Breve saggio sulle mani (dedicato a Miles Davis)

Irving Penn fotografa Miles Davis nel 1986 per l’apparato iconografico dell’album Tutu: il fotografo vede sia la scultorea bellezza che la forza espressiva della mente musicale che si concentra nel volto e nelle mani.
Spiritualità delle mani, le prime facitrici.
Il pregiudizio platonico e poi cristiano che tende a separare lo “spirito” dal “corpo” commette un’ingiustizia d’incalcolabile portata nei confronti di quest’ultimo ogni volta che tende a privilegiare il primo sul secondo o ad affermarne in maniera più o meno esplicita la supremazia o la maggiore “nobiltà”.
E invece, a osservare queste fotografie, si riceve netta l’impressione che mente e corpo, pensiero creatore e mano facitrice siano tutt’uno.


Le mani di Miles, sia che tocchino e, appunto, manipolino la tromba o la sua idea di pura luce e aria, sia che premano contro il viso, esprimono proprio la forza e la bellezza e la nobiltà del coincidere tra mente creatrice e mano altrettanto creatrice.

 

 

 

 

 

Che cos’è solitamente una sessione jazz (anche in studio, ma, soprattutto, in presenza del pubblico)? La proposta di un’idea musicale da sviluppare poi sul filo dell’improvvisazione. È il musicista (la mente creatrice) che saggia le proprie capacità e le proprie conoscenze artistiche e che accetta di sfidare l’attimo (proprio e soltanto quello, esatto e irripetibile) per pronunciare la nota o l’accordo giusti.
È questo il motivo per cui è bandita qualunque forma di dilettantismo, la concentrazione dev’essere e rimanere al suo livello più alto e profondo: e concentrazione significa anche spasmodica attenzione, memoria, capacità di ascoltare gli altri musicisti se si sta suonando in gruppo e, sempre, il pubblico, ma non per blandirlo, per creare bensì un’interazione che segni la mente di chi suona e di chi ascolta.
È dunque in una simile situazione che si avverte quanto totalizzante sia l’immersione del corpomente dentro il mondo. E le mani sono la parte del corpo che più direttamente e meglio fa quello che la mente crea.
È una chirurgia che apre e divide lo spazio e la luce modificandone la composizione e le corrispondenze interne, chirurgia che talvolta serve anche a guarire, ma che il più delle volte incide e spalanca il corpo sociale, ché l’accadimento artistico non è mai solitario né separato dalla vita della comunità (se così fosse, pur accadendo, sarebbe come se esso non esistesse).
Esiste una sapienza delle e nelle mani ch’è la medesima che ha costruito la civiltà umana e qui ne voglio richiamare solo gli aspetti positivi e benefici, dal momento che le mani sanno essere anche artefici di violenza e morte: se ne accorsero gli artisti che, nella Grotta di Chauvet, vollero lasciare l’impronta delle loro mani a testimoniare una presenza che non voleva restare solo nascosta dietro le pitture parietali e il loro significato rituale e simbolico.
Mani che dipingono, che pregano, che scrivono, che suonano, che coltivano, che costruiscono, chirosofia che congiunge sempre sfera spirituale e sfera, diciamo così, materiale, senza soluzione di continuità, legando l’origine animale dell’essere umano (non si dimentichi che il pollice opponibile, insieme con la discesa dagli alberi e l’assunzione della posizione eretta, segna l’inizio dell’evoluzione umana) alla sua capacità di pensiero astratto.

Mani che pregano, scrivevo: come quelle disegnate da Dürer, per esempio, mani scolpite dal lavoro e dalla vita – e non è necessario essere credenti per riconoscersi in un gesto che, congiungendo e anche intrecciando le mani, magari appoggiandole in grembo o accostandole al viso, vuole essere gesto di meditazione e di raccoglimento, postura che riconosce l’immensità e la sacralità (anche in senso laico) del mondo.
Mani che coltivano e mani che suonano: callose sorelle della pietra e della terra non diverse da quelle di Miles che sanno richiamare anche il lavoro faticoso e sfruttato dei poveri della terra – non dimentichiamo che le mani di Miles sono anche mani di un discendente dai popoli d’Africa e che, come le mani del burattinaio fotografate da Tina Modotti, esprimono la fatica del lavoro e la lotta per l’emancipazione, il valore etico e sociale di un’arte che non scorda fatica né sofferenza.

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8 pensieri riguardo “Breve saggio sulle mani (dedicato a Miles Davis)”

  1. Molti anni fa, quando vivevo a Londra, andai a vedere alla Tate una retrospettiva di Henry Moore, non solo grandissimo scultore, ma immenso disegnatore. Di tutte le opere di incredibile bellezza, quella che più mi colpì e più mi commosse e ancora oggi ho negli occhi, fu un disegno delle sue mani di anziano. Tutta la forza del suo pensiero, la sapienza di una vita, il duro lavoro, erano lì, insieme all’umiltà dei grandi. Quelle mani che gli avevano permesso di tradurre il pensiero, l’immaginazione, in materia e opera. E in quelle linee tracciate a matita vi si leggeva la gratitudine. E’ un po’ quello che dici nel tuo bell’articolo.

  2. Le mani dei neri le ho sempre trovate più Unite all’anima che disgiunte, rispetto ai bianchi. Un bel brano, questo di Antonio Devicienti, anche per quanto è Musica, e sono stata moglie di un buon musicista (per giustificarmi l’affermazione). Grazie.

  3. Nel ringraziare chi ha letto e anche chi ha commentato, tengo a dire che sempre i “brevi saggi” si affidano all’ascolto di interlocutori che abbiano piacere e voglia di continuare le riflessioni ivi avviate; ogni “breve saggio” non avrebbe senso senza la lettura attenta e critica, anche discordante, di chi intreccia il proprio pensiero, la propria cultura, la propria esperienza di vita con quello che qui si pubblica.
    Ogni singolo commento è un arricchimento d’immenso valore, ogni aggiunta, ogni suggerimento una collaborazione impagabile di cui sono, con commozione, grato.

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