Memorie praghesi

le désir est le fleuve doré qui nous roule,
rien ne fuit, rien ne meurt
mais entre nous prend source une fine lumière
quand retombe dans notre lit défait
la respiration apaisée du monde

Yves Bergeret

Memorie praghesi

Il testo originale:
Prague, Poésie 1988-1990
Traduzione di Francesco Marotta

Sono arrivato a Praga alla fine di agosto del 1988. Il paese era ancora nell’orbita sovietica e il Muro di Berlino sarebbe caduto solo sedici mesi più tardi. Il Ministero degli Esteri francese mi aveva assunto per contribuire a riattivare le relazioni culturali tra i nostri due paesi. Avevo l’incarico di addetto culturale, ma in realtà disponevo di un fondo autonomo da direttore di istituto, lavoravo con un segretario-interprete e avevo un ufficio integrato nel dipartimento culturale dell’Ambasciata di Francia. Ho inoltrato una richiesta direttamente al ministero a Parigi e ho quindi avuto, per la galleria d’arte, un referente locale, il consulente culturale; al mio arrivo, l’incaricato era una persona meschina e completamente assuefatta ai dettami dello stalinismo; in breve, era un “collaborazionista”, come si sarebbe detto nel periodo di Vichy. Il ministero a Parigi ha finito per rimuoverlo. Il suo successore era un uomo aperto, bonario.

Da poeta e diplomatico ho fatto una riflessione di questo genere: non avendo personale specializzato o sale a disposizione, avrei lavorato “in centro” in tre settori specifici. In primo luogo quello della musica contemporanea, particolarmente in auge in Francia ma perseguitata, quando non repressa, dal regime di Praga, mentre la musica classica riempiva le sale da concerto. Ho quindi invitato compositori e artisti francesi che ho messo in contatto con i loro colleghi cechi per alcuni incontri ufficiali, ma soprattutto per dei laboratori informali, finanche nel mio appartamento; così arrivarono Henri Dutilleux, Pierre-Yves Artaud, Dominique Merlet, Jean-Luc Menet, ecc. Il secondo settore era quello delle arti plastiche contemporanee; ho allestito “in centro” mostre di Bram van Velde, di Tal Coat, di molti giovani innovatori francesi e, con o senza di loro, operavo prevalentemente negli studi di artisti dissidenti cechi e anche in attivissimi siti di mostre clandestine in campagna.

Il terzo settore era quello della poesia contemporanea. Se la straordinaria generazione francese nata nei primi anni del secolo, Char, Ponge, Michaux, Frénaud, Tardieu… andava spegnendosi, quella che si annunciava presentava comunque grandi voci, Lorand Gaspar, Philippe Jaccottet, Jean-Claude Renard, Jacques Reda, Yves Bonnefoy… Siccome conoscevo personalmente questi autori, li ho invitati a Praga e li ho accompagnati ovunque, dalle cattedre ufficiali dell’Università Carolina, ai saloni delle arroganti Unioni degli Scrittori, agli alloggi di traduttori semi-dissidenti e di poeti cechi perseguitati; e ne ho ricevuti molti a casa. Da parte ceca, l’oppressione ha indebolito la produzione romanzesca, con Hrabal messo da parte, ma ha fatto prosperare la poesia, nel solco forse di Seifert e soprattutto di Vladimír Holan, sicuramente uno dei più grandi poeti del Centro Europa del secolo scorso; il suo intransigente ritiro dalla vita pubblica durante il periodo staliniano fu ammirato da tutti. Si ammirava anche Jan Skácel a Brno; e così tanti altri. Le potenti case editrici di regime insistevano col realismo e con le riedizioni di grandi opere del passato; ma l’intera vita della poesia indipendente passava attraverso l’editoria clandestina, non senza gravi rischi per autori, editori e persino lettori; questa editoria non ufficiale era estremamente attiva, sotto copertura in Cecoslovacchia e apertamente a Parigi, a Vienna e in Canada.

Quando cominciai a parlare con i poeti francesi dell’invito che stavo per mandargli, li informai espressamente di questa situazione. Fummo pienamente d’accordo sul fatto che il cuore dell’Europa non poteva cessare di battere liberamente, specialmente in quella che è la più indipendente e la più profonda espressione del linguaggio, cioè la poesia. E per quanto riguarda i Cechi, quelli che presto diventarono miei amici si ricordavano ancora i contatti della prima Repubblica Cecoslovacca con Breton, con il Grand Jeu, con Karel Teige, con Devetsil, con tanti altri. Non mi sono mai rivolto ai poeti stalinisti francesi che bussavano alla mia porta; ero particolarmente diffidente nei confronti di tre di loro che il Partito Comunista francese aveva selezionato da giovani e inviati a Praga negli anni Sessanta per imparare la lingua ed essere dei traghettatori attivi, attraverso la traduzione, degli scritti della “fraternità dei popoli”; uno di loro, ormai molto vecchio, è stato un tiranno settario nel piccolo mondo francese della poesia e della sua editoria.

In Cecoslovacchia questi funzionari di regime dell’ “amicizia tra i popoli” e del controllo rigido degli spiriti non si nascondevano e dirigevano e firmavano traduzioni o antologie che le edizioni del Partito Comunista in Francia e del partito fratello a Praga pubblicavano regolarmente. Grande lettore di poesia, e soprattutto di poesia straniera, conoscevo bene i loro nomi. Pochi giorni dopo il mio arrivo a Praga, uno di loro, Vladimir Brett, è venuto a trovarmi nel mio ufficio con parole particolarmente mielose. Sapevo chi era. L’ho ascoltato e poi educatamente l’ho accompagnato alla porta, che non ha mai più varcato.

René Char era morto il 19 febbraio del 1988. Decisi di rendergli omaggio nel cuore di un’Europa da riaprire, in occasione del primo anniversario della sua morte. Incontrai i suoi rari traduttori in ceco; stranamente, la tracotanza di uno di loro, un semi-dissidente, era la stessa di uno dei suoi traduttori a Mosca che conoscevo e che quindici anni prima avevo concretamente aiutato a sfuggire al gulag: era desolante, un vero e proprio fraintendimento del significato dell’opera di Char, che non era affatto l’affermazione di un ermetismo altezzoso e oscuro, ma al contrario la vigilanza permanente di un’etica luminosa e resistente sempre in lotta. Mai un’amarezza sdegnosa in Char. Ho esposto la magnifica serie di ventisette litografie di Georges Braque per il suo ciclo di poemi La Lettera amorosa. Con una giovane formazione francese di musica contemporanea, Alternance, ho realizzato in Cecoslovacchia la rappresentazione del Martello senza padrone di Pierre Boulez, del 1953, sui poemi surrealisti del Char prebellico. Il ministero a Parigi appoggiava pienamente il mio progetto. Gli ostacoli sul posto erano molteplici, l’opprimente contrarietà dei funzionari, le recriminazioni invidiose del mio referente locale, ma andavo avanti. E infatti la gente a Praga cominciava a parlare di questo poeta francese che era appena arrivato, che due mesi dopo il suo arrivo aveva fatto mettere in scena da Pierre Chabert L’ultimo nastro di Krapp di Beckett, autore fortemente osteggiato, in un teatro ufficiale in centro, una scommessa pazzesca e quasi un crimine di lesa maestà. Quando gli amministratori di grandi orchestre sinfoniche si erano rifiutati di affittare gli ingombranti strumenti a percussione necessari, “qualcuno” mi aveva contattato e mi aveva portato in una trattoria dove avevo incontrato un dissidente, Marek Kopelent, punito e confinato in un Centro di Servizi Sociali nei lontani sobborghi di Praga come pianista durante le prove di un corso di giovani ballerine in tutù. Kopelent è senza dubbio il più grande compositore ceco contemporaneo, e tutti lo sapevano. Abbiamo simpatizzato; egli ha sostenuto il progetto e aperte molte porte, trovando senza difficoltà gli strumenti fino ad allora inaccessibili. I musicisti francesi arrivarono con qualche giorno di anticipo; avevo ottenuto, in parte grazie a Kopelent, una splendida sala nel centro della città vecchia, la “Cappella degli Specchi” presso la Biblioteca Nazionale, perfetta per musica da camera e/o musica contemporanea. Nonostante l’ostruzionismo delle autorità verso ogni forma di comunicazione, di pubblicità o di affissione, la sala fece il pienone e, ufficiosamente, un grande camion di regia della radio di stato venne a registrare e trasmettere questo concerto storico. Char ripreso da Boulez: la poesia, la vigilanza e l’etica della resistenza e della bellezza avevano superato ogni ostacolo e tutti a Praga lo avevano saputo immediatamente.

Poche settimane dopo il mio arrivo a Praga, ho ricevuto la documentazione relativa a tre domande ceche per le borse di studio francesi destinate alla traduzione letteraria, un incartamento passato attraverso il setaccio della censura locale. C’erano ovviamente due persone legate al regime, inclusa quella che ho menzionato sopra. Ma il terzo candidato dichiarava di aver tradotto e pubblicato… La Canzone di Orlando! e chiedeva una borsa di studio per preparare una traduzione di Yves Bonnefoy: una cosa assolutamente inaspettata. In calce alla sua lettera di accompagnamento, il candidato indicava il suo numero di telefono. Era Jiří Pelán. L’ho chiamato, felicissimo di poter parlare di poesia epica e di Bonnefoy, che allora apprezzavo.

Qualche giorno dopo ho ricevuto questo candidato, timido ma ovviamente a suo agio nella riflessione libera e nell’analisi profonda e vivace della letteratura (avevo già sentito in città parecchi discorsi stereotipati spacciati come pensiero letterario); ben presto ci siamo rivisti in qualche trattoria senza il rischio di un microfono nascosto, poi a casa mia e a casa sua. Gli scambi con Pelán sono stati considerevoli. Egli ha oltretutto ottenuto facilmente la borsa di studio da traduttore e così è stato per tre mesi in Francia, a Parigi e Arles; ha incontrato Bonnefoy. Molti mesi dopo invitai quest’ultimo e la sua famiglia a Praga per una settimana. La sua permanenza fu un successo. Non sono convinto, però, che questo successo sia stato davvero fertile, anche se Pelán ha pubblicato numerose sue opere in ceco negli anni seguenti. Il classicismo marmoreo che dona splendore al verso di Bonnefoy e la fantasticheria plotiniana che attraversa placidamente la sua opera, insinuano con fascinosa attrattiva l’idea di una sorta di centralità universale del pensiero poetico europeo-francese, a partire dalla lezione di Valéry; e io penso che la Praga multilingue, magica, atea, ironica, intricata, il cuore complesso dell’Europa, al quale si accede sempre soltanto attraverso un gioco di scenari sfuggenti e di labirinti spesso campestri, Praga merita molto di più di un fenomeno letterario francese figlio fedele dell’imperioso classicismo di Versailles. Bonnefoy è stato in grado di affascinare alcune persone a Praga perché la sua opera ha offerto loro dei confortevoli viali nelle lande della nostalgia, ma sono sicuro che Praga merita di meglio.

Pelán e io abbiamo discusso molto. Sarebbe stato paradossale non alimentare il fuoco della poesia in entrambe le lingue, da una parte e dall’altra. In maniera sregolata e poi organizzata, abbiamo iniziato a tradurre insieme (conosco il russo, lingua slava molto vicina al ceco, lingua slava a sua volta) e a pubblicare in Francia Vladimir Holan, la seconda parte della sua Mozartiana e soprattutto la sua grande raccolta Toscana. Poi Ancien Millet di Jan Skácel, e poi le poesie, all’inizio anonime, che Janáček mise in musica nel suo mirabile ciclo di melodie Diario di uno scomparso.
Sono state lunghe, lunghissime e numerosissime sedute di lavoro che abbiamo proseguito ben oltre gli anni del mio incarico a Praga; per questo abbiamo trascorso gran parte delle nostre vacanze insieme, con i nostri figli, sulle Alpi francesi meridionali.

Poco dopo il mio arrivo a Praga, invitai Lorand Gaspar, che aveva pubblicato quasi dieci anni prima il suo pregevole Sol absolu. Preparai con cura, insieme a lui, il suo soggiorno e, naturalmente, i suoi incontri. Uno si rivelò fondamentale. L’esperienza umana di Gaspar, poliglotta, medico e scienziato, profondamente calato nelle sofferenze e nelle grandezze dei paesi in cui ha vissuto, nei Balcani, in Medio Oriente, in Tunisia e anche in Francia, può richiamare la ricerca esigente di Segalen, anch’egli medico e poeta, ma in un mondo allora senza guerra, all’inizio del Ventesimo secolo. Nel 1996, del resto, avevo organizzato al Centre Pompidou, con il titolo Chines Arabies, una mostra in parallelo di questi due poeti-medici-fotografi. Poco prima della visita di Lorand Gaspar a Praga, avevo conosciuto, lontanissimo dai circoli ufficiali, Jiří Pechar. Aveva tradotto tutta la Ricerca del tempo perduto, ma anche Wittgenstein e Freud e molti altri. Era sfuggito per un pelo all’arresto da parte della polizia politica. Gaspar nelle sue opere di questo periodo interroga il mondo contemporaneo e le forme di linguaggio che ne derivano; lui stesso aveva tradotto allora Rilke e Seferis. Ho organizzato quindi l’incontro tra Gaspar e Pechar. La loro intesa fu immediata. Pechar, inoltre, profondamente interessato agli sviluppi della psicoanalisi, aveva trovato in Gaspar un ricercatore di rango anche in questo campo. Ho sempre pensato che l’opera poetica di Gaspar è, nella lingua francese, una di quelle che onorano la coscienza europea, quella non ripiegata su se stessa o nell’effusione lirica dell’io; un’opera capace di attraversare le frontiere all’interno del continente e, ancora di più, di evitare ogni postura e ogni accademismo. Anche Pechar ha quel tipo di mentalità poliglotta, profondamente esigente e di sorridente costante umiltà, ed è senza dubbio uno spirito simile a quelli che l’Europa ha conosciuto nella Mitteleuropa prima del disastro nazista, come Canetti, Thomas Mann, Broch, Musil. E, non a caso, Pechar si considera prima di tutto un filosofo. Ogni settimana andavo a passare una serata a casa sua, in un quartiere molto periferico; parlavamo principalmente di poesia, poi di letteratura, e infine della situazione politica sulla quale era sempre di una lungimirante lucidità. Anche Pechar e io abbiamo passato parte di queste serate a lavorare su traduzioni poetiche.

A Praga[1], da poeta che non rinuncia per niente al suo lavoro artistico e al suo dialogo creativo con quella che chiamo la lingua-spazio del luogo in cui mi trovo e vivo, non potevo ignorare la linfa energica che attraversava gli ambienti non ufficiali anche nel campo della poesia, i poeti e gli editori di samizdat. Il mio primo referente locale, “collaborazionista”, gli era ostile con un’aggressività sostanziale. Lo sapevano tutti. Quando, nonostante il suo divieto, nell’autunno del 1990 ho preso contatto a Parigi con alcuni di coloro che erano fattivamente impegnati nel sostegno a queste attività clandestine, ad esempio con la segretaria dell’associazione Jan Huss che forniva un aiuto concreto ai seminari clandestini, ad esempio con il direttore della rivista Lettera Internazionale, Antonin Liehm, un esiliato ceco molto attivo, ho in un primo momento, e logicamente, suscitato la loro diffidenza: “come, un assistente di questo infido consigliere culturale chiede di vederci …”; ho dovuto prima rispondere alle loro molteplici domande. Li ho convinti rapidamente. Il mio passaporto diplomatico mi è stato molto utile per ottenere ogni tipo di materiale, non solo i libri vietati, non solo Lettera Internazionale in decine di copie; dovevo anche accogliere in modo vistoso, al posto di blocco dell’aeroporto di Praga, i filosofi francesi che a volte ospitavo anche a casa mia e che poi partecipavano per alcuni giorni agli incontri clandestini. Questo a volte ha avuto effetti diretti sul mio lavoro creativo. Lettera Internazionale iniziò a pubblicare, e senza usare pseudonimi, dei poemi che scrivevo a Praga, inediti. Quando alla fine del novembre 1989 scoppiò la “rivoluzione di velluto”, quella rivista pubblicò immediatamente i miei poemi, che in modo metaforico ma trasparente parlavano della rivolta popolare; inoltre, sulla grande stampa settimanale e quotidiana, fiorente per alcuni mesi dopo il successo di quella rivoluzione, i miei poemi, inediti e tradotti in ceco, furono pubblicati senza indugio. Ho ripreso alcuni di questi poemi, nella loro versione originale in francese, nella parte finale e conclusiva del mio libro Poemi di Praga, che ho pubblicato in Francia nel 1991.

Dopo il successo definitivo della Rivoluzione di Velluto, ho riflettuto sul fatto che la vitalità della poesia ceca era sostenuta dalle pubblicazioni clandestine che uscivano allo scoperto e che questo sciame di decine di piccole edizioni aveva di gran lunga più possibilità di sopravvivenza delle grandi case editrici, dopo il crollo dell’economia pianificata e delle sue enormi strutture culturali. Queste piccole case editrici, il futuro letterario ceco, anzi europeo, erano nelle loro mani. Ma dovevano, senza fondersi, organizzarsi tra di loro. Dopo la legge Lang sul prezzo unico del libro, la pubblicazione di poesia in Francia, abbandonata in maniera miserevole dalle grandi case editrici, conosceva una splendida rinascita tra i piccoli editori in tutto il paese, notevolmente supportati dai Centri Regionali delle Lettere che erano appena nati e dei quali il più attivo era quello della Linguadoca-Rossiglione. Pertanto nel mese di marzo organizzai all’Obecni Dum, la Casa Comunale, un grande e splendido palazzo in stile Liberty nel centro di Praga, un Incontro sulla poesia, la sua traduzione e la sua pubblicazione, nel quale si confrontarono decine di persone che agivano in questi tre settori inseparabili. Quell’Incontro fu una pietra miliare[2].

Per quello che è il mio modo di intendere la poesia, Praga non può essere ridotta ad una serie di cartoline color seppia riproducenti il Vicolo d’oro, le statue barocche che si affacciano sui parapetti del Ponte Carlo IV sulla Moldava e altre attrazioni paesaggistiche. Praga è il luogo, apparentemente inerme, soggetto ai venti tempestosi di varie invasioni, germanofone, russofone, oggi anche a quella dell’acculturazione massiva dell’ultraliberalismo mercantile; Praga è il luogo al centro di questa Europa che ha criminalmente immaginato di dominare il mondo dal 1800 al 1960, e che ha creato le mostruosità totalitarie nel secolo scorso; Praga è al centro di tutto ciò e fortunatamente senza frontiera per lontananze di evasione o di conquista, verso qualche Eurasia o qualche terra d’oltremare. Praga subisce le violenze ma non sa essere violenta. Gli uragani delle occupazioni militari ed economiche, le ondate di culture e di lingue invasive fanno piegare la lingua e la cultura ceca. E tuttavia esse non si piegano e non scompaiono. Non è solo una questione di resistenza nazionalista. Vi è nello spirito dei luoghi a Praga, dunque nella sua lingua, in quello che essa ha di più consistente, cioè nella poesia, una linfa tutta particolare, una forza interiorizzata che allo stesso tempo si esprime nell’aperto della piazza pubblica con le caratteristiche dell’ironia e della lucidità amara e radiosa, una forza nella quale rigore e realismo si congiungono in modo semplice o complesso, senza la necessità accademica di rinchiudersi in qualche mistica sublimazione paracristiana. Può essere questa una via possibile per l’attuale pensiero europeo?

Questo spirito dei luoghi così stranamente irrequieto è senza dubbio dovuto al fatto che Praga è un punto indefinito (con quella apertura totale a ciò che Segalen potrebbe anche chiamare il Diverso) tra la Kakania derisa da Musil, il razionalismo kantiano, tra la tensione escatologica del protestantesimo dei banchieri e l’infinita teatralizzazione del cattolicesimo. Si potrebbe anche usare la metafora dell’occhio del ciclone. Oppure dire: Praga è come una tela tesa su un abisso di assoluta libertà. Il fondo scuro di questo abisso rimane sconosciuto. Praga è la tela elastica e flessibile sulla quale rimbalzano non i dotti troppo asfittici ma la parola impertinente delle fiere, delle avanguardie artistiche e delle taverne, dei gerghi dialettali dei contadini cantori che Janacek ama e trascrive: una parola vicina a una oralità di cui l’Europa centrale e settentrionale, l’Europa della scrittura per eccellenza, tende a dimenticare la Diversità oracolare, performativa, divinatoria, animista: in altre parole, il flusso del poema, che Char sente sulla bocca dei Mattinieri, e che si sente benissimo sul bordo del campo, nella selva oscura dove l’Europa avverte il suo smarrimento, là dove il giovane contadino ha abbandonato il suo cavallo e il suo aratro, è scomparso, proprio lui che Janacek fa cantare sopra il vuoto.

_________________________
Note

[1] Ho lavorato a Praga, naturalmente, con altri cechi o francesi, poeti, traduttori, direttori di riviste e editori..
[2] Nell’agosto del 1990 sono rientrato in Francia.

Annunci

3 pensieri riguardo “Memorie praghesi”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.