La parola eterna di Ilaria Seclì. La potenza evocativa dell’ “Impero che si tace”

Mi fa grandissimo piacere poter ospitare sulla Dimora del Tempo sospeso quest’intervento critico di Annalucia Cudazzo; il lettore curioso e interessato ad approfondire può trovare notizie relative alla studiosa salentina alla fine di questo suo studio articolato e appassionato; ringrazio Ilaria Seclì per aver fatto da tramite tra Annalucia e me e saluto un’altra persona “complice” di quest’incontro, vale a dire Simone Giorgino.

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«Bambini educateci a voi» (p. 110): esplode la parola di Ilaria Seclì in quest’opera magmatica e affascinante che esorta il lettore ad abdicare a ogni sovrastruttura mentale e a rinunciare alle rigide convenzioni sociali per tornare alle essenze, alla semplicità dell’infanzia, a quel residuo di purezza – che il tempo e la vita corrompono – che rimane depositato nel fondo della coscienza di tutti gli uomini. L’impero che si tace (Ladolfi, 2019) ci insegna l’importanza di calibrare l’animo al fine di ribaltare quella normalità cui si è abituati, cui si è costretti a sottostare, riscoprendo un atteggiamento simile a quello dei Felici Pochi del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, caratterizzati da un’autentica «fame di esistere», e approdando alla serena consapevolezza di essere «cose del creato» (ibid.). All’armonia del «C O S M O» (p. 96) si può giungere solo attraverso un passaggio obbligato nel caos, solo osservando il mondo senza pregiudizi, con la verginità di uno sguardo che si riscopre sempre nuovo, capace finalmente di accorgersi di quello che a lungo ha avuto di fronte. E non è un caso che l’opera si apra con tre citazioni – di Cristina Campo, di Giobbe e di Alberto Savinio – che riconducono alla necessità di saper guardare ciò che è nascosto dietro le apparenze, di cogliere i collegamenti fra le cose e di comprendere l’ineffabile. Lo stesso titolo potrebbe andare, infatti, in questa direzione: cosa rappresenta l’impero che si tace? L’impero potrebbe rappresentare il mondo costituito da tutto ciò che ha un grande valore, ma che resta invisibile, nascosto, o perché non viene preso in giusta considerazione, dunque viene taciuto, oppure perché preferisce volontariamente restare in ombra. È a questo che punta l’attenzione di Ilaria Seclì: ci troviamo di fronte a un io lirico che non si concentra mai su di sé, ma di cui emerge nitidamente la sensibilità verso ciò che viene tralasciato, ignorato, addirittura non visto. L’autrice, dunque, si mette da parte, comparendo raramente all’interno dei testi che compongono il suo Impero, ma senza rinunciare a interpretare il mondo oggetto della sua scrittura in modo singolarissimo.
Il primo testo, quasi esergo dell’intera opera, anche in virtù della sua impostazione grafica – scritto in corsivo, al centro e sulla destra della pagina – fa subito comprendere la peculiarità del suo stile, che esige grande attenzione da parte del lettore: a lui Seclì chiede di rinunciare al bisogno di collegare necessariamente il significante al proprio significato, di mettere da parte il desiderio di dover decifrare ogni parola; L’impero che si tace pretende che chiunque si accosti alla sua lettura si spogli di qualunque pregiudizio e si avvicini in maniera differente a come è abituato a fare con ogni altro libro, abbandonandosi al ritmo sostenuto delle parole. La scrittura di Ilaria Seclì trascina in un vortice di vibranti sensazioni, riuscendo a sospendere il tempo, consegnando la parola al «per sempre» (p. 7). Sovvertendo gli elementi tipici della comunicazione ordinaria, l’autrice si dimostra capace di trasformare la realtà che descrive e di collocare ogni elemento in un’eternità che non conosce morte; infatti, nonostante la velocità con cui si susseguono senza interruzioni le immagini, esse rimangono impresse nella mente del lettore che continua a riflettere sul loro senso.
L’impero che si tace è un’opera visionaria, composta da brevi testi, frammenti di ricordi che emergono dalla memoria e schegge di vita nel loro divenire che vengono trasformati in parole: tutto assume un nuovo valore, come, ad esempio, le tante città e le località che vengono nominate (Lecce, San Cataldo, Grado, l’isola di Kampa a Praga, Porta Venezia a Milano, Trieste, Parigi, Cividale del Friuli, Alsazia, Pozzis, e altre). Non si tratta semplicemente di luoghi che chiunque può visitare. Da concreti luoghi geografici diventano luoghi dell’anima, privi di una vera e propria collocazione territoriale, astorici e carichi di un’aura magica. Lo stile linguistico dell’opera rivela una ferma opposizione alla piatta comunicazione ordinaria e ribalta ogni schema, incluse le norme sintattiche: la frenesia e l’omologazione del quotidiano portano, quasi come un contrappasso, a un esito di armonia, di ritorno all’essenziale. È questo che lega come un filo rosso i racconti contenuti, oltre al clima di incanto che Seclì riesce a creare, scegliendo i soggetti più improbabili e calandoli in atmosfere oniriche. Originalità e forza evocativa sono dunque, senza dubbio, le due caratteristiche più evidenti di questo libro, costituito da una trama di parole che suggeriscono e pretendono che il lettore capisca il senso intrinseco senza spiegazione alcuna.
L’impero che si tace è ammaliante, le sue pagine attraggono irresistibilmente lo sguardo del lettore, che ne resta intrappolato; una peculiarità questa che rende immediatamente riconoscibile l’opera e che può farla assimilare forse a un altro straordinario libro, un piccolo gioiello della letteratura del Novecento, En bas di Leonora Carrington. Accostandoci a un giudizio di André Breton sulla pittrice, si potrebbe affermare che anche Ilaria Seclì dimostri un’inaudita capacità di circolare senza problemi a doppio senso fra il mondo del reale e il mondo del sogno, in un’oscillazione continua «di ciò che è vivo e vive tra le cose morte» (p. 12). Anche le foto presenti all’interno del libro suscitano queste sensazioni, perfettamente in linea con le parole dell’autrice.
Si avverte un profondo e attento lavorio da parte della scrittrice sulla parola e sul suono: si cristallizzano alcune espressioni incontrate nel corso del libro che diventano forti come massime austere e incontestabili e appaiono rivelazioni di misteri arcani; tutto vive nella staticità del tempo, in un’atmosfera di surreale silenzio che è la culla della bellezza, è segno di un’atarassia che non può stridere col «destino dell’uomo» (p. 17), è la tacita ribellione di ciò che è muto all’isteria del mondo mercificato, perché ciò che conta, secondo Seclì, è essere consapevoli, sulla scia degli insegnamenti del Qoelet, della «vanità del tutto, a gloria e ferita di ciò che è perso e fu grande» (p. 17). Frasi ad effetto sono disseminate in tutti i testi; solo alcuni esempi: «lo spazio regolato da altre esigenze è utile solo per le misure esatte del loculo» (p. 20); «non chiamatemi più straniera. Sono qui in avanzo di presenza e senza volontà» (p. 23); «l’inferno a volte è una necessità» (p. 41). Ben visibile è la venatura poetica che percorre l’intera opera, ricca di figure retoriche, soprattutto di sinestesie e metafore che danno l’idea di trovarsi in una grande allucinazione (si prendano due scene ad esempio: «ora c’è un gatto al davanzale, fuma, compagno muto e senza pensieri», p. 19; «le montagne non girano il collo, ma è chiaro il rapporto che le lega al peso che hanno sulla nuca», p. 29); questa sensazione è simile a quella suscitata dalla letture di un’altra opera francese, la raccolta di «fantasie in prosa» di Aloysius Bertrand, Gaspard de la Nuit. Fondamentale è evidenziare come la scrittura di Seclì, per essere colta in tutta la sua straordinaria potenza, richieda una lettura ad alta voce, in quanto appare pensata per l’oralità, grazie alle diverse esclamazioni, alle formule tipiche del parlato e, più in generale, grazie alla grande attenzione riservata al ritmo e alla musicalità. L’autrice sembra essere onnisciente, sembra conoscere i misteri più profondi della realtà, grazie alla sua fusione con la natura, come avviene in Lettera, testo dal tono quasi fiabesco che racchiude molti elementi portanti di tutto il libro: «ero sola e ho cominciato a trasformarmi in corteccia insetto muschio foglia tana becco» scrive Seclì (p. 24).
La seconda parte dell’opera è intitolata Amnistie ed è qui che si sprigiona senza mezze misure l’abilità della scrittrice di lasciar scorrere il flusso dei suoi pensieri, in cui emergono personaggi che si possono facilmente riconoscere come, fra i tanti, le due donne amate da Montale Irma Brandeis e Drusilla Tanzi, Paolo di Tarso, Sylvia Plath, Virginia Woolf e Carmelo Bene. Furiose si susseguono le immagini che l’autrice riporta su carta, coinvolgendo sempre più il lettore, intensificando la sensazione di incanto, ora carica di valori quasi profetici, che caratterizza l’opera. L’autrice gioca con i segni grafici, con le maiuscole e le minuscole, con i numeri che tanto peso hanno nel corso dell’Impero; questo contribuisce al senso di smarrimento che inizialmente si avverte, inevitabile in un’opera che cerca di confrontarsi con l’assoluto, che scava nell’ignoto, che non teme di affacciarsi sull’abisso e di indagare il vuoto. Ne scaturisce così uno stile ricco e caotico, che rievoca le forme del barocco, che ci consegna un mondo visto e interpretato dalla prospettiva di chi sembra trovarsi quasi in uno stato febbrile, come avviene, ad esempio, in uno dei testi più coinvolgenti: Amnistia, amnistia! O Angelo Midì.
È difficile rendere davvero giustizia al fascino delle parole di Ilaria Seclì: «Non concepisco ci siano organi all’interno. Mi convinco che dentro sono trasparente. Trasparente.» (p. 97). Si assiste, dunque, anche a un processo di dissoluzione del corpo, una percezione differente di sé, che permette di avvicinarsi al silenzio, a quella fusione con il cosmo tanto desiderata, innescando un meccanismo di metamorfosi senza fine. Il ritmo sussultorio e incalzante si trasforma in vibrante emozione nel petto del lettore: si commuove dinanzi all’affetto dell’autrice verso la città «malata» (p. 98), si sente spogliato da ogni difesa di fronte all’appello alla madre che lo catapulta all’improvviso nella dimensione dell’infanzia («Mamma che hai fatto la pelle morbida di bimba guardami qui», p. 97), trema di fronte alla smania di cui è preda Seclì e si sente confuso come lei pensando a quel ragno cresciuto e poi improvvisamente ammazzato («Ma come ho potuto pensare di voler uccidere quel ragno?», p. 98). Si diventa sorprendentemente leggeri con le parole, dalle sfumature quasi sacre, dell’Impero che si tace, perché Ilaria Seclì, attraverso la serietà del mondo che sfiora, consegna al lettore uno strumento di conoscenza di sé e di ciò che ha attorno, rivelando e dimostrando che «il mondo così come ci sembra non esiste» ma che «è il linguaggio la trappola mortale» (p. 103).

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Annalucia Cudazzo (1993) ha conseguito la laurea magistrale in Lettere Moderne, presso l’Università del Salento, nell’anno accademico 2016/2017, con una tesi in Letteratura italiana contemporanea dal titolo L’in-canto poetico di Claudia Ruggeri. Analisi filologica e proposte d’interpretazione. Per il suo percorso di studi è stata annoverata dal consorzio interuniversitario Almalaurea fra i neolaureati più meritevoli del 2018, ricevendo il titolo di «professionista accreditato» dalla Fondazione Italia-USA, presso la Camera dei Deputati. È nella redazione del Centro di ricerca PENS (Poesia contemporanea E Nuove Scritture) del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università del Salento. Diversi suoi contributi sono apparsi su alcune riviste di letteratura. Ha curato l’edizione critica e commentata delle opere di Claudia Ruggeri: C. Ruggeri, Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso, a cura di A. Cudazzo, Neviano, Musicaos, 2018.

 

2 pensieri riguardo “La parola eterna di Ilaria Seclì. La potenza evocativa dell’ “Impero che si tace””

  1. AnnaLucia Cudazzo offre qui una lettura critica di grande profondità analitica, ponendosi in forte adesione empatica con un libro che reputo centrale nella produzione poetica attuale italiana. Ogni aspetto , straordinario e perturbante, reale e visionario, umano e cosmico, di questa scrittura luminosa di Ilaria Seclì, emerge con chiarezza e commovente vicinanza. Una lettura critica da parte di una giovane promettente studiosa, che ogni poeta sogna per la propria opera, e pure necessaria per i lettori avidi di poesia di spessore.
    Annamaria Ferramosca

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