Sguardo, sguardi. Finestre

nadotti_berger_kunowskyEcco L’intatta coerenza dello sguardo di Maria Nadotti – e desidero fare due precisazioni (la prima generale, la seconda di carattere personale) nell’introdurre questa magnifica proposta apparsa nelle ultime settimane nella collana Prova d’Artista curata da Domenico Brancale per le Edizioni della Galerie Bordas di Venezia: Maria Nadotti è scrittrice, saggista e traduttrice generosa che mette spesso la propria scrittura (limpida ed elegante perché espressione di un pensiero limpido ed elegante) al servizio di altre scritture altrettanto generose e decisive nella nostra contemporaneità e mi limito qui soltanto a ricordare quanto si sia adoperata perché in Italia si venisse a conoscere il pensiero di bell hooks; devo a lei quella che mi piace chiamare “la mia passione bergeriana”, dal momento che nella mia biblioteca sono presenti pressoché tutti i libri di John Berger tradotti e spesso introdotti o commentati da Maria Nadotti ed è stato proprio il tramite di questi commenti,  introduzioni e traduzioni che di volta in volta mi ha spinto a comprare un nuovo volume di Berger   –   –   –   bruciante agisce in me il rimpianto di non avere mai avuto l’occasione d’incontrarlo. 

La “fedeltà bergeriana” (posso dir così?) di Maria Nadotti trova ora anche in questo splendido quaderno calda e delicata espressione. Si tratta infatti di un’opera comprendente una photogravure e cinque riproduzioni di dipinti di Rostia Kunovsky, 15 fotografie scattate da Maria Nadotti nell’atelier di Kunovsky a Châtenay-Malabry in occasione della visita resa all’artista di origine ceca da Maria e da John Berger nel pomeriggio del 9 giugno 2015 e 10 brevi testi di Maria Nadotti (l’autrice li chiama “note”) dedicati a Berger, a Kunovsky e a quell’incontro.    

 

“Il numero delle vite che entrano nella nostra è incalcolabile”, ha scritto John Berger in una pagina di Qui, dove ci incontriamo

Oggi, tracciando con immagini fotografiche e parole questo breve ritratto dell’amicizia tra il pittore Rostia Kunovsky e il narratore John Berger, torno a pensare a quella frase, perché il suo senso mi appare più luminoso che mai: la vita individuale si dà perché in essa entrano, effimeri o per sempre, tanti tu/voi che danno all’io/noi un corpo e un tempo e un corpus di idee, pensieri, sentimenti, emozioni, passioni, ricordi, occasioni mancate, rimpianti (M. N.)

 

Questo è il primo testo che, introducendo l’intero quaderno, dà ragione di una passione per l’arte e per la libertà che sanno dare senso e significato all’esistere, che ne fondano e alimentano l’incessante energia, la necessitata apertura verso quello che è altro, ospitalità dello sguardo e del pensiero.

 

L’attività di sguardo e di ascolto di JB non è stata forse una costante, instancabile verifica dell’impossibilità di disegnare una soglia tra ciò che siamo e ciò che di continuo diventiamo nella relazione con quanto ci circonda? (M. N.)



Amo cogliere in queste parole di Maria l’accorata, affettuosa riflessione su anni di legame amicale e intellettuale con John Berger, l’individuazione dei valori di un’opera senza pari, oggi possiamo affermare di un’eredità etica e intellettuale capace di sostenerci e orientarci in quest’ennesima fase di capitalismo selvaggio e predatorio. 

 

Nell’atelier di Rostia, a Châtenay-Malabry, sobborghi meridionali di Parigi, mi ha portata per la prima volta John Berger il 9 giugno 2015. In verità mi ci aveva già accompagnata una ventina di anni prima, nel 1996, grazie a uno dei suoi formidabili ritratti d’artista (M. N.)

 

E se prendo in mano proprio Ritratti (il Saggiatore, Milano 2018), dalla pagina 581 alla pagina 588 leggo due interventi (il primo datato 1996, il secondo 27 settembre 2013) dedicati a Rostia Kunovsky e il secondo ha un attacco formidabile: «Ho un amico di nome Rostia Kunovsky» (p. 583). John Berger scrive poi, dopo aver ribadito la sua ammirazione per l’opera dell’amico pittore: «La stampa mondiale di tanto in tanto mi descrive come una delle voci più influenti che scrivono di arti visive. Eppure non sono mai riuscito a convincere nessuna galleria o curatore d’arte a occuparsi del lavoro di Kunovsky. Per i circuiti dell’investimento e della promozione non ho voce. Così sia» (p. 584). 

E scorgo il riflesso di queste parole in quanto Maria Nadotti a sua volta scrive:

 

La promessa di non smettere mai di dipingere. // Una promessa che non ha niente a che vedere con il mercato, con le gallerie, con la critica. Si dipinge perché non si può non dipingere, perché dipingere è un modo di stare al mondo, di guardarlo, interrogarlo, coglierlo di sorpresa e lasciarsene cogliere di sorpresa. Incessantemente, ostinatamente, furiosamente. Senza fretta. Con tutto il tempo del mondo (M. N.)

 

Lo si coglie perfettamente nelle fotografie: lo spazio è luminoso, chiarissima è in John Berger e in Rostia Kunovsky la gioia d’incontrarsi, i dipinti di grandi dimensioni ricolmi di finestre e agitati da un’energia insopprimibile vengono distesi sul pavimento oppure appesi ai telai mentre Berger osserva, divertito e concentrato; scrive Maria:   

 

Quel pomeriggio di giugno del 2015 – John morirà il 2 gennaio del 2017, diciotto mesi dopo – insieme ai lavori di Rostia e al suo modo straordinario di mostrarceli, mi incanto a guardare come John li guarda e come Rostia guarda John che li guarda. Di parole ne passano pochissime. Sembrano due muratori o due boscaioli al lavoro, comunicano col corpo, con gli occhi e con le mani, mezzi più veloci e meno ambigui delle parole. Non si fa così sui cantieri o nelle foreste quando si abbattono gli alberi?

 

Mi vien fatto di chiedermi: modi di guardare? sì, perché anche la scrittura è sguardo e un pittore che guarda uno scrittore mentre guarda i dipinti del pittore e una fotografa che con lo sguardo della mente e della macchina fotografica guarda il pittore e lo scrittore entrambi nell’atto di guardare si specchiano poi tutti e tre (mise en abîme) nei dipinti, in quelle centinaia di finestre che guardano e che vengono guardate. L’obiettivo fotografico di Maria Nadotti riveste il medesimo ruolo della traduzione: Maria eclissa sé stessa affinché significati e sensi di un incontro, di un testo possano emergere in tutta la loro bellezza di atti di vita e di pensiero – ma, se le fotografie vengono a essere così coinvolgenti e piene di calore, se i testi tradotti risuonano in lingua italiana così limpidi e prossimi a chi li legge, è perché chi traduce in immagine o in italiano possiede a sua volta la medesima energia intellettuale e umana di chi ha scritto il testo nella lingua originale, di coloro che hanno partecipato a un incontro come quello tra Kunovsky e Berger. Le note di Maria Nadotti sono il racconto e la riflessione e su una lunga consuetudine con Berger e su di un pomeriggio nella casa-atelier di Rostia Kunovsky – che esse vengano affidate a un’edizione limitata come questa di Prova d’Artista ne preserva l’intimità e la discrezione di un affetto e di un legame indissolubili, ma va incontro anche a coloro che, avversi alla superficialità e alla vuotezza di scritture governate e condizionate dalla dittatura del mercato, cercano e trovano oasi di luce e di libertà.   

*

All’insaputa l’uno dell’altro Mauro Leone e io abbiamo pensato di proporre nei nostri rispettivi spazi pressoché contemporaneamente quest’Intatta coerenza dello sguardo e volentieri rimando al bel “post” di Mauro sulle Nature indivisibili, ma anche al sito della Galerie Bordas e a quello di Rostia Kunovsky.

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1 commento su “Sguardo, sguardi. Finestre”

  1. La promessa di non smettere mai di dipingere. // Una promessa che non ha niente a che vedere con il mercato, con le gallerie, con la critica. Si dipinge perché non si può non dipingere, perché dipingere è un modo di stare al mondo, di guardarlo, interrogarlo, coglierlo di sorpresa e lasciarsene cogliere di sorpresa. Incessantemente, ostinatamente, furiosamente. Senza fretta. Con tutto il tempo del mondo (M. N.)

    L’abc che dovrebbe essere somministrato come booster a certa nomenclatura della poesia contemporanea.

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