Le nuvole di Constable

Constable, Branch Hill Pond Raffaella Terribile

Le nuvole di Constable

[…] Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.[…] Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre sono ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.[…] Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

F. Pessoa, da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
(traduzione di M. J. de Lancastre e A. Tabucchi)

J. Constable, Nuvole, 1822Cosa accomuna un pittore paesaggista del XIX secolo e l’icastico Lucien Freud, dissezionatore dell’animo umano? Forse pochi sanno che nel 2002 egli curò la mostra su Constable allestita al Grand Palais di Parigi, prima grande rassegna sul pittore britannico organizzata in Europa. Nella mostra parigina “la scelta di Lucian Freud” si rivolge a privilegiare un tratto meno conosciuto della produzione dell’artista, quello del ritratto, praticato costantemente fino agli anni Venti dell’Ottocento. Ma forse la distanza tra paesaggio e ritratto non è così lontana. Forse la differenza tra realtà visiva ed evocazione “sentimentale” non è così ampia da dover attendere i forti venti dell’Impressionismo per iniziare a scuotere la polvere accademica da tele e cavalletti, o dover ricorrere all’immagine di un volto per sentire vellicare sottopelle un’inquietudine sottilmente moderna.
John Constable, Studio di nuvole con alberiPaesaggi. Boschi ombrosi, mulini a vento, granai, filari di alberi, animali al pascolo, uccelli in volo, cieli sempre più ampi sulla tela. Cieli scossi dalla pioggia battente. Brumosi. Percorsi da cirri candidi, da nuvole sfilacciate dal vento e trafitte da raggi di sole. Nuvole. “I cieli non sono dei lenzuoli stesi a far da fondo”, diceva John Constable, e sono vivi quanto vivi i paesaggi che sembrano contenere, in polemica con l’Accademia e la tradizionale pittura di Paesaggio. Inizialmente non è questo ad attirare le attenzioni dell’artista: premurosi consiglieri, a cominciare dal padre, l’avevano indotto a considerare che i ritratti erano assai meglio pagati dei paesaggi e gli avrebbero dato maggior lustro e migliori committenze. Alla Royal Academy, Füssli aveva intuito il talento e la versatilità del pittore: nel 1804 la tela di grande formato che raffigura La famiglia Bridges è prova convincente per la composizione e le qualità cromatiche in essa contenute. Dopo altre prove nell’ambito della ritrattistica, il paesaggio della regione in cui è nato si prende cura di lui e l’artista, grato di tanta bellezza, ci prende per mano accompagnandoci per valli e boschi, a spiare ogni dettaglio naturalistico e botanico, a indugiare con lo sguardo sulle verdeggianti distese che costeggiano i polverosi viottoli di campagna o sostando su lievi declivi collinari. Sono lontanissimi ormai gli eroici paesaggi di Hubert Robert punteggiati di rovine antiche greco-romane e persino di obelischi e piramidi egizie, versioni eccentricamente british dei Capricci italiani del secolo precedente. La Veduta di Dedham ritorna più volte, ripresa da numerosi punti di vista e precorrendo già in maniera originale la scelta che sarà di Monet e l’idea che a fare la qualità del quadro non è il soggetto, e la sua varietà, ma quello che vi si vede ogni volta diverso sotto lo sguardo attento dell’artista. Un artista che, di fronte al soggetto da rappresentare, sembra porsi con la curiosità di uno scienziato che considera la natura il campo della sua sperimentazione. Questi paesaggi, che son quelli della sua infanzia, vengono indagati e perlustrati in ogni più insignificante particolare: un cumulo di letame prende il posto che i cippi e le colonne spezzate hanno nella eroica e nostalgica visione paesistica dei pittori piranesiani. Al di là di una frondosa quercia e di una cortina di cespugli si scorge il filo azzurro del fiume Stour, e ancora sul fondo la chiesa col campanile del piccolo villaggio di Dedham, o la cattedrale di Salisbury. Tutto è pervaso da un senso di pace, da idillio campestre, da un sentimento della natura ispirato alla semplicità e alla frugalità della vita rurale: l’esistenza dell’artista scorre tranquilla tra il paese natale East Bergholt, Dedham, Flatford Mill, e Hampstead. Le chiuse e i mulini di Dedham, la Carretta del fieno ripresi nelle diverse ore del giorno sono ancora sperimentazioni che anticipano Monet: la fortuna di Constable in Francia è grande e inizia al Salon del 1824, dove il pittore presenta alcune sue celebri opere, quelle che anticipano di qualche anno le scelte degli artisti della Scuola di Barbizon, Rousseau, Dupré, Daubigny, Millet e Corot.
John Constable, Primavera - Studio di nuvole, 1822 Constable non sentirà mai l’esigenza di muoversi, di viaggiare: diversamente dai pittori della generazione precedente, come Reynolds, Cozens, Jones, che ritennero indispensabile attraversare la Manica, girare per l’ Europa e spingersi in Italia, diversamente dal suo contemporaneo William Turner, che seguirà anche lui questa tradizione secolare, Constable non si mosse mai dall’Inghilterra. Intorno agli anni Venti si stabilì vicino a Londra, per motivi professionali, scegliendo Hampstead, un piccolo villaggio a sette chilometri dalla grande città che non gli era certo congeniale. I paesaggi di questa contrada sono piccoli oli, aprés de nature, come le marine di Brighton degli ultimissimi anni, come la Burrasca sul mare: struggente e geniale epifania di tutto quanto avverrà poi nella pittura del secolo, ma in tono sommesso, sereno, una piccola deliziosa pastorale “moderna”, quasi una dichiarazione d’amore alla natura da cui l’uomo non si sente estromesso né sopraffatto. A più di quarant’anni l’artista mette la testa fra le nuvole e la penna su un taccuino.
Constable, Nuvole scure Negli stessi anni in cui compaiono i primi studi di meteorologia (del 1820 l’articolo di Luke Howards, “On the modification of the clouds”, con la prima classificazione delle nuvole dal punto di vista scientifico) comincia la lunga serie delle Nuvole: più di un centinaio, e sparsi tra vari musei, gli schizzi delle nuvole che attraversavano il cielo inglese, tra il 1821 e il 1834, tra Hampstead Heath e Brighton; le stesse nuvole che inseguiva e dipingeva, andando a giro per sentieri e per spiagge solitarie, naso in aria e taccuino di disegni alla mano. Già oggetto di rappresentazione da parte di Alexander Cozens (1717-86), che nelle nubi e in altre manifestazioni della natura identificava un certo tono di mistero, sfiorando la misura della razionalità senza mai toccarla, le Nuvole di Constable si spingono ben oltre, portate in alto da una tecnica mai vista prima e da una libertà inventiva ampia come le distese che cerca di catturare, senza più tracciare un inizio e una fine. Un insieme dinamico e moltiplicativo, una registrazione precisa del soleggiamento e dell’ora, un trascolorare continuo che esubera dai limiti del foglio in ogni direzione, rapido e imprevedibile come il cielo di primavera sulla bizzosa campagna inglese. Una superficie verticale che si trasforma, da piccola e limitata, in infinita e completamente libera, un cielo che estromette campi, alberi, case, uomini, per farsi protagonista assoluto. Nello studio dei chiaroscuri colpisce la forte energia della luce contrapposta all’ombra, la tecnica dinamica delle pennellate di bianco puro che rende l’immediatezza dei colpi di luce improvvisi, stese come si fa con una paletta, e i tocchi vibranti allargati a macchie che danno ancor più splendore, tanto da rendere satura la tela. Quei bianchi densi, quei rosa dorati, la scrittura che il vento fa sugli azzurri stemperando le masse compatte, rompendole, sfilacciandole, ci colpiscono per la loro bellezza incontaminata, pura, per la freschezza con cui l’artista, precursore dell’Impressionismo, porta avanti una solitaria e personalissima battaglia a favore di una pittura che non insegue più i grandi temi, le preferenze dei committenti, le piccole manie dell’accademia, ma che basta a se stessa. Constable ci dice che la Pittura non è la Realtà: osservare da vicino le cose, con la passione del naturalista, non significa fare opera di mera trascrizione del visibile. Constable e Freud sono uniti proprio da questo sguardo ravvicinato che non per questo coincide con una visione limitata al dato oggettivo, alla superficie delle cose, paesaggio o corpo che sia. Nelle loro opere non entra mai in scena l’ovvio: quanto più la rappresentazione delle cose si fa attenta, ravvicinata, tanto più diventa espressione di qualcosa che non è diretto e rimane difficilmente esprimibile, sfuggente e necessario.
Constable, Lo stagno della collina di Branch, 1821-22 Cosa c’è di più semplice – e di più complesso – di un cielo percorso dalle nuvole? Frastagliate, leggere o pesanti, rosate dal tramonto o trasudanti d’oro, minacciose e plumbee, le nuvole moltiplicano di continuo sotto i nostri occhi ritornati bambini l’eterno incanto della metamorfosi del cielo.

Le nuvole sono legate alla terra ed al vento.
Fin che ci saran nuvole sopra Torino
sarà bella la vita. Sollevo la testa
e un gran gioco si svolge lassù sotto il sole.
Masse bianche durissime e il vento vi circola
tutto azzurro – talvolta le disfa
e ne fa grandi veli impregnati di luce.
Sopra i tetti, a migliaia le nuvole bianche
copron tutto, la folla, le pietre e il frastuono.
Molte volte levandomi ho visto le nuvole
trasparire nell’acqua limpida di un catino.
Anche gli alberi uniscono il cielo alla terra.
Le città sterminate somiglian foreste
dove il cielo compare su su, tra le vie.
Come gli alberi vivi sul Po, nei torrenti
così vivono i mucchi di case nel sole.
Anche gli alberi soffrono e muoiono sotto le nubi
l’uomo sanguina e muore, – ma canta la gioia
tra la terra ed il cielo, la gran meraviglia
di città e di foreste. Avrò tempo domani
a rinchiudermi e stringere i denti. Ora tutta la
vita son le nubi e le piante e le vie, perdute nel cielo.

(C. Pavese, Canzone)

***

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7 pensieri su “Le nuvole di Constable”

  1. Bellissimo pezzo. Ah “La repubblica delle nuvole” di Bruno Schulz, che subito lego alle nuvole! E poi, finalmente, ricordare Alexander Cozens, precursore della pittura informale nelle sue macchie: in un numero dell'”Ephémère” ricordo alcune sue incisioni. E ne approfitto qui per citare il figlio di Cozens, il dimenticato Robert, anche lui paesaggista, ma più sventurato, nel destino, del padre… Grazie, Raffaella. Marco

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