che inaspettatamente apre la camera da letto dei genitori. Ma se fin da piccola la futura poetessa pensava alle poesie, lavandosi i denti, fin da piccola esisteva un unico e sconfinato tentativo di far somigliare i sogni della notte agli sfioramenti del giorno. Astuzia e supremazia della determinazione, verrebbe da pensare: tale da ritrovare l’ingegno delle epoche e delle regioni, le parole degli amici e dei familiari, per calarsi nel pozzo dove viene scandito il tempo della fiaba. Lucetta lo ha sempre saputo, destino del viaggiatore è questo continuo essere raggiunto da una seconda memoria, ovvero l’onda dei trapassati nell’eterno presente. Tuttavia potremmo evitare queste frasi rimbombanti e accontentarci di pellegrinare lungo il libro di una vita (non “tutto compreso”, ovvio) umana lontana dal folklore ma di cui conosce bene tic approvazioni e figurine, dove spesso il banale è fatto passare per sublime, come davanti a una tazza di caffè a New York. Il fatto è che la regione della poesia è New York, certamente nelle sue disfunzioni e non nella sua bellezza. I distretti sono recintati, vere e proprie icone di reciproche dispute e malanimi. Ma leggendo e mirando, evidentemente si torna a ricordare come la poesia aiuta l’utilità della lingua comune a comprendere la profusione del mondo. E come condizione pratica, a caffeinica richiesta, Lucetta Frisa posa sul tavolo i prolegomeni opportuni a riempire il maledetto vuoto.

 

Testi

 

Se esiste la chiave di tutti i libri
sarà come cedere ostaggi e arrestare
la tela affannosa del ragno. A volte
la guerra finisce e chi è morto
infine morrà travolto da nuova crociata
perché san Michele è venuto col fuoco
su tutte le torri. E ancora il tarlato
scrivano fedele alla storia si annoda
in calligrafie e corre sopra le righe
il bianco messaggio irreversibile.

 

*

 

La passione

Della passione le inclinazioni
segui quella che ti assomiglia –
ma che sia generosa.
Il cuore delle cose è fiamma
fiamma il tuo cuore se si spalanca
allo spazio e accende le corrispondenze
in eloquente calore.
È la ragione istintiva del rosso: scavalca i punti di quiete
brucia l’osso e l’idea pulsando
nel dolore e sul foglio vivo
e li tramuta in opera.

Se il grigio ingrigisce i sensi
e assopisce il senso del tuo viaggio
ricòrdati del rosso che brucia sotto
e ha il colore del risveglio.

 

*

 

Parlare della notte

All’alba
qualcosa bisbiglia nel buio un suono incerto
non appartiene ancora alla mente alla sua aria chiara
diviso dal mistero della notte terrestre
che guarda e ascolta con altri sensi.

Là si sente il pensiero come un corpo
la parola vibra ancora muta,
se il nome va verso la luce
il silenzio e l’occhio non hanno specchio.

Parliamo del sogno e siamo stranieri
insensati per il giorno sonoro
infedeli al silenzio, al suo segreto:
sulla frontiera battuta da luce e buio
ci interroghiamo indecisi cosa essere.

E il giorno ci adesca nella sua terra visibile
che sembra limpida ora, una geometria vuota:
sarà difficile parlare della notte con queste parole.

 

*

 

Bellezza

Da chi impara in silenzio a morire
salendo le scale del regno dello spreco
assieme a chi prega e scrive poesie
e ride nell’aria mossa dalle sue risa
e chiede da dove venne l’idea del vento d’oro
che lo sfiorò in sogno e da che strappo
del cuore è entrata l’ansia della veglia,
e da chi spreca la sua aria attimo per attimo
e continua a dissiparsi frenando il pianto
inventando canzoni, imparerò
del gioco vano la bellezza.

 

*

 

Impazzisci, impazzisci –
è una questione di millimetri.
I pensieri sotto il respiro
l’occhio sottoterra
non resistono più di tanto
– se ne vanno.
Che aria tira nella mia nicchia
nel pianto
tra le parole terapeutiche
che aria c’è?
Voglio un luogo di pace nella mia pelle.
Nessun luogo è beato – mi dici –
si tratta solo di scegliere tra inferni.

 

*

 

Santa Maria Egiziaca
Tintoretto

Calmo e chiaro è il mio libro sono sola con lui
mentre fremiti d’alberi e ombre si insinuano
tra abito e pagine e sento
la seta del foglio e dei miei riccioli sciolti sulla tempia.
Dove sono?
Nella casa sicura del libro o in questa ardente
inquietudine se tutto brucia bisbiglia
d’oro e di rosso se questa luce strana
è entrata nella mia carne e non posso più leggere.
Se ora tutti i confini si disfano senza interrogarsi.

 

*

 

nono autoritratto notturno

L’aria del buio
ipnotizza rimorso e nostalgia
una forza tranquilla emana da un centro
fermo o che credo lo sia
forse è un pensiero vertebrale
che mi fa stare
sveglia e diritta in me.
Battito di stelle contro il cielo:
se è figura di un sogno sparito
che ha sognato se stesso
tutto riporta a un padre illusorio
e al mio respiro orfano.
Ti prego, fammi credere di esserci
– senza lacrime lo dico –
credere che tutto è vivo
scorre si muove domanda non dà pace
credere che anche le cose morte
di notte si vestano di un corpo.

 

*

 

Ritorno alla spiaggia

[…]
Qui non arrivano voci
Il bàttito marino
impone il suo silenzio.
Ora a mezzogiorno si sta bene
il caldo ipnotico è strappato
da un lieve brivido e chiudo
occhi e taccuino.

Dicono che il bambino nuoti felice
nel grembo e rida e pianga
– ma piano – come velato.

Sotto le palpebre
stringo i colori visti la prima volta quando fluttuavo
e la loro luce
tiepida mi raggiungeva da un ombelico
– il sole.
(E’ lì che si vuole tornare
protetti e smemorati
i pugni stretti
sulle cose perse).

La palpebra dei bambini è sottile.
La nostra ha strati di necropoli
induriti dal peso della luce.

Sull’estremo
Indietro non si torna:
si danza
con stile di guscio.

Sole a picco
ventre a terra
scheletro in preghiera.
Sento il mio udito scendere dentro i granelli
calmo in attesa eppure
comincio io a chiedere
e mi scivola in bocca il sale di una lacrima.
Perché è di sale anche il mare?
Quanto mare c’è dentro di me?

Nell’estasi dell’inerte
nulla mi tocca e fa male
sto qui vicino a me – puro animale.

I sassi bagnati sfavillano
variano forma e colore
spiccano i rossi i verdi pallidi
i neri differenti.
Se l’onda li abbandona
tutti tornano grigi.

Sono distesa a riva appena nata
o appena prima di una bella morte
su sfondo azzurro?

La spiaggia sembra ferma
ma si muove: agita
l’iridescente intreccio d’acqua e luce.
Nella rètina vedo e non vedo:
sono l’inquieta lente
di una materia ignota.

L’ombra è viola ha detto Delacroix:
la vedo allungarsi
confondere i miei occhi al mare.
È il rovescio
o dei colori la sfumatura?
oppure è nata così?
E quanta notte c’è dentro di me?

Quante e diverse le ombre
dall’alba al tramonto?

Una bambina mi porge una palla
scappa via.
Resto con quel dono nelle mani.
oh se così fosse tutto,
in questo orizzonte chiaro come la visione
prima e dopo la parola.
[…]

 

*

 

berceuse

come riascoltare i suoni
elusi dal tempo?
nell’antico tempio della nuca
trattenerli
come dolci ombre
del perduto paradiso

dentro di lui
sono immersi
gli animali

 

*

 

sequenza dell’inconclusione

                      Dove andiamo? Sempre a casa.
                      Novalis

L’inconclusione appartiene allo spazio
come l’imperfezione e la scia dei suoni
e dei lunghi sguardi il senso non fermato
in un solo punto. È là che abitavano
gli dèi l’atmosfera il vapore dei versi
le giuste parole di tutte le lingue
e forse la fine di ogni strazio?
Ribaldo il sole che illumina tutto
è la sua legge e non si sa quanto duri
ma segna il tempo delle creature
e dei pianeti. Sempre ci sarà un astro
sfasato a confonderci i calcoli
e le origini . Il vuoto è necessario
come l’andare a capo e il suo mistero

 

Solo dall’inferno del dolore sento
il serpentino muoversi di cose
umane e inumane nate già prima e oltre
il dolore e rimaste in quella ferma età
senza giorno o notte, divinità
sparse nascoste dappertutto che il lutto
rivela e scortica fino alla nudità.
Non solo lo stravolgimento non solo
questa facile teoria ma la materia
è labirinto di spazio e profondità
riflessa dentro il solco dell’orecchio
e dell’occhio che ti avverte delle altre dimensioni
chiude le porte apre gli inferni
e sei tu che giri a vuoto o il mondo?

 

In fondo al labirinto quale verità?
Il suono più alto più basso chiamato
silenzio. È lì che il mondo inizia a ruotare
e ci trascina via insetti senza ali
controvento? È uguale per me il punto
da cui cominciare: là ritornerò
di nuovo. È Parmenide a parlare
lui vive a Elèa e ho raccolto
brandelli del suo corpo giunti fino a me
e come lui voglio ascoltare il cavo
suono del nulla e non chiedere
altro che non capisco. Ho bisogno
di consolarmi con quella luce
del sud che in me continua a scintillare.

 

Questi brandelli di sapienza astri
soli in mezzo al cielo vuoto apparsi
su pagine quasi tutte bianche
riempite da noi da chi ora vive
e li interroga qui tra vita e morte
cauterizzati come un’ustione
antica che ha perduto per sorte
la sua tenera pelle protettiva.
Si deve dire e intuire: ciò che è, è
perché può essere mentre il nulla non è,
allora noi non siamo o da un’altra riva
siamo o non siamo nulla ma potremmo
essere. Uomini ? Chiudo il libro
sotto questa perturbante luce.

 

Orrore le ultime parole di Kurtz
dopo di lui ancora orrore e orrore
quanto pesa il nero che s’accumula
su altro nero o lo strato sembra uguale?
È morta la mia eternità dice Vallejo
ed io qui sto vegliandola. L’eternità
sta nel vino, coppiere, a me versane
l’ultima goccia – risponde Hàfez dal suo buio.
Amiche tanto vicine queste voci
basta toccare certi punti dell’aria
e giungono a bisbigliarci all’orecchio
un solidale dolore sgomento
che un po’consola mentre sprofonda
il loro brusìo nel grande Suono.

 

Qui sottoterra c’è chi è stata morta
da viva come i vivi senza forza
d’essere vivi sfidando la paura
di vivere e morire e camminando
tristi sui marciapiedi vanno a casa
a spiare gelosi dalle imposte.
La vita è nel respiro che resiste
o rischio e affronto contro questo affronto
o dono non richiesto quando il sogno
e il sonno ti strappano il vestito?
Ed è nonsenso il suono del vagito
già subito rantolo e la carezza, squarcio?
Dio è il silenzio dell’universo e l’uomo
il grido inascoltato che gli dà senso.

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1 commento su “Nell’intimo del mondo”

  1. Hai scritto un testo splendente,Elio, con il tuo inconfondibile stile ! GRAZIEEEEE!!! Si,lo so, dovevo fare un’antologia più ricca ma ho l’orrore dell’esagerazione.Da tanti anni ,mi ricordo che mi suggerivi di comporre delle Selected Poems. Sei stato il primo a parlarne. Qui,- e me ne pento- ho “sfrondato” troppo a cominciare dal poemetto “Gioia piccola” pubblicata per meno della metà.GRAZIE ancora! lucetta

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