Dodici ore

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Mariachiara Rafaiani
Dodici ore
Sonnino (LT), Edizioni La Gru, 2018

Il libro di Mariachiara Rafaiani è come un contagio, risalente dalle zone buie dell’epoca, e dalle zone luminose di una geografia consumata nei viaggi. Le poesie riportano per intero tutto ciò che l’autrice non si lascia sfuggire, paesaggi eloquenti, tenuti nell’ampio ventaglio delle scelte, e aspiranti amori a tempo o eterni ma prodigiosamente intrecciati alla lingua, alla continua inesausta lingua un po’ sanguinaria un po’ venerabile. Ecco perché il contagio varca la carta e forse diventa inarrestabile. Non si ha voglia di controllarlo, è l’elemento presente in ogni pagina, nei porti e nelle stazioni attraversate, dall’Adriatico che imprigiona a Milano, passando per pianure e oltre le mura della città vecchia, le stesse che Campana superò durante i suoi nomadismi. Mariachiara nomade lo è, non accetta indicazioni ma le dà, anche quando affronta il gelo russo, con la probabile assunzione nel cielo delle malattie. A ragione si è parlato di “voce generazionale” (D. Piccini), per un esordio gremito di rivalse, fremiti, e madornali presagi di catastrofi non tanto future. Se in certi punti accosta una disparata fonte di amore e alcool, subito aggiusta il passo, e la sua poesia diventa parte di una tribù ben definitiva, definitiva. Tutto il libro è così composto, ha sentori luciferini e sapienze che odorano di ombrosa letteratura (nordamericana, berlinese?), con parti mordaci piazzate in zone competenti d’atti di fede. Nei ritagli, definiti dalle singole poesie, ci sta tutto, pretese e ammutinamenti, asfalti e stanze troppo calde, attese, spaventi, volte stellate, visioni, stati di grazia, sbornie, esorcismi. “L’importante è che si veda il mare”, dove si possa scavare l’identità e dare buon spazio a quel contagio linguistico che porta l’autrice a stanare la propria eredità poetica. Al suo esordio, certamente non è orfana di artefici e libri attrattivi. Il tempo in lei è fatto di molti mesi, probabili anni nutriti e di cui nutrirsi. I transiti di treni e passaggi conferiscono all’abituale lavoro di un poeta la “cosa” contrastante noia e paludose aree di sosta. Il contagio qui impedisce l’estinzione, possiamo evitarci l’invito a spingere sull’acceleratore: un libro come Dodici ore ha il suo carburante, traduce malesseri e malattie nel campo ben posizionato del linguaggio. Mai annaspa, ma aggiunge e aggiorna il tempo, aggiunge e aspetta altri veicoli motori, non perde mai di vista la direzione e tiene a bada le profezie. Ai viandanti lancia sguardi e passa oltre. Fa venire in mente Travis, inesasusto camminatore del deserto di Paris, Texas, muto ma cosciente di dove sta andando. Per nessuna ragione abbandonerebbe il suo intento. Mariachiara incontrerà chi deve incontrare, sulle pianure e fuori e dentro le mura: il suo intreccio (lavorativo, poetico, visionario) è determinato, il contagio non sormonta, ma sta di fronte a questa concentrazione lungo il corso della realtà.

 

Testi

 

Preludio

Sul principio la confidenza è un senso
nauseabondo di panico
Sono testimone e sotto accusa
per questo mondo che cambia, il nostro
fatto di pietra, non di pietra sufficiente

Genova è obliqua e senza razza
Contestabile guerriera nella lotta per la conservazione della bellezza

Cosa c’è all’altro lato del mio polso?
E su cosa s’interroga la fratellanza?
Dov’è finita la parola sacra che coglieva
e, forse, giustificava gli screzi?

*

Se mi criticate fate bene
non farlo è la sola e la massima
                                         delle condanne
Il problema è la secchezza dell’esperienza
                                          La mia la ricordo arida
Ogni cosa qui è ricerca di palpare
qualcosa che ormai ha firmato
                                          una tregua

non ho avuto nulla
una sola esperienza durevole
l’irrimediabile incontro con gli altri

Io dagli altri
ho imparato ad essere me stessa

 

              ***

 

La comprensione è una scelta e una dote
un dolore se non sai che giro
nei quartieri arabi di Granada
nell’altopiano dei sogni, mi prendi il polso
prendimi il polso, sentimi il polso, mi senti?
La comprensione è compenetrazione totale
è il silenzio che non trovi a Granada…

siamo utopici riflessi negli autobus pieni
di una città a scelta
ed i fedeli compagni dei nostri amanti
i figli diligenti dei nostri genitori
ti ho chiesto un caffè
possiamo anche fingere di non essere bravi a spogliarci

è che essere qualcosa di definitivo
comporta un omicidio

 

              ***

 

San Pietroburgo, aprile

Quando le ore divengono turbini
quando le luci divengono linee
e non c’è più nulla ad attendere
che la tua frazione di pensiero arrivi
Quando il silenzio della città non pesa
ed Arianna s’è persa nella logica
del suo filo
Tu rendi ogni cosa della mia vita relativa

Ti ringrazio sempre
oltre l’ultima linea dei tetti
oltre l’ultimo scorcio barocco di San Pietroburgo
fermi lì, sulle sponde della Neva
solitamente ghiacciata ma quel giorno
grigia da far impazziere

*

Hai svoltato l’angolo veloce
Seguimi dobbiamo trovare
un baracchino
urlato nel freddo
Volevamo una bottiglia di vodka
mi scusi la notte è lunga in hotel
San Pietroburgo è dimenticata
ed il giorno si protende assente

Non abbiamo nulla a cui brindare

*

Ti raccolgo lo sguardo che hai perduto
attraversando le steppe russe
L’ora serale è distesa
sulla curva della sfera terrestre
e l’acqua riflette dal passato
i tuoi arti, le braccia scoperte
sulla prospettiva Nevskij

Si staglia la statua di Puskin
nella piazza alberata
                                                 Labirinto di foglie
e sostanza.

San Pietroburgo è una città silenziosa

 

              ***

 

Un quadro

Respiri la campagna e siamo
quasi pronti per dormire
Casorati non dirmi, so,
quante volte ci hai fatti e disfatti
così come le vigne ed il cielo
vuoto, viola
s’è preso la sua rinascita
Tu ti sedevi sull’orlo per vedere
il più possibilela volta di stelle
che sembra possa svelare il mistero
ma non può
L’esistenza è passarci di mano la foglia
far rotolare i ciottoli per il pendio

 

              ***

 

Le strutture erano accantonate
depositi in mattoni rossi e cemento
lanciati dal sole oltre le rotaie
Si va sempre verso qualcosa
i caravan, i furgoni, i vagoni in disuso
spiaggiati come malinconie

Credimi nella moria del tempo
conta soltanto ciò che sopravvive
null’altro su questa terra sdrucciola
null’altro in questo specchio
Ma sono posata su un sedile
e questo treno è brutale

 

              ***

 

Nelle distanze che ci separano,
erano due appartamenti sul lungomare adriatico,
sapevo che le visioni non sono la lama
che minaccia la mia carotide

Ferma sul susseguirsi delle vicende familiari
gli accadimenti, i fatti della vita
Il miracolo che a volte non accade
ci permette ad un tempo di beatitudine

Ma la malattia è il corpo che s’accartoccia
è l’esplodere del tempo nel tempo
e la vita non la decide più Dio

 

              ***

 

In Val Camonica sappiamo s’è espressa
nei tempi del camminare lento,
del duro sopravvivere
la prima volontà d’affermazione
Forse si percepiva il rischio dell’afasia
e si sapeva che non l’assenza di suono
ma l’assenza di senso muove le pale
del tornado, spalancano la bocca
del tempo. Dove non c’era l’acido, non la carta
e mi prendevi fra le braccia
se non riuscivo a camminare
Alle pendici indifferenti dei monti
e non fosse stato lì
o forse proprio lì dove la madre si manifesta
lo scalpello ha lanciato un grido

 

              ***

 

L’importante è che si veda il mare
e che sia in agguato sul limine
delle nostre giornate opache
aggressivo come il ghepardo tropicale
No, non dorme come sembra
Un’unica vela bianca s’impone
per compassione delle membra che scopriamo ai primi caldi
e sono i soli nostri averi
l’unica vitra che c’appartiene

E so che se c’è un principio
è un principio d’incomunicabilità

*

Nelle danze degli altri
ci ho visti prenderci le mani
come non abbiamo mai fatto
con l’inconsapevolezza
che non abbiamo conosciuto
Mentre scarnavamo il tempo
e non ballavamo,
e non volevamo ricordi lieti di
una quieta estate terribile

*

Ti ho confuso nella corsa delle antilopi
in fuga dalla caccia e tu eri lì
l’ancora, ma la vita ed il tempo
non sono accondiscendenti e io non sono mai
quella che ti aspetti

 

              ***

 

Europa dell’Est

Tutte le città s’assomigliano
perché l’umanità non prende mai le distanze da se stessa
Per le anime sensibili si può essere in ogni luogo
e ogni arco che si tende e si flette
mi ritorna sotto forma di serpente
intimorendo il mio piacere appena schiuso
nell’impatto boscoso del confine

Ogni conifera è palma, ogni sospetto
una fuga e tutto ti chiama
Essere qui o essere altrove non conta
importa se vuoi che io ti porti
dove mi vanno gli occhi e gli arti
e ti conservi nel sogno
di queste regioni sole

*

Sulle sponde del lago di Balaton
un cigno taglia la frescura
il sole è là, oltre le macchie d’ombra
Non andremo mai in viaggio di nozze insieme
l’amore non finisce ma si costruisce

Io vedo gli uomini costruire case di legno,
case di paglia, case di cemento
e tu non vedi che io ho portato canne di bamboo
e tu le hai distrutte con le tue pietre
Sono tornata a prenderne altre
e al mio ritorno s’era già deciso
che per questo amore, amore,
io non avessi fatto niente
L’incomprensione è il solo limite che abbiamo

*

Tutto ciò di cui sono consapevole è inutile
Le luci riflesse sul Danubio
lì dove lo sovrasta il Ponte delle Catene
disegnano la notte stellata
senti come si respira la notte
la notte ci respira per restituirci nuovi
guarda come nulla è in silenzio
dove vuoi andare?

Se vale qualcosa il mio volere
in questa commovente capitale
vorrei andare a vedere le rovine
Le rovine solo il vero volto di una città

*

Ho aspettato la conversione in piazza Santo Stefano
era una voragine sotto il passare della gente
come la cattedrale di Genova questa
socchiude la bocca e parla troppo piano

Mi è sembrata la conversione
nella sinagoga di Budapest
Era più Dio, ma un Dio che non conoscevo

*

La città è inconsapevole
Tu sei inconsapevole
Il Danubio è spento
La vita è breve
La fontana non è la fontana
Ci sono venute incontro le foglie
poi ci è venuta incontro la pioggia

Non importa da chi o da dove
sia venuto il nostro appello alle parole
perché nel mondo non si esiste
se con esso non si è un tutt’uno

 

              ***

 

Non so dire come si passi
da città a città sulla litoranea
adriatica, so che mentre il cielo
intensifica il colore cambiano
i luoghi e le case ed io sono qui
a scoprire di non conoscermi
Ed è questa via del tramonto
la via più familiare, quasi fosse
la strada che conduce
là dove non sono mai stata
Ed è questa la via del tramonto

 

              ***

 

È bella Modena nella sua vita
ordinata, una volta dovevo andare a Modena
e sono andata a Ferrara

Un miraggio, una cabina telefonica
una stazione deserta, ho sbagliato
perdonatemi ho sbagliato treno

la sbronza e la speranza
le calze strappate, un fiococ mi spostava di lato i capelli
Stampiamole in biancoe nero
le foto intrappolate
nelle diapositive della nostra vita
proiettiamole dietro lo scorrere dei campi

Spio i discorsi degli altri
nella cabina nessuno fa discorsi
ma ognuno mi dice qualcosa

mi guarda in un modo
   mi sorride in un modo
       mi salva in qualche modo

 

              ***

 

Quasi arrivati a Milano
sono feroce come una bestia

Piacenza mi sembra la città
più triste del mondo, quando
ci passo non riesco quasi mai
a vederla. È la cortina di nebbia
della pianura padana, è
la stanchezza. Penso alla vita
degli uomini che si occupano
di questi filari di viti e li vedo
ricurvi sotto al susseguirsi
delle stagioni bagnarsi
di sudore e penso al piacere
vedo il mescolarsi dei corpi
le grida, le rese, gli spasmi
fecoda, la vita, la messa,
la macchina, il lavoro, la sera

mio nonno, mia zia,
mia nonna, l’estate
la Grecia, Rodi, il fuoco,
Paros, San Pietroburgo, i ragazzi,
le notti bianche, l’amore,
lo smarrimento

il Tamigi, la macchina,
il treno, Berlino, le rose, tu,
lui, gli altri, Giulia,
Rachele, Francesca, Urbino
le scelte, il liceo, il liceo,

l’amore,
                  lo smarrimento

 

              ***

 

Sarsina, letture plautine II

Là dove tutto gira intorno
all’ultimo allarme dell’orizzonte…

e così, siamo qui per il secondo anno
là dove non ti volevo, qui dove ti voglio
siamo qui ed io non ne so niente
di questo posto

Accadono i soliti lunghi pranzi e s’annaspa
nei soliti assuefatti discorsi
e quando ci pesiamo sulla sedia

stiamo zitti e ci sorridiamo da spazio 
                                                                              a spazio

come se lo spazio non ci fosse

è una giornata di sole
questa è una lunga primavera d’ottobre
regalata ai miei vent’anni
ai loro trenta, quaranta, cinquant’anni
Il tentativo di una giornata felice

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.