Gianluca D’Andrea: Forme del Tempo


Gianluca D’Andrea continua a dispiegare, accanto a una molto significativa attività poetica, una ricerca teorica, un’attività di studio, una riflessione di carattere critico, sociologico, politico e storico davvero degne di nota e meritevoli di essere seguite; a Postille (tempi, modi e luoghi del contatto), volume edito presso L’Arcolaio nel 2017, segue ora Forme del Tempo (Letture 2016-2018) pubblicato da Arcipelago Itaca; è un libro complesso, abitato da molteplici voci delle arti, della filosofia, della storia, un volume che fa piazza pulita (se ce ne fosse ancora bisogno) del puerile pregiudizio di una poesia “ispirata” ed “espressione dei sentimenti più autentici e sinceri  dell’autore”…  Gianluca dimostra, sia con i suoi libri in versi che con questi sondaggi nelle vaste e impervie regioni della critica, della riflessione e della teoria letteraria, dell’analisi storica, sociale e politica, che la scrittura si costruisce, invece, come processo e progetto difficile e a volte faticoso, altre volte colmo di slancio e d’intuizioni, sempre consapevole e presente a sé stesso, materiato anche dell’universo esperienziale personale, certo, ma lontanissimo dalle atmosfere estenuate e “confessionali”, chiuse e soffocanti che ancora incontrano il favore degli editori e del pubblico.  Questo libro offre, infatti, anche un modo di scrivere originale e in linea con molte esperienze internazionali, composto com’esso è di versi, di citazioni, di passaggi in prosa, di luoghi vicini all’aforisma e di luoghi più ampi di riflessione e di meditazione, capace, quindi, di superare i confini tra i generi, rispondendo in tal modo a una realtà altrettanto complessa; questo lavoro è esigente nei confronti di un lettore che dev’essere desto e attento, disposto a muoversi nel ventaglio davvero vasto di riferimenti e di suggerimenti e anche felice di farlo  – sempre si avverte una vibrante presenza del pensiero, acuminatissima sonda, sensibile antenna, sguardo aperto e libero. L’autore attraversa (anche con coraggio, oserei dire) la nostra contemporaneità portando con sé memoria personale e collettiva del passato, interrogandosi sul futuro, adoperando la lingua (ricca, colta, avvertita, elegante) quale mezzo privilegiato d’espressione, certamente, ma anche di confronto con temi e situazioni e problematiche (l’ho già sottolineato) non facili, talvolta perturbanti, complessi, mai consolatori. Consiglio a chi si aspetta dalla scrittura risposte facili e rassicuranti di non acquistare questo libro. (A. D.)

Con mio grande dispiacere, ma esistono i diritti d’autore che non vanno violati (ci mancherebbe!) e perché gli spazi di un “blog” non sono, in fondo, vastissimi, ho potuto scegliere soltanto 2 dei 50 “capitoli” in cui è articolato il libro.

 

3. FIGLI E NIPOTI DEL BENESSERE?

La mia generazione è figlia di quel benessere, quella parentesi della storia che va dal secondo dopoguerra alla fine del XX secolo. 1976: l’anno dell’eutanasia, anno del drago – MAO – Cina coinvolta nell’occidentalizzazione del mondo. Non esiste “occaso”, andiamo fuori dai nomi, esiste un segnale di distruzione – “distruzione della distruzione”, ancora Heidegger – un complotto, una “complicità” negli stessi interessi tra le nazioni del complotto. Dall’autodifesa al modello, lo “stile” di vita – quale “stile” di vita? Quale “nuova” illusione? Questo ci ha lasciato la Guerra Fredda.
La mia generazione è passata da quest’infanzia “fredda” – ma poi gli anni ’90, dopo il disgelo si riproduce un conflitto “caldo” nel seno dell’Europa, anzi a causa del “dis-gelo”. La Jugoslavia doveva frantumarsi, un piccolo dinosauro comunista, spartiacque necessario, meglio se sbriciolato, perché facilmente indirizzabile all’occaso. L’ideologia della caduta, occidente è l’occasione perduta dall’uomo per dimenticare la dimensione dialettica del supera-mento dell’Altro; la speranza dissolta di un adattamento irraggiungibile al contesto, alla terra, e che diviene la costante ri-creazione del mondo.
La mia generazione non si è mai svegliata dal sogno di una pace che dirottava ogni conflitto fuori dall’occidente. L’occasione dell’abbraccio globale sotto la bandiera dell’occaso ha aperto il desiderio di un sonno artificiale, perpetuamente pacifico, poco prima di un “nuovo inizio” che prende avvio dalla “distruzione” del “vecchio” uomo (ancora Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger).
Non ci sarà l’abbraccio di un contatto auspicato da alcuni – la carezza di Nancy – ma l’affermazione di un “dispositivo” della di-menticanza (Foucault, Deleuze, Agamben), una metafisica esponenziale, cioè un oblio nella presenza.
«La vita è una cosa pubblica» (J. Conrad, Con gli occhi dell’occidente), se è così – ed è così – occorre esercitarsi a comporre una strategia del nascondimento. Forse siamo impegnati in uno sdoppiamento – e anche più. Più identità che dovrebbero difendere un’intimità sempre più a rischio. L’identità pubblica esaspera la sua esposizione e lascia in ombra la zona, il nucleo intimo che gode nel suo essere nascosto, l’angolo riservato eppure ricco di finestre da cui affacciarsi. Ma sappiamo che il tipo di voyeurismo che ci illude dell’autonomia nella scelta, ricade nel controllo di chi costruisce comandi, in un gioco molteplice di scatole cinesi. Si è già consolidata una gerarchia di potere – non un panopticon, ma un intreccio di occhi: la visione è così ampia eppure ristretta al controllo e alla manipolazione dei dati, o meglio degli accessi, degli “affacci”. Capito questo, occorre fingere e manipolare la propria finzione. Dimensione frustrante ma unica per mantenere autocontrollo in un contesto di controllo rivestito di angoscia, attivata nello spaccio della sicurezza. L’applicazione della sicurezza.

 

50. AD INFINITUM

Nel racconto Dalla veranda (The Overloaded Man) Ballard ci presenta il suo protagonista, Faulkner, mentre sta «diventando matto a poco a poco».
La sua “follia” consisterebbe nella ricerca metodica di una fuoriuscita, realizzabile attraverso la scomparsa della percezione come in un’esperienza allucinogena («l’effetto era simile a quello della mescalina e di altri allucinogeni»), dal mondo.
Non è un caso che il protagonista di Ballard si chiami Faulkner, infatti, lo stesso sembra un Compson (Benjy) in fuga dal tempo “industriale” (oggi diremmo “consumistico”) e dalla ripetitività delle forme.
Una fuga che avviene dal cunicolo della percezione ed è scomparsa, dissoluzione di un reale opprimente che non risparmia il soggetto («Potrei arrivare a uscire dal tempo»; «Non puoi chiudere gli occhi di fronte al mondo. La relazione soggetto-oggetto non è così antitetica come potrebbe far pensare il “Cogito ergo sum” di Cartesio. A ogni svalutazione che fai del mondo esterno, corri-sponde una svalutazione di te stesso»).
Ma l’autodistruzione risiede nel rifiuto di un ordinamento. Così, il Faulkner di Ballard è un altro signor K. della storia letteraria che – un po’ come il Torrance di King-Kubrik o i protagonisti di Kafka – nella sua dissoluzione, portata a termine con gli strumenti stessi della tortura (razionalismo e struttura), prova a difendersi da un sistema oppressivo e uniformizzante – ad infinitum.

Annunci

1 commento su “Gianluca D’Andrea: Forme del Tempo”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.