A ogni cosa il suo nome – di Francesco TOMADA

Francesco Tomada

E’ davvero un libro splendido, indimenticabile, questa seconda prova di Francesco Tomada. Se L’infanzia vista da qui lasciava balenare, comunque, pur tra i reticoli e le ferite di una materia umana ricondotta alla sua primogenitura sulle ragioni del verso, l’artigianato di matrice sapienziale di una mano capace di ricostruire volti e storie da un dettaglio minimo, quotidiano, trattenuto ad altezza di sguardo e di memoria un attimo prima di vederlo consegnarsi, inerte e vanescente, all’oblio degli anni, A ogni cosa il suo nome scardina ogni argine, ogni sia pur minima vocazione e dicibilità retorica, di natura e ascendenza intellettuale o emotiva, e costringe alla resa, all’immersione in uno spazio fluttuante, elementare, dove le voci acquistano la risonanza albale di ciò che, senza inizio, pur circoscritto ineluttabilmente dal ciclico ripetersi delle stagioni, non teme la deriva verso il deserto, perché i segni che lascia sulla pagina ne sono la negazione: semplicemente esistendo nel loro corpo, antico e sempre nuovo, di parole, di sangue e terra, di acque e di radici. Di fronte, una scrittura ricondotta, apparentemente, quasi al grado zero dell’elaborazione formale e sostanziale: le coordinate poetiche, e il contenuto che racchiudono e mappano definendone i confini, non si danno, ante rem, ma si mostrano indissolubilmente legate, in un abbraccio inscindibile, alla materia poematica di cui sono forma e voce, luce e ombra. Il risultato ci consegna, insieme alla certezza della presenza autentica di un autore unico, maturo e consapevole di ogni orizzonte a cui la sua voce tende, padrone di tutti gli anfratti, visibili e invisibili, che il suo inchiostro va a coprire o a tentare, la bellezza primordiale, devastante e misericordiosa, di un cantico delle creature laico, piantato a cuneo, fino a lacerarli, tra gli assi del mondo, a rivendicare il tempo e lo spazio della pietas, senza lacrime e senza consolazione, che sola può restituire l’umano all’umano. (fm)

*

Bisogna sempre dare un nome alle cose, per meglio riconoscerle o per far sì che esse possano essere ricordate. Dare un nome – identificarlo – permette un accesso preciso, senza fraintendimenti e di conseguenza un riconoscimento normativo del reale. La nominazione è una forma di chiamata alla voce delle cose: Francesco Tomada ci trasmette figure orali e dà loro un corpo nominandole.
Non solo chiama le cose come sono, le chiama perché siano.
Non si balocca con le figure nelle quali trova paralleli col quotidiano (o sono il quotidiano), non crea ricami che possano risultare fuorvianti, ma salda il punto di osservazione con quanto osservato, vi fonde uno stato antecedente, vi trova uno stato antecedente, quanto esisteva prima che la coscienza ne fosse sollecitata, prima che le imagini avessero coesistenza col momento in cui l’immagine è riconosciuta. […]

Per Tomada la lingua non è un attrezzo, non è uno strumento. Essa è la struttura stessa, la materia di cui siamo fatti. La scrittura quindi non avviene come ornamento formale: serve piuttosto ad evocare e quindi a generare forme. Forme che trovano nome e stato, evolvono da una intuizione divenendo reali per davvero. Ogni parola nasce dall’ascolto e solo dopo cade nella pagina che le darà il suo nuovo corpo. Tutto ha un nome, chiarissimo e inequivocabile.

[…] Inscindibile dalla nominazione, per Tomada è il rapporto con la storia e di conseguenza con la memoria: egli sa che la memoria è pienamente inserita nella storia, anzi, essa ne determina il persistere quando diventa collettiva e trasforma l’evento storico in evento “vissuto” che assume così tutt’altra forma e diviene elemento di significazione. La rappresentazione – che avviene nei testi – ci porta in un mondo legato ad una diacronia sospesa fra una dimensione apparentemente astratta (passato) e l’altra (presente) in cui la prima “assume forma totale e concreta” nel momento in cui diventa fatto narrato.
La memoria – e la storia da essa “lavorata” nella vita quotidiana, intrisa di grandi narrazioni e piccoli eventi – non è che l’insieme dei frammenti che compongono il corso della vita, il passato in vista del presente: dunque, la memoria costituisce la nostra identità. […]
(Dalla prefazione, Chiamare le cose perché siano, di Fabiano Alborghetti)

[Francesco Tomada, A ogni cosa il suo nome, prefazione di Fabiano Alborghetti, fotografie di Tanja Verlak, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, “Materiali”, 2008. Il libro è stato curato da Stefano Guglielmin.]

[Qui altri testi confluiti nell’opera.]

copertina_tomada

Testi

Dalla sezione: In suo nome

(parla lei)

Sembrava bello che costruissero le case al posto dei campi
poter vivere in un posto dove prima si era solo lavorato
forse ho sbagliato perché era il tempo della tv in bianco e nero
e non ho mai guardato fino in fondo il colore dei tuoi occhi
ma in te ho creduto davvero mi sembravi la liberazione
dopo un’infanzia di mattoni e stracci e fratelli da crescere
forse ho sbagliato perché le ragazze di buona famiglia hanno fretta
e così tanta paura della solitudine da correrle incontro
forse perché lavoravi come meccanico di aerei
e ho pensato che sapevi aggiustare le cose
e se tornavano a volare i mostri da dieci tonnellate di metallo
allora avrei potuto farlo anch’io che un giorno ci avevo provato
saltando dal secondo piano del fienile con un ombrello per paracadute]
e un poco di leggerezza dovevo averla già dentro di mio
se non mi ero fatta niente

(parla lei)

Abbiamo ristrutturato una casa per viverci
travi a vista e odore di malta e legno
un nido d’amore dicono ma io
non ho mai visto animali con un nido di cemento
a volte stiamo insieme come è scritto che si deve fare
a volte tu esci e non so dove e con chi vai
quando avrò una figlia
per prima cosa le insegnerò che gli uomini
certe sere vengono troppo presto
ma in altre non arrivano mai

(parla lei)

Un giorno voglio crocefiggerti sul letto usando le mie braccia
riprendermi il piacere ed il dolore della prima volta
per ogni notte in cui sei stato indifferente sarò il giudice e la pena
tu sarai la terra dove scavo un solco passando e ripassando con i piedi]
la traccia a semicerchio consumata dai cani alla catena

(parla il figlio)

Come tutti gli anziani raccontavi
cento volte lo stesso episodio
di quando andavi a scuola in bici sotto le nevicate
di quando ti sei ammalata di difterite
un poco abbiamo avuto pazienza ma dopo
abbiamo detto basta

è da allora che hai cominciato a prepararci ogni settimana
un piatto diverso di cucina friulana
polenta frico gnocchi di zucca
quel cibo povero che un giorno era l’unico possibile

e sarà che passi sempre la domenica mattina
ma la tua non sembra una semplice gentilezza

piuttosto una comunione: questo è il mio corpo
prendete e mangiatene tutti

(parla lei)

Io non sono mai stata brava con la rabbia
l’ho sempre mantenuta fino a consumarmi
l’ho trasformata in silenzi così lunghi da disimparare le parole
in espressioni così misurate da dimenticare i sorrisi
credo che per questo le spalle mi si siano incurvate
sotto una tensione che le prende da dentro
come se un cavo legasse le scapole alle ginocchia
lo sento il cavo che passa proprio in mezzo al cuore
lo sento il cuore che pulsa come un uccello nella sua gabbia di costole
a volte ho pensato che se non fosse stato per i figli
avrei aperto questa gabbia
l’avrei lasciato volare via

(parla lei)

Adesso se volessi potrei raccontare
ma le frasi mi costano ancora fatica
ogni congiunzione copre un respiro da prendere
ogni verbo definisce un gesto che poteva essere diverso
così queste parole le scrive il solo figlio che ci resta
da te ha preso gli occhi e la rabbia
da me i silenzi
lo sguardo: quello che in lui vive non sei tu e non sono io
ma un uomo che è cresciuto
come una radice
nello spazio tra di noi

(parla il figlio)

A volte la vedo camminare china in salita
ricorda certi anziani quando riempivano
le tasche di sassi per resistere al vento
ma penso che il vento lei lo porti dentro
il muoversi dell’aria che non trova un posto dove stare
l’anima che sbatte come una tovaglia stesa
ad asciugare sui fili del bucato – è da lì che sale quel profumo di sapone
che lei tratteneva fra i capelli nelle poche volte in cui l’ho abbracciata
avrei dovuto dirle che odoravano di nuvola e di shampoo Palmolive
lei si irrigidiva come se a stringerla fosse di nuovo mio padre
avrei dovuto dirle che non sono io
il passato che rivive

(parla lei)

Il figlio di mio figlio ha sette anni e chiede proprio a me
com’è sopravvivere a un infarto
e chissà come si vedono le cicatrici sul cuore

se si potesse appoggiarci le dita
le sentiresti come una linea un poco più dura del resto
è muscolo che non riesce più a pulsare
ma si tiene alle parti buone, le segue
ed è il suo modo di tornare a vivere
forse per questo d’istinto gli allungo la mia mano
e lui la prende

***

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33 pensieri su “A ogni cosa il suo nome – di Francesco TOMADA”

  1. A giudicare dalle poesie postate qui, credo anch’io – con Francesco (Marotta) – che ci sia un salto rispetto al primo libro. Complimenti, Francesco (Tomada),
    un caro saluto,
    Luigi

  2. Caro Francesco t. i miei complimenti, poesie bellissime su cui vorrei dire qualcosa di più, ma bisogna che le impressioni si depositino per bene e poi farle risalire in parole.

    Auguri per il libro

  3. Mi colpisce moltissimo l’andare del verso, non si avverte alcuna fatica e le parole scaturiscono indenni da un significato che potrebbe fuorviarle e che, invece, le adagia, morbide o corpose, fluide e puntuali, dentro quella dimensione possibile dove il quotidiano si solleva e vola verso atmosfere quasi rarefatte di indubbia potenza poetica.

    Complimenti e cari saluti a Francesco Tomada e sempre grazie a Francesco Marotta per l’amore col quale condivide tanta bellezza.

    jolanda

  4. un libro da leggere tutto, e attentamente, se la lingua è come è *solo* una foma di vita…, tutti i miei auguri a Francesco per questo secondo libro, su cui di sicuro ci sarà da ritornare, Viola

  5. Belle queste voci, ben individuate, e pure dicono cose di tutti. Anche la lingua, pulitissima e precisa, ha un tono antico e nuovo allo stesso tempo, come sempre nella vera poesia.

    Grazie a FM, complimenti a FT, e un grande in bocca al lupo al libro.

    Complimenti anche a “Le voci della luna”, di cui ultimamente ho visto delle belle scelte editoriali.

  6. torno adesso da berlino, e scopro che francesco mi ha gratificato con parole splendide e inattese, e con la presenza qui che per me è sempre una gioia.
    io ringrazio tutti, uno a uno, dell’incoraggiamento e dell’attenzione, che mi sono importanti. ripasserò quando sarò un poco meno stanco, ma per ora voglio fare almeno i complimenti a fm per il premio, che si merita tutto e più.
    grazie ancora.

    ft

  7. ciao francesco, è un gran piacere leggerti ancora, complimenti per questa nuova uscita…tienmi da parte una copia, eh !
    un abbraccio,
    giacomo.

  8. ho già avuto motivi da custodire in questa giornata, ma adesso, dopo aver letto questi assaggi di Tomada, vado a letto ancor più affardellato

    e poi trovo davvero grandiosa questa intuizione sul *figlio*:

    “quello che in lui vive non sei tu e non sono io
    ma un uomo che è cresciuto
    come una radice
    nello spazio tra di noi”

    (Hegel si era ben reso conto del potere della poesia nei confronti della filosofia, e aveva cercato in tutti i modi di arginarlo, ma invano, pare)

    un caro saluto
    Mario Bertasa

  9. ritorno oggi con un po’ più di calma e di sonno alle spalle.
    prima di tutto ringrazio fm per le righe che ha scritto. io non so se davvero le merito, la mia non è falsa modestia ma fatico sinceramente a vedere nella mia scrittura tutto questo. come ho già detto altre volte, sarei contento se fosse un libro degno, che merita il tempo impiegato a leggere. poi chi legge ha il diritto di valutare, giudicare. mi basterebbe questo.

    ringrazio tutti, conosciuti e non, dei vostri incoraggiamenti, di cui ho molto bisogno vista la cronica insicurezza nella mia scrittura. l’idea di riuscire a condividere (non dico trasmettere perchè sarebbe un senso unico, la scrittura senza lettura non è niente), l’idea di ritrovarsi attorno a qualche cosa, una parola, una frase, dà a quella parola e quella frase il suo significato.

    francesco

  10. sicuramente un libro da non perdere.
    stimolante assai la bella introduzione di francesco
    è bastato poi qualche “assaggio”
    e come nei film, che uno non vuole sapere in anticipo il finale,
    vi dico che il resto, voglio godermelo sul cartaceo.

    .toninovaan

  11. Mi ritrovo con Francesco nella “cronica insicurezza”, che è una condizione immodificabile in certe persone, ma non credo ci possano essere dubbi su queste belle poesie.
    Le Voci della luna sta pubblicando veramente dei bei libri…aspetto il tuo, Francesco M :)

    buona giornata a tutti
    liliana

  12. aspettiamo tutti il tuo, fm.
    oltre a ringraziare toninovaan e liliana, gli ultimi intervenuti, voglio dire due parole su fabrizio bianchi delle voci della luna, e non solo perchè per lui/loro è uscito questo libro. si sta dimostrando una persona straordinaria per correttezza e profondità, uno che crede davvero in ciò che fa e ci dedica tutta la passione possibile. di persone così c’è bisogno.

    ft

  13. La poesia ci riconduce al puro suono, alla matrice dell’aria, alla forma universale del sentire.
    questo è quello che sento quando leggo poesia come quella di Francesco: una purezza estrema : sa toccare il segno più fondo delle cose che hanno bisogno di essere nominate – dove il buio non si nasconde, ma dove chiaro si sente anche il respiro della luce – e lo fa con la leggerezza propria dell’infanzia, del suo semplice e precisissimo sguardo.

    Quest’ultimo libro di Francesco riprende e conferma la sua sensibile voce.
    E’ un gran bel libro!

    ciao a Francesco Tomada e al padrone di casa
    ciao a tutti
    :)

  14. sempre bellissime cose su questo blog, è una miniera. complimenti ai due franceschi. queste che ho appena letto sono poesie che hanno un senso, una musicalità, profondità, che raccontano di persone reali, di affetti, di ricordi.
    quoto questa perchè la trovo straordinaria. antonella

    A volte la vedo camminare china in salita
    ricorda certi anziani quando riempivano
    le tasche di sassi per resistere al vento
    ma penso che il vento lei lo porti dentro
    il muoversi dell’aria che non trova un posto dove stare
    l’anima che sbatte come una tovaglia stesa
    ad asciugare sui fili del bucato – è da lì che sale quel profumo di sapone]
    che lei tratteneva fra i capelli nelle poche volte in cui l’ho abbracciata]
    avrei dovuto dirle che odoravano di nuvola e di shampoo Palmolive
    lei si irrigidiva come se a stringerla fosse di nuovo mio padre
    avrei dovuto dirle che non sono io
    il passato che rivive

  15. grazie a tutti, di nuovo.
    a iole, di cui aspettiamo in molti notizie (spero egoisticamente che anche tu sarai compagna di viaggio alle voci, come si dice) e ad antonella.
    e un ringraziamento particolare al padrone di casa, che spero prima o poi di conoscere di persona.

    ft

  16. Non è affatto “troppo”! O, se lo è, non è tale per “almeno” due persone: perché anch’io la penso esattamente come Tonino.

    Ciao, vaan, ciao ft e un saluto a tutti.

    fm

  17. grazie anche a te, fm.
    quei testi sono stati scritti di getto ma credo sedimentati per anni.
    e, come c’è scritto sul libro, devo ringraziare Antonella Bukovaz e Fabiano Alborghetti, che mi hanno dato i consigli giusti al momento giusto per me.

    presto Fabrizio mi darà il tuo libro, che vorrei molto vedere qui in un post, ma temo che non lo farai mai. dovremo organizzare un RebStein parallelo e metterlo lì, in qualche modo.

    ciao
    ft

  18. Francesco T,
    Impronte sull’acqua di Marotta è di un’intensità sconvolgente, con un affollarsi di immagini, squarci, epifanie da gustarsi con la dovuta precauzione (parlo per me, non so gli altri) Un’immersione nel buio, un’emersione nel segno.

    “Una rosa, in pieno inverno, è un caso, una distrazione del nulla.”

    Una meraviglia.

    E’ il primo verso del libro, e qui rubo un’affermazione che ho sentito da Francesco M. … è un verso che, da solo, vale parecchi libri di poesia.

    Se Francesco mi autorizza, io un post glielo faccio al volo su spaziozero :)!

    Ho letto pure il tuo, e non posso che ri-confermare l’ottima impressione avuta leggendo qui alcune poesie.

    Ciao
    liliana

  19. Grazie, Liliana.
    se quello che citi è il primo verso, non so cosa pensare del resto…
    ma tra un paio di giorni avrò il libro, spero.
    ne riparleremo in qualche modo, da qualche parte.
    (ma il padrone di casa lo sa che in casasua parliamo alle sue spalle?).

    francesco t.

  20. Leggo, sia pure con ritardi non dovuti alla mia volontà, e non posso fare altro che ringraziarvi. Ben consapevole, comunque, che le “impronte” faranno la stessa fine delle “soglie”, dei/delle…
    Come è giusto che sia, a quanto sembra.

    Un abbraccio a voi.

    fm

    p.s.

    Liliana, puoi fare quello che vuoi (e non potrei che essertene grato) senza dover chiedere nessuna autorizzazione.

  21. grazie, Francesco!

    Impronte sull’acqua in spaziozero, in un mondo virtuale. Potremmo perderci, senza “le chiome scomposte” dei tuoi lumi.

    Le tue impronte resteranno, eccome, peccato che certa editoria si lasci sfuggire la Poesia.
    Allora a presto sul mio blog. Difficilissimo scegliere le poesie.

    Francesco T, nulla sfugge all’occhio attento di Marotta,dovresti saperlo:)
    E questo libro è l’ennesima riprova.

    ciao
    liliana

  22. L’ultima prova poetica di Francesco Tomada, non può che rincuorarci sui destini della poesia edita in Italia in questi ultimi anni. Anche se si tratta di testi – dobbiamo dirlo – di diversa intensità lirica e, a volte, di diversa qualità dal punto di vista contenutistico e della ricerca formale, ma testi che sono tutti comunque, dal primo all’ultimo, figli di una “poesia onesta” (onesta fino ad essere dura, dolorosamente diretta) come direbbe Saba.
    Sguardi, riflessioni di un autore che non finge con se stesso né con gli altri, che da anni si impegna per amore della poesia e a favore della poesia altrui (assieme all’amico Giovanni Fierro) in modo coerente, generoso e disinteressato. Qualità che fanno di lui, anche se non fosse l’ottimo poeta che conosciamo, una persona piena di qualità oggi – purtroppo – sempre più rare nel mondo dell’arte. Un mondo in cui si è soltanto nella misura in cui si appare e in cui spesso, troppo spesso, chi vuol apparire a tutti i costi è proprio colui che più soffre di una mancanza di senso da colmare ad ogni costo, in tutti i modi all’infuori dell’unico davvero necessario: affrontarla. In modo spietato se serve, senza infingimenti, magari cominciando a fermarsi a meditare sulle lettere di Van Gogh o i testi della Dikinson. Autori quasi del tutto sconosciuti in vita ma le cui opere, create completamente senza curarsi troppo – o per niente quasi – del giudizio altrui, continuano a parlarci da quegli anni lontani con una voce più viva della stessa vita presente che viviamo. Altrimenti tutto si risolve nell’inseguimento frenetico del consenso del pubblico, consenso che solo in apparenza giustifica questo vuoto oscurandolo con le maschere del successo e delle gratificazioni economiche. Ma chi scrive o dipinge non può continuare a comportarsi come uno stilista che deve sempre essere sotto le luci della ribalta – pena il rischio di veder le proprie collezioni invendute in magazzino – e misurare il valore della propria opera a seconda dei quadri venduti o il numero di inviti ai vari festival letterari. Bisognerebbe ritornare ad imparare a tacere, di tanto in tanto – e meglio se tanto -, operare in silenzio e solo per amore del far bene le cose, come quegli artigiani di un tempo che dedicavano la massima cura a particolari di capitelli che poi dal basso, tolta l’impalcatura, più nessuno avrebbe mai rivisto per secoli. Per noi stessi, per tornare ad imparare a donare agli altri i frutti di questo silenzio senza spargere manciate di semi ovunque ma che, difficilmente, troveranno poi terreni propizi, terreni fertili su cui attecchire. Essere parchi nel dire e nel mostrarsi, come ci insegna Kavafis, significa avere anche il massimo rispetto verso coloro a cui ci si rivolge: dare agli altri solo il meglio di sé, ciò in cui crediamo veramente e che crediamo meriti di essere condiviso per fare di questo mondo un mondo più bello, più giusto, non perfetto ma certamente – questo è possibile – un po’ migliore di quello in cui viviamo.
    Ho parlato poco – volutamente – del libro di Tomada, lasciando ad altri certo più di me adatti (vedi proprio su questo blog “La dimora del tempo sospeso” la bellissima recensione di Francesco Marotta) un commento approfondito delle varie, toccanti sezioni.
    I testi vanno letti in ogni caso, tutti, e meglio se letti tenendo fisicamente tra le mani questo libro, sfogliandone le pagine lentamente. Lentamente come entreremo nella sua casa, a Gorizia, attraverso la porta che ha lasciato appena aperta, mentre lui alla finestra guarda di fuori – nuvole che si raggomitolano nel cielo, una ragazzina che risponde al cellulare, le immagini nella memoria di volti scomparsi – e in quella luce ci sta aspettando.

  23. Il capitolo “testi” è veramente bello e commuove.
    Concordo con quanto commentatori più capaci di me dicono sui brani.Cordialità. Sandro

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