Un brindisi alla poesia

Nicolas Fréry

René Char, Alla salute del serpente.
Analisi critica e commento.

Il testo originale si legge sul sito Numance-Lettres.
Traduzione di Francesco Marotta.

Sulle orme di Baudelaire (“Il Serpente che danza”) e Valéry (“Abbozzo di un serpente”), Char colloca diversi suoi poemi sotto il segno del serpente. Già dal 1931 evoca “l’avvicinamento dell’invisibile serpente” (“Tu apri gli occhi”). In Furore e mistero, l’immaginario legato ai rettili appare in “Suzerain” (“un fiume pieno di spire di serpenti”; “nella gola del serpente che sorrideva”), una famosa poesia che precede un testo intitolato “Alla salute del serpente”.

La più lunga tra le poesie del Poema polverizzato, “Alla salute del serpente”, mostra tracce evidenti della polverizzazione annunciata nel titolo della raccolta: infatti, insieme a “Perché niente vi sia cambiato”, è l’unica poesia di Furore e mistero a essere costituita di aforismi. Il titolo enigmatico del testo, che trae la sua unità fonetica dal gioco di nasali e sibilanti (salute/serpente), diventa più chiaro se consideriamo le allusioni al libro della Genesi che percorrono il poema. Invocando il serpente, è proprio l’orizzonte biblico del peccato originale che Char fa rivivere per meglio sovvertirlo, come già nella poesia “Evadné”.

Ma quale significato attribuire alla prima parte del titolo, “alla salute”? La locuzione è generalmente usata nel contesto, apparentemente prosaico, degli auguri che i convitati fanno alzando i loro bicchieri, secondo la pratica antichissima del brindisi. Ebbene, nell’Antefatto del Poema Polverizzato, Char scrive, a proposito di “Alla salute del Serpente”: “il mio brindisi è rivolto a te“. E’ noto che il brindisi ha trovato una dignità poetica nel “Brindisi funebre” di Mallarmé e nella poesia “Salute”, testo di apertura delle sue Poesie, dove, sullo sfondo del legame tra ebbrezza e poesia, la “schiuma” dello spumante diventa la schiuma del mare sul quale i convitati partecipano a un viaggio onirico. Il brindisi implica un’enunciazione e una prassi particolari: il destinatario, la parola augurale, la raccomandazione gioiosa e, allo stesso tempo, solenne; tutte caratteristiche che ritroviamo in “Alla salute del serpente”. I ventisette aforismi possono essere intesi come un brindisi alla poesia o, più precisamente, a quella forza che la poesia ha di preannunciare “la vita futura nell’animo dell’uomo rigenerato” (XXVI).

Proporrei quindi di leggere il poema come un brindisi insolito, prima di analizzare “Alla salute del serpente” come una riflessione, ispirata dal libro della Genesi, sulla venuta nel mondo e poi verificare in questo poema un’aspirazione plurima alla rigenerazione.

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Come avviene nel brindisi, in “Alla salute del serpente c’è una celebrazione e un auspicio. L’incipit e la conclusione del poema sono rivelatori in questo senso: le prime parole, “io canto”, apertura poetica per eccellenza (si pensi all’epica antica), annunciano che sta per essere reso un omaggio, e il poema termina con la parola “desiderio”, particolarmente evidenziata in quanto la rosa è per Char un simbolo di speranza (si veda la poesia “La Rosa di Quercia”). È interessante confrontare “Alla salute del serpente” con la sua controparte in Il mondo anteriore, il testo “Perché niente vi sia cambiato”, il cui titolo implicava anch’esso un desiderio: quello di una permanenza protettiva nonostante gli scossoni della storia. In “Alla salute del serpente”, il primo oggetto di celebrazione, a partire dal frammento §1, è “l’ardore che ha volto di neonato”, che può evocare in filigrana un brindisi fatto in occasione di una nascita o di un battesimo, nel quale i convitati avrebbero condiviso un pasto. Sappiamo che il motivo del pasto in comune ha la sua rilevanza nei Foglietti di Hypnos (§131, “a tutti i pasti che consumiamo insieme, invitiamo la libertà a sedersi”) e il gesto della condivisione del pane, nel frammento §2 di “Alla salute del serpente”, può in questo senso ricordare una frase dei Foglietti dove il poeta invita a prendere posto a tavola (“a guarire il pane, a mettere in tavola il vino”, §184), secondo il motivo ancestrale, qui riattualizzato, del banchetto della vita.

Il brindisi sognato da Char è comunque qualcosa di atipico, in primo luogo perché i contorni della situazione enunciata sono sfumati. La seconda persona, in particolare, non ha un referente stabile. Il verbo “piegare” (§20) potrebbe far credere per un momento che il poeta si rivolga al serpente del titolo (“O curve, meandri / Segreti del mentitore”, scrive Valéry nel seguito di “Abbozzo di un serpente”). Il più delle volte, tuttavia, il poeta chiama in causa ipotetici ospiti nei quali il lettore può riconoscersi. A questo proposito, il noi è di difficile interpretazione, come ad esempio nel frammento più celebre del poema (“se abitiamo un lampo, siamo nel cuore dell’eterno”, §24): il pronome designa l’intera comunità umana, o i fratelli di Char, quei “pochi” che sono gli unici a rimanere nel titolo Soli dimorano? Infine, come spesso accade nell’opera di Char, che si ispira, tra l’altro, ai Pensieri di Marco Aurelio (“una sorta di Marco Aurelio”, diceva dei Foglietti), il poeta si rivolge proprio a se stesso. È il caso del frammento §10 (“tu sei nella tua essenza costantemente un poeta”), o ancora in modo implicito nel frammento §21: l’ascendente solare è in effetti, biograficamente, quello di Char, fiero di essere nato sotto il segno astrologico del Leone, governato dal sole.

Atipico, questo brindisi, lo è anche perché inclina verso la lezione di vita. I desideri si articolano per mezzo di autentiche intimazioni, rivolte a sé stessi o agli altri, sotto forma di imperativi o ingiunzioni future. Così il tono prescrittivo domina in un frammento come il quattordicesimo, “ringrazia colui che non si cura dei tuoi rimorsi”, dove i suoni dell’imperativo iniziale (remer-cie) si distribuiscono nelle parole che seguono (souci, remords). Non meno di quattro altri frammenti si aprono con un imperativo (§6, §12, §20, §22). Qui Char sembra riprendere il tono dei primi Foglietti di Hypnos (“impara a diventare efficiente”, “non indugiare”), mentre in “Perché nulla vi sia cambiato” le prescrizioni erano assenti. L’ottativo e il didascalico si uniscono in “Alla salute del serpente”, dove l’augurio si trasforma spesso in raccomandazione.

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Il brindisi è fatto per un “neonato”, ed è a tutti gli effetti una riflessione sulla “venuta al mondo” (§7), di ispirazione biblica, quella che si dispiega in questo poema. Nell’Antefatto, Char, riferendosi a “Alla salute del serpente”, evoca “il primo uomo gettato nella folle avventura”. C’è, in questi ventisette frammenti, una rappresentazione degli inizi dell’umanità, attraverso allusioni al Genesi. Si può facilmente riconoscere il giardino dell’Eden nel “giardino che prende forma” del §4, e il frutto proibito in quella “estasi del frutto” del §18. La parola conoscenza, associata nel §6 a “segreto”, non può essere banale: non è forse il serpente a parlare, qui, e a incitare Adamo ed Eva a cogliere il frutto dell’albero della conoscenza? Il comparativo “durare più a lungo del sole” (§5), in questo contesto, potrebbe far parte del discorso tentatore: il serpente assicura che l’uomo, mangiando il frutto, diverrebbe “come un dio”. Il risultato, nel frammento §8, è la cacciata dal paradiso, rappresentato dall’immagine della creazione che “ricusa l’uomo” (§8); il verbo congedare/ricusare ha una forza enorme in quanto è centrale nella poesia di Char (“Congedo al vento”; “Il viso nuziale “).

Se Char riscrive il Genesi, è comunque per meglio rovesciarne l’insegnamento. Il titolo lo annunciava già: il serpente, invece di essere maledetto (“sarai maledetto tra tutti gli animali”, dice Dio al serpente nel Genesi) è oggetto di un brindisi. Nel frammento §8, il “turbamento” indotto dall’uomo, lungi dall’essere condannato, viene celebrato. Tutto il poema è segnato da una negazione dei valori giudaico-cristiani. Così la fiducia, associata alla confessione cristiana (“le nostre confidenze non costruirebbero una chiesa”, scrive Char in “Suzerain”), è disdegnata: “le lacrime disprezzano il loro confidente” (§15). Il rimorso, uno sprone salvifico secondo i Padri della Chiesa, è ugualmente negato: bisogna “non prendersene cura (§14). Il frammento §22 può essere interpretato come una messa in discussione della credenza in un aldilà, in una vita vera che soppianterebbe quella di quaggiù. Infine, il rifiuto di “mistificare l’agnello” (§23) ricorda il frammento §31 dei Foglietti di Hypnos: “l’adorazione dei pastori non è più utile al pianeta”. Il processo ai valori giudaico-cristiani assume qui un’innegabile sfumatura nicciana. Tuttavia, il riferimento più importante sembra essere non tanto Nietzsche quanto piuttosto Sade. Laure Michel interpreta “Marthe”, “Suzerain” e “Alla salute del serpente” come un trittico sadiano: le rovine evocate in “Marthe” sono quelle dello Château de Lacoste, l’uomo viola in “Suzerain” è il divino marchese, e, in questa prospettiva, la “lussuria” nel frammento sull’ascendente solare (§21) è un omaggio appena velato a Sade.

Rovesciando l’intertesto biblico, Char difende una visione singolare della venuta al mondo. Secondo lui, la nascita deve essere continuamente attualizzata, lo slancio deve rinnovarsi indefinitamente, secondo quello che si potrebbe chiamare un incoativo perpetuo. In questo modo si comprende il frammento §24: la caducità del lampo deve rivendicare un’eternità, l’effimero deve raggiungere una paradossale perennità. L’immagine del lampo era annunciata da quella della tempesta nel frammento §4 (“una tempesta indaga”); e si parlava di tempesta anche in un frammento di Partizione formale (PF, §36) che chiude una serie di riflessioni sulla nascita perpetua, con le metafore della “aurora arteriosa” (PF §34), e del “carico di resurrezione” (PF §35). In quei frammenti di Partizione formale il poeta desidera “protrarre la sua salute” (PF, §34). Questo è senza dubbio uno dei significati della salute celebrata in “Alla salute del serpente”: vivere in una emersione al mondo che è continua, costantemente riattualizzata (§10). La goccia d’acqua del frammento §5 è un’immagine dell’effimero, eppure la sua longevità supera quella del sole: questa articolazione tra sole e acqua, che governa la poesia (lo zenit e l’ascendente solare da un lato; le lacrime, l’acqua chiara e la pioggia dall’altro), esprime qui la durata del fugace, l’illuminazione continua di ogni momento. Commentando un verso di “Volto nuziale” (“la selce tremava sotto i tralci dello spazio”), Maurice Blanchot osserva che “vi si uniscono il carattere ineliminabile delle cose e lo stillicidio del divenire”. Nel cuore dell’estetica di Char, poeta del “perpetuo presente” (“Alle porte di Aerea”), c’è il sogno di un equilibrio tra divenire e permanenza.

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Questa riscrittura irriverente della Bibbia non mira a difendere senza riserve una amoralità di stampo sadiano. È infatti un’etica della scrittura che Char abbozza in “Alla salute del serpente”, ponendola in particolare sotto il segno della riqualificazione/rigenerazione. L’aggettivo riqualificato (XXVI), che chiude l’unico frammento in cui compare la parola poesia, presenta una suggestiva polisemia. Essere qualificati (in Partizione formale, §XXVIII, la terra e la condizione umana “si qualificano a vicenda”) significa, allo stesso tempo, essere dotati di una certa predisposizione e essere detti in un certo modo. In “Alla salute del serpente”, Char sogna un “uomo riqualificato” nel doppio senso del termine: un individuo rigenerato che si conosce attraverso un linguaggio rinnovato.

La speranza nell’emersione di un uomo nuovo è chiaramente espressa nel frammento §11 (“farai dell’anima che non esiste un uomo migliore di quella”), paradossale perché un essere migliore emerge da una realtà che il poeta dichiara inesistente, l’anima. Ancora una volta, l’immagine si comprende nella prospettiva anticristiana del poema: l’uomo in carne e ossa può essere migliore dell’anima chimerica che i dogmi hanno inventato per lui. Poco oltre, il frammento §13 contrappone i tanti individui che aspettano (pigramente?) che “la meta li superi” (un’espressione che sembra invertire il senso di locuzioni come “raggiungere la meta” o “superare i limiti”) ai pochi che sono desiderosi di “definirsi”, nel senso di abbracciare il loro vero cammino.

L’uomo riqualificato, secondo l’auspicio del poeta, avrebbe ripreso il suo posto all’interno di una comunità ristabilita. È interessante, a questo proposito, contrapporre i frammenti §8 e §9: mentre il primo presenta un uomo riverso nella solitudine, l’altro evoca una comunità, certamente minacciata, ma unita. L’unione di “tutti quanti gli abitanti” ricorda il famoso frammento §128 dei Foglietti di Hypnos. Il riferimento alla terra (§12), che sembra emergere da una temporalità dolorosa (“un piacere che da tempo ti ha abbandonato”), conferma che la speranza di rinascita ha un significato politico per Char. All’indomani della guerra, rappresentata senza alcun dubbio, qui come altrove (Foglietti, §178), dalle “tenebre” (§21), il giorno ritorna (§25) ed è tempo di sperare in una “vita futura”.

Questa fede in una umanità nuova è correlata a un desiderio di  rinnovamento della scrittura poetica. Negli ultimi frammenti, segnati dall’invocazione del poeta (§23) e della poesia (§26), “Alla salute del serpente” si impone come un discorso di arte poetica. Il frammento §26 può essere compreso alla luce del §183 dei Foglietti di Hypnos, che si fonda sullo stesso immaginario del ponte, dell’acqua e del riflesso: “noi combattiamo sul ponte gettato tra l’essere vulnerabile e il suo rimbalzo verso le fonti del potere formale”. E non è forse questa, per Char, la rivendicazione di una poesia che, invece di essere un semplice “riflesso” del mondo, sia un contatto in presa diretta con le cose? E’ possibile interpretare in questa prospettiva anche l’immagine alla fine del frammento §22 (“l’inchiostro dell’attizzatoio e il rosseggiare della nuvola sono una cosa sola”), immagine metapoetica per due ragioni: per il riferimento all’inchiostro e perché, fin dalla prima pagina di Furore e mistero, il fabbro è un’incarnazione del poeta (“batto il ferro con fermagli invisibili”). Char rende manifesto il sogno di una poesia in cui la materialità della parola scritta (l’inchiostro) e la materialità del mondo sarebbero unite. Lungi dall’essere un “mistificatore” (§23), che attira il lettore in un mondo di illusioni, il poeta rivelerebbe la profondità reale delle cose. E’ questa, in definitiva, la poesia in onore della quale Char brinda.

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