Come i corpi le cose

Pasquale Vitagliano

Pasquale Vitagliano

[…] Il terzo tentativo di Vitagliano si riconnette esattamente a quello che lo ha preceduto ma il tono il passo e l’impegno di scrittura sembrano assai diversi.
Subentra la critica di costume e l’impegno civile si rivela qualcosa con cui bisogna in ogni modo riuscire a fare i conti. Molti dei testi contenuti nella raccolta, infatti, trattano temi di frontiera e sono frutto dell’osservazione di cambiamenti spesso profondi nella cultura italiana (soprattutto di quella meridionale).
[…] Non si tratta comunque di una conversione di Vitagliano alla poesia civile di taglio neorealista quanto della riconversione di certi temi già presenti nei suoi libri precedenti in un’ottica di oggettività descrittiva (il che certamente non esclude la presenza e l’impatto forte con la soggettività). I luoghi e le situazioni rappresentano pur sempre un “paesaggio dell’anima”.
Non si tratta, infatti, di una protesta contro un mondo pietrificato nella sua presenza di sempre quanto la volontà di rappresentare in essi la scarnificazione dei corpi e la trasformazione degli oggetti in una sorta di inquietante materia vivente (come in un romanzo di William S. Burroughs).
Vitagliano sposta la sua attenzione dai soggetti viventi ai paesaggi urbani e naturali cogliendone la dimensione straniata e allucinata, pietrificata dal tempo e stimolata dalla compressione dello spazio.[…] Così il sapere (e il sapore) “concreto” della poesia diventa la sua presenza fisica, la sua concretezza materiale, il suo aspetto costantemente dislocato e sconvolto dalla volontà di durare della scrittura. Il “colore” dei corpi diventa così la loro verità, la loro idea assoluta e il loro ridimensionamento formale nell’ambito dello spazio vitale di ognuno. La domanda da esistenziale si capovolge e riverbera nel sapienziale, nella richiesta di conoscere un’origine in–finita ma impossibile da risolvere. […]

(Giuseppe Panella, dalla Prefazione)

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Pasquale Vitagliano, Come i corpi le cose
Prefazione di Giuseppe Panella
Faloppio (CO), LietoColle, 2013
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Testi

La camera oscura

Ho sbirciato dentro la camera oscura
senza dare corpo alle figure immobili;
ho toccato i capelli morbidi e caldi,
lunghi più di nient’altro, e poi le pose

irreali di sbieco ai contorni e ho incrociato
due occhi accesi più di due gemelli.
Senza trovare vita me ne sono scappato.

La camera oscura è rimasta socchiusa,
puntuale come un pendolo,
prevedibile e insensibile ad ogni rintocco.

Verso casa

Ho conosciuto il sapore
dell’altro sbattendoci
contro senza ristoro.

Da allora cammino
a ritroso senza disegno,
se non il senso contrario
percorso dalla tracce
che lo ammettono.

Raggiunta l’ultima meta,
là sarà la mia prossima casa.

Le strade

C’è chi ha preso la strada
come fosse una lavagna,
segnando con le scarpe
l’eterno viavai del dolore,
trito più delle lettere d’amore.

Sembra una coazione questa
impunita vocazione di ripetere
sempre le stesse solite strade,
con l’illusione che il tempo
come le nuvole, non ci appartenga.

Le figurine

C’è chi ha passato
tutta la vita a riempire
album di figurine,
attento a far coincidere
i torti con le ragioni.

Io non ne ho completato uno,
incapace di fare aderire
il dritto col rovescio,
di far combaciare gli orli
con queste dita storte
come il più santo dei misteri.

Paesaggi 2

Le auto circolano inutilmente intorno,
potrebbero essere sangue nelle arterie
ma non hanno alcuna funzione vitale
neppure per se stesse.

E finiscono per ingolfarsi nelle rotatorie
sbreccate dai pneumatici e private di ogni
destinazione e girano e girano gli stracci
all’interno della lavatrice.

Poi si arrampicano sulle strade lisce e spesse,
e polverose di pelle nera di elefante,
o squamose di asfalto di serpente,
e implorano la pioggia che se poi cade e peggio
con il suo odore di latta e di calura.

E se si alza il vento è finita con le carte
che si schiantano come schiaffi e le pietre
che rotolano daccapo all’inizio della strada
e tutto ruota ancora con più follia che attrae così
la mia titanica vocazione al vuoto.

Paesaggi 3

Anch’io un tempo sono stato
sensibile alle foglie,
le avrei volute studiare,
e catalogarne i nomi
per forma, margine e nervatura.

Ma oggi le foglie
non hanno più nome
perché con gli stessi nomi
chiamiamo cose diverse,
le soglie, le voglie, le spoglie.

Anch’io qui non parlo di foglie,
ma di idee morte e di vite passate,
di cose che volevano cambiare nome
perché erano morte,
ma che alla fine senza nome sono rimaste.

Forse solo le sedie
non hanno mai cambiato nome
perché non hanno forme diverse
e se le lasci intorno ad un tavolo
là le ritrovi, ferme e univocamente utili

Paesaggi 4

Rimango quando scende la sera
senza pronunciare parola seguo
la sera prendere possesso infilandosi
nei condomini rimasti senza padrone.

Arriva ogni giorno come se fosse
il primo giorno, inaspettato e disatteso,
solido e tangibile come un arnese,
inutile eppure essenziale come una formula.

Il silenzio l’accompagna inaudito nelle strade
e di esso si riempiono le stanze dove irrompe
e qui si ferma senza alcuna citazione a fissare fuori
le macchine ormai ferme in sosta senza più pretese.

Ma dentro non dura a lungo e si dilegua,
staziona guardingo lungo i marciapiedi
e scuote la testa come un lupo al primo fragore
che piano piano comincia ad uscire osceno dalle tivù

Paesaggi 5

Vorrei entrarci dentro,
con gli occhi prima del corpo
nel punto, la spirale, il tao
di pelle che unisce il buio cieco
con le lucenti gambe del sole.

Vorrei tenerlo tutto,
contenerlo per intero in mezzo
così com’è completo e perfetto
visto da dietro alla luce fioca
del riposo per stremato periplo.

Vorrei riempirlo ancora,
il fianco di avorio proteso,
spinto dal basso a porgere il collo
socchiuso, sempre pronto a ricevere
l’olio dorato dentro un mondo mai ricolmo.

***

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