Le voci del coro

Yves Bergeret

L’uomo inadeguato / L’homme inadéquat

Traduzione di Francesco Marotta.
Il testo originale è qui.

*

(Sicilia, febbraio 2011)

1
E quest’uomo è giovane
e ospita nel suo petto
tre nuvole di lontana provenienza
e nel suo ventre
alcune tenaci colline di olivi.
Il suo sesso lo lascia libero
per imprevedibili meraviglie.
Nelle gambe ha tenuto un po’ di spazio
per degli arbusti ondeggianti.
La sua testa è un vortice di ritornelli abbozzati
estremamente leggeri;
arriva a chiedersi
se essa non sia la grotta
da cui si svuota l’orizzonte.

*

2
La pelle delle sue mani è chiarissima.
Una perdita ne cancella pieghe e rughe,
quella di un’altra musica finita sotto le ceneri,
nelle fondamenta di case bruciate
e lontana dietro le trepidazioni del cuore.

Ma lui cerca sempre
e molto ostinato sa che quella musica l’aspetterà
sotto un albero un mattino o nell’ombra di un sorriso.
Può darsi sia il vulcano a concedergli quel sorriso.

*

3
Molto accorto,
a seconda degli umori e dei giorni
egli è un muro di pietre secche
o un banco di ciottoli nel torrente.
E’ il vento che lo attraversa o l’acqua
a seconda degli umori e dei giorni
ma sempre ci rimanda in un riflesso selvaggio
uno sciame di parole
che giocano nelle nostre gambe
prima di fuggire dall’altro lato del pentimento
lasciandoci esausti e afflitti,
ancora stupiti sulla terra grigia.

*

4
Di lui non si conosce che un viso abbastanza liscio
e un nome un po’ strano in cui stridono
delle reliquie di apostoli.
Insomma un’apparenza di normalità locale.
Ma io vedo un’altra pelle risplendergli già sotto la fronte,
vedo che plasma nelle sue mani pallide
la carne di un altro destino
di cui non sempre riesce a trovare la colonna vertebrale.
Ciò che prenderà il posto del sangue è l’acqua limpida
di una parola che talvolta incontra.
Così chiara e profonda
che anch’essa gli schiarisce continuamente le mani.
E disseta pure qualche sbruffone dell’isola.
Sbruffoni eppure tutti molto adeguati.
Ma hanno ancora occhi per leggere
e orecchie per intendere?

Un altro destino, qualche vertebra bianca
nella sabbia nera, due o tre volti senza identità.
Senza identità? Non ha importanza.
Una luce, una parola così limpida, così profonda.

*

5
Mi è capitato di non riuscire a scorgerlo in città,
a tal punto si sente frastornato,
un braccio fasciato,
una gamba piegata distesa nell’incantesimo del mare,
un braccio allungato al sole in un giardino,
una gamba affondata nella rabbia di un incrocio.
Perché per lui vivere in città è prendere parte a venti tragedie
nessuna delle quali è grande né va mai a finire.
Abitare da qualche parte non sa cosa sia,
vivere con qualcuno gli è impossibile,
è davvero confuso.

Tuttavia ciò che lo fa tornare in sé
è il luccichio di parole che arrivano senza sosta dal largo
o anche da un altro continente
o anche da oltre un immenso deserto di pietra e sabbia,
un miscuglio ancora privo di senso per lui,
parole che gli graffiano la pelle delle spalle,
che gli raschiano la pelle delle gambe.
Del sangue gli cola via lentamente,
delle gocce sul marciapiede
con minuscoli cristalli di sale e di sabbia:
egli piange le lacrime della città.

Ciò che lo rafforza è questo luccichio di parole
di cui nessuno riconosce la lingua, nemmeno lui.

*

6
Risale il pendio del vulcano
per ogni evenienza.
Seguendo le orme di un vecchio lupo.
I panorami in lontananza potrebbero aiutarlo.
Ma i torrenti di lacrime e le trecce di lava
non lo fanno ridere né respirare più profondamente
perché viste nude e di profilo le epopee
rischiarano solo se stesse: insomma liturgie meridiane,
quasi inutili, salmodianti la verginità perenne
di questa montagna, il vulcano, dio vergine.

Eppure sotto i detriti un fragore,
eppure sotto la cenere un crepitio,
eppure sotto l’ombra del vento un rimbombo,
eppure sotto la nuvola un canto.

*

7
Lui ascolta. La musica. Non viene dal vulcano.
Che brontola.

Ascolta.

Un coro. Le cui voci salgono discendono
perdendosi meravigliosamente una alla volta
nelle profondità della terra e del mare
da dove rinascono nelle parole
nuove e limpide
di una lingua dalle radici antichissime
che abbevera il sole e il vento
e taglia, di traverso,
i nostri cespugli di domande
e le nostre notti gravose.

*

8
E’ inadeguato.
E’ nato in un mondo separato
che lo dissemina ai quattro venti dell’isola.
Ascolta.
La separazione non gli perdona di ascoltare.

Non è docile, lui. Ha visto la sua dispersione.

Poiché inadeguato, può ascoltare.

Cerca nel dedalo delle vie,
sulle pendici sconnesse del vulcano,
nelle ondate selvagge del mare
l’unità del canto.

Il canto è fioritura d’alpeggio,
molteplice nell’unità.

Che una parola chiara e semplice
ne sia la linfa.

*

9
Dal coro, delle voci salgono e discendono
nelle profondità del corpo, della sabbia e della cenere
da dove riportano parole chiare come giovani cristalli
che una luce di pace solleva fino alle labbra.

Ma esse già si tacciono
e le parole scivolano
sul debole flusso grigio che filtra tra di loro
e si oscurano
come un addio sotto una misera promessa.

*

10
Dal coro, delle voci passano e ritornano
tra le banchine del porto e le volte delle cripte
riportando frutti lunghi come nuvole
sulla cui pelle si leggono parole per salutare
lo straniero che nuota ancora sotto il cielo
e il bambino che disegna il suo sacrificio
sulle ginocchia del padre.

*

11
Salgono e discendono le voci
nelle profondità dell’uomo solitario e della donna muta
da dove rinascono maledicendo gli dei cinici,
voci belle come fiori in gemme
di cui il bambino più piccolo offrirà un infuso al primo dio venuto.

Discendono e salgono le voci del coro
nelle profondità del mare e della sabbia
da dove tranciano con uno scoppio di risa
le palizzate di vetro e i compromessi di legno
per farne trespoli dai quali altre parole con movenze di danza
curvano il vulcano verso l’acquiescenza.

*

12
Dal coro salgono e discendono le voci
nelle profondità del cratere
e nel cuore dello scoglio in pieno stretto
da dove ritornano con braccia cariche di liane rosse
che si arrotolano intorno alla paura,
liberano lo sguardo,
slanciano l’ascolto,
uniscono il mondo sparso;

da dove ritornano
sciogliendo tutto ciò che divide l’isola,
disperdendo, infima polvere nel vento,
adeguatezza e inadeguatezza.

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