Canto senza voce

Claudia Ruggeri, Canto senza voce

Claudia Ruggeri

[…] Si può seguire nelle sue liriche l’intemporale avventura della poesia come conoscenza, ad un tempo vitale ed ontologica, sensibile e spirituale: quotidiana “magia pratica” se si vuole, carmen o imperfetta preghiera tesa a restituire alla nostra percezione del mondo la sua pienezza e giustezza di presenza, alla verisimiglianza passionale dell’io la verità minima e cosmica del Sé che in ogni cosa e creatura si vela e si svela silenziosamente.
Questa poesia è creativa secondo l’etimo, ascesi verbale e autoconoscitiva, tentata mimesi e metessi della creazione continua del mondo da parte del divino: e quindi è scienza intuitiva e sperimentale della soglia, della condizione liminare in cui si toccano e interagiscono i diversi regni e potenze del creato stesso: è – vorrebbe essere, chiede di essere – bilancia, croce degli opposti o pietra di paragone fra anima e parola, io e mondo: paradigma almeno potenziale di verità secondo la formula di rapporto goethiana, capace quindi di mediare fra immagine e forma, apparenza e sostanza, mente (civiltà) e natura (dette un tempo res cogitans e res extensa,) ovvero esperienza ed innocenza, consapevolezza e meraviglia. […]

(Tratto da:
Esther Basile/Angela Schiavone, Voci parallele
Introduzione a Canto senza voce)

 

Claudia Ruggeri, Canto senza voce
A cura di Esther Basile e Angela Schiavone
Con accluso il Documentario
Claudia Ruggeri di Elio Scarciglia
Lecce, Edizioni Terra d’ulivi, 2013

 

Testi

 

            I veri poeti
            non pensano
            in versi
            Coloro che hanno l’ottava
            sulla punta della lingua
            hanno qualche altra cosa
            meno oscena però,
            nel buco del culo.
            I veri poeti
            non scrivono inni
            alla patria
            alla vita
            all’amore:
            no, quelli veri combattono
            piangono
            sudano
            per adattare
            l’atona vita
            al ritmo
            dei versi.

 

Canto di Madre

Un albero
incantato e festoso
alcova di primavera
leggiadra
Quell’albero non l’ha mai visto
il mio bambino
era già adulto quando nacque:
aggrottava le ciglia
Scrutando il bianco affaccendarsi
di chi controllava il suo pianto:
il mio bimbo
è nato serio
Ha sentito
il composto formarsi
dei ghiacci
ed ha guardato, dal vetro
gli svizzeri giochi
innevati.
Ha amato quell’ordine,
ed ha preferito morire
per non vedere
l’inutilità
di frivola
e scomposta
primavera.
A me ha lasciato
un albero stupendo.
Sotto le sue fronde poserò
boccheggiante
nei violenti ardori
di un’estate
mentre la chioma
scapigliata
mi schiaffeggerà
a sangue.
Già lo fa
che ancora
è inverno nell’addio,
e mi rimane
nella faretra
stremato,
sulla spalla,
una saetta d’azzurro, simile a quello
che colpiva il cuore
con l’aggrottarsi vecchio
che chiedeva venia
d’essere mai esistito.

 

Come le foglie d’autunno

Pallida solitudine
scende assonnata,
esangue ritorna
al talamo rosso
la foglia
e con la polvere amante
rotola felice
sulle grate dei raggi
parati allo sterile
bianco invernale.
Come un autunno che sputa
le sue foglie ad una ad una
e con loro scende sotto
Terra,
lievemente sostenuto
da un estremo torpore,
così il mio desiderio di rivolta
rantola nella bruma
e cade nella pira
su cui ho ammazzato Cristo

 

Saffica

La gragnuola delle labbra tue
calde dei baci,
e sulla mia fronte sfiorì
audacemente
la sinuosa carezza,
trasse dal cavo la mano tua
e sul mio ventre vacillò;
poi fu il sorriso mesto
del corpo che candido tremava
verso me;
batterio sconosciuto
che fornicava con la tua mestizia
ruppe in un vagito
(tenero quadro secco)
E ti dirò in breve quanto la malattia brutale
tua per me
scordinò gli intenti,
scavò le spossate ruote
e scure sotto gli occhi,
fracassò memorie,
e la follia mia
incestuosamente
bagnò.
Vorrei la penna
di Catullo,
il suo cuore fanciullescamente rotto
per dirti
che il mio amore
per te
è quel batterio triste
che migra
verso il cuore
di qualche masochista
figliando Solitudini

 

Paesaggio

Per noi che veniamo
dal caldo
soltanto
un gioco è bello
il ricordo.
Sì per noi partoriti
da una bocca
riarsa dal salso
e dai racconti
dei soli,
esiste
solo un vago
ritratto,
un quadro stranamente
confuso
e tanta fantasia
per cucirlo di luci.
Quelle macchie
di bianco
incastonate
tra distese
di rosseggianti calure.
I nostri passi
come mani morte
immobili
nell’ultimo atto
la prima carezza
fatale sui ceppi
raspanti per l’acqua.
Per noi che veniamo
dal caldo
una stupida carezza.
Angolosa vertigine
di bianco
e di scolpito cavo.

 

*

 

Guarda il battello ruota
nel limite di canne
cave che al suo passo
sverginate dal vento,
fischiano di piacere.

Si avvicina
Ti farò un cenno
e vi salterai dentro
e vagherai così
ruotando nei ricordi
fin quando donna
urlerà
il tuo nome dalle sponde

E tu per ammazzarla
la inseguirai nel mondo
dimenticando….

 

Lecce

L’accordo lento
di terra e di saggezza
tutt’intorno
fu
prima della genesi
geniale alibi di dio
quando ogni frutto
si fece preghiera
i filari di pampini
giaculatorie, urli.
Cristo
diventò picchio e scavò
tornò spina e strappò
poi sabbia e coprì
c’è chi lo ricorda
nient’altro
che un po’di tufo e di rabbia.
Fiori di pori in pietra
dove il sole
continua
a banchettare.

 

*

 

Costruì la sua casa
come uccello
che si prepara il nido
Prese pietre dai campi
acqua dal fiume
e fango dallo stagno
Eresse grosse mura
lentamente
in un composto rito.
Fece la porta ed il tetto
con spesso e duro legno
in cui paziente
otturò con argilla
le fessure.
Poi si sputò le mani
sputò la terra
sputò violentemente
verso il cielo
ed al cielo levò
con piena voce
la rovente bestemmia.
Quindi entrò nella casa
e sorridendo
sbatté la porta
in faccia all’universo.

 

Napoli

Dilati le viscere nel sole
e distendi corrusca gioia
con lenzuola tese tra
sinuosi balletti di vetri.

Fuori il freddo e logora
e fredda
in canti di vuoto
ti rapprendi.

Anni d’amore
per ritrovarti
con il tuo grande sogno intatto
nel suo orgoglio di isole
e d’oblio.

Giocherai così nell’universo
anche dopo il ritiro delle truppe
quando l’uomo non vivrà
neppure alla tua ombra
nel tuo calco
nel mare
nell’aria
nei cubi di roccia galleggianti
dove di te, certo,
dopo il giudizio
riconoscerà l’odore.

 

Testimonianza

Nell’aria addolorata
s’udivano
nudità
trasalire
e voci urtarsi
e un frenare geloso
di luce
lo spogliarello dei ricordi
al quieto assalto dell’acqua
Ma qui
nel delirio di valva
senza frutto crescevi nel cuore
una razza
di terra e di scorza
e se pure ti premeva
alle tempie
il murmure dell’alba
agitavi
la spada della fecondità
contro l’arco di mare
che t’aveva sputata
sulla rena

 

__________________________
Altri testi, notizie, note, saggi e interventi:

Epitaffi
Asfalto Rosa
Nazione Indiana

__________________________
Luoghi e date presentazioni:

Napoli – 19 giugno 2013
c/o Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

Arnesano – 22 giugno 2013
Tricase (Le) –
Pozzuoli
Guagnano (Le)- 30 giugno 2013 ore 20.00 C/o Arci Rubik
Genova – 12 luglio 2013 c/o Expo’, Rosa dei venti
Presicce (Le) 17 luglio 2013 ore 21,00 c/o Palazzo Ducale – Sala del trono
Lecce
Narni – 20 e 21 settembre 2013
San Severo (Fg) DauniaPoesia gennaio 2014
__________________________

 

***

9 pensieri su “Canto senza voce”

  1. Grazie infinite, Francesco e Dimora!

    “I veri poeti
    non scrivono inni
    alla patria
    alla vita
    all’amore:
    no, quelli veri combattono
    piangono
    sudano
    per adattare
    l’atona vita
    al ritmo
    dei versi.”

    Claudia sappiamo che questo l’ha fatto fino all’estremo, fondendosi nel suo verso ed interpretandolo fino all’ultimo atto fatale, facendosi lei stessa parola e parte del suo capolavoro…

    Lascio qui il link alla serata genovese per “Canto senza voce”

    http://asfaltorosa.wordpress.com/2013/04/26/prossimamente-canto-senza-voce-di-claudia-ruggeri-a-genova-rosa-dei-venti/

    Grandi i miei saluti a tutti :-)

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