Sul concetto di poesia-in-atto

Lo scrivo volutamente così: poesia-in-atto perché anche la lettura dev’essere effettuata con una sola emissione di fiato, pur mantenendo distinti i tre vocaboli; la risultanza è un solo concetto costituito da tre identità concomitanti e interagenti: poesia, la creazione per moto del pensiero tramite il suono, il ritmo e la parola – in per esprimere più che uno stato in luogo una modalità e uno stare nel tempoatto per dire l’accadere qui e ora, il farsi dell’azione (e non il suo essere già accaduta).
Questo concetto e questo suo accadere lo scorgo, esemplare, nel poema in fieri di Yves Bergeret La maquette / Il plastico che Francesco Marotta va traducendo, mi si passi l’espressione, pressoché in simultanea.
Trovo interessante, poi, che tutto ciò accada tramite lo strumento di due blog (Carnet de la Langue-Espace e La Dimora del Tempo sospeso), dentro lo spazio del web, dunque, responsabile di una vera e ancora non del tutto prevedibile nei suoi esiti rivoluzione antropologica e anche di grandi guasti sui quali non intendo qui soffermarmi – ma sul web tornerò più in là.
La mia tesi è che Yves Bergeret continui a proporre un modo di fare poesia che non si sovrappone o si aggiunge come belletto (pur di qualità) al reale o che si vuol dare a vedere per essere ammirato o il cui punto d’arrivo è il libro da proporre in libreria, bensì componga alla lettera mentre vive, mentre gli accadono certi incontri, certe letture, certi vagabondaggi per la sua Die e dintorni (la splendida regione del Diois) o per certi luoghi parigini, normanni, siciliani e, più a ritroso nel tempo, antillani, ciprioti, maliani…
Non si tratta di cronachismo, né tanto meno di realismo, ma – – appreso l’insegnamento proveniente da culture nelle quali la parola cantata, danzata e porta alla comunità è il manifestarsi stesso della vita comunitaria e dei suoi accadimenti, la garanzia e la testimonianza dell’esistenza della vita e della comunità, rifiutato il ripiegamento solipsistico, estenuato, magari anche coltissimo però sterile e narcisistico – – si tratta di un vero e proprio poema che accade nel momento stesso in cui accadono i fatti, gli incontri, le scorribande, le letture, gli ascolti che vanno a costituire la ragione immediata del poema stesso il quale ultimo ha poi, alle spalle, significati e rimandi molto vasti e complessi. E non si tratta neppure, quindi, di spontaneismo o di improvvisazione, né di atto performativo puro e semplice: si tratta, invece, del riconoscere alla poesia una capacità che sembra spesso perduta o dimenticata: stare nel territorio immane eppure difficilissimo che non è saggio, che non è racconto, che non è teatro (anche se molti di questi poemi possono essere messi in scena e accompagnarsi con musiche e scenografie e azioni attoriali), che non è cronaca, che non è diario, ma che è canto prestato alle cose e ai luoghi, agli accadimenti e ai pensieri. È parola che nomina (sembra ovvio che la poesia debba essere proprio questo, ma non lo è più da gran tempo) ed è parola nel suo farsi (poesia-in-atto) che trova il suo primo manifestarsi in due luoghi specifici del web, (il presente e il blog di Yves), ormai piazza enormemente amplificata rispetto alla piazza del villaggio Toro nomu dove Yves ha più volte ascoltato e visto le donne danzare e cantare gli avvenimenti della giornata, ma anche rispetto alla quasi monacale stanza davanti al Mar delle Antille dove il suo amico poeta Monchoachi insegue le voci millenarie della sua gente e rispetto alle strade, ai sentieri, alle montagne di Die e del Diois – e non dimenticherei la presenza (temo quasi sconosciuta in Italia) di un altro grande sodale di Yves, il poeta Lorand Gaspar cantore dei grandi e stratificati spazi d’Israele e Palestina e di un deserto che, rispetto al pregiudizio più banale, è fecondo di storie, d’incontri, di cultura e crogiuolo di lingue.
E ora c’è un giovane architetto di origine siciliana che progetta insieme con il poeta francese un complesso termale in Sicilia: esiste cioè l’idea che un luogo di cura possa essere sottratto alla tendenza diffusa e largamente maggioritaria della completa medicalizzazione del nostro bios per restituirlo a una dimensione di ricerca dell’armonia tra mondo interiore ed esterno, tra vita biologica e vita intellettiva, tra architettura dei luoghi e parola. Yves Bergeret fa esistere, cioè, il progetto delle terme e il plastico che quel progetto rende visibile tramite la parola poetica, mette in atto in termini di canto (e direi di danza, ché quella di Bergeret è una parola danzante) l’atto del pensiero che progetta e l’atto della mano che disegna e costruisce – poi sulle pareti degli edifici termali le parole del poeta accompagneranno le persone, confermando quanto concreta ed efficace possa e debba essere la parola poetica, atto quotidiano (e non in senso banale) di esistenza cosciente e pensante.

4 pensieri riguardo “Sul concetto di poesia-in-atto”

  1. Vorrei dire, carissimo Antonio, che sono molto curiosa e forse, quando questo progetto sarà-come spero e speriamo-realizzato, lo capirò e quindi apprezzerò meglio come merita.

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