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Il poema ininterrotto

Nino Iacovella
Francesco Tomada

“Una allucinata somiglianza, una serie progressiva di variazioni, lega le poesie del suo unico libro, che sembrano vivere una dentro l’altra, intrecciarsi e districarsi come un “registro di fragili danze”, come voci «nella traccia di vento / del nostro svanire all’approdo». Sembra che le poesie si rincorrano e si ricombinino in “fuochi di caduta”, in una “incurabile misura del guardare”, all’interno di un dolore che non trova sollievo: «alle tue spalle immagina / con quale lingua il deserto / racconta la piaga dove premeva / la lama della luce il varco / dove precipita il respiro». Ma una speranza resta: «basta un’eco una reliquia di voce / affiorata all’insaputa delle labbra / e il confine è la tua mano». La speranza è sempre, con violenza, «la pupilla / esplosa di un fiore». Lo sguardo origina dalla cecità.”

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Post-Kult, 3

Londra, settembre 1940, Biblioteca di Holland Park

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Il melograno

Felice Casorati, Il sogno del melograno, 1912

Francesco Tomada

 

 

L’Italia (è un melograno)

In vita mia ho comprato e trapiantato un unico albero
un melograno

ho scelto un angolo del giardino
da dove si vede la ghiera dei monti
dal San Gabriele fino al Nanos
quella cresta è stata Italia e Jugoslavia e poi Slovenia
è stata terra dolorosa e di rancore

i confini dovrebbero essere come gli orizzonti
quando ti muovi si muovono anche loro
se ti fermi si fermano con te
ma ti fanno sempre sentire al centro esatto del mondo

e patria è dove
un uomo pianta un melograno
e può aspettare di mangiarne i frutti

 

(Tratto da “Apriti cielo“, 2013, inedito)

Ricordo di Dennis O’Driscoll

Dennis O’Driscoll
Francesco Tomada

Ho conosciuto Dennis lo scorso anno: una persona schiva, di una gentilezza rara, che in nessun modo faceva pesare la consapevolezza di essere uno dei maggiori poeti irlandesi viventi.

Dennis è morto alla vigilia di Natale; l’ho scoperto per caso, come capita con le persone con cui si resta in contatto occasionale, scrivendosi una mail di tanto in tanto con affetto, ma in realtà l’uno al di fuori della vita dell’altro. Così mi sono chiesto se questa meravigliosa poesia che lui aveva scritto fosse dedicata ai morti dell’11 settembre, come aveva pensato in origine, o anche un poco a se stesso.

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Canti dell’offesa

Fabio Franzin

Nel circuito ingessato e spesso autoreferenziale della poesia italiana capita a volte che i riconoscimenti vadano a chi davvero li merita: è il caso di Fabio Franzin, autore che negli ultimi anni ha saputo coniugare ad una produzione quantitativamente rilevante un livello qualitativo decisamente elevato. Al tempo stesso mi sembra di poter dire che il desiderio di schematizzazione (non per volere di Franzin stesso, sia ben chiaro) abbia a volte portato a classificare la sua opera in modo decisamente semplicistico: da “poeta del Nordest perduto” a “poeta della fabbrica”, fino a “poeta del precariato”. Trovo che, come spesso accade con le definizioni, anche queste siano riduttive, e non rendano giustizia allo spessore della poesia dell’autore mottense. Così in fondo mi viene da sorridere di fronte ai Canti dell’offesa, pubblicati da Il Vicolo di Cesena: si tratta di una manciata di testi in italiano – per numero più di una plaquette, meno di una raccolta vera e propria – in cui Franzin rivolge il proprio sguardo alla crisi, questa bestia che ci imprigiona tutti ma di cui non comprendiamo bene le ragioni. Continua a leggere Canti dell’offesa

Francesco Tomada, nell’ordine dei nomi

Nadia Agustoni

“E oggi qualsiasi cosa mi passi accanto, può suscitare un verso dei poeti che ho letto: è la mia biologia che li porta, il mio ritmo cardiaco, essi vivono nelle mie fibre, talvolta parlano con la mia voce, della rete misconosciuta di strade che li conduce dentro il futuro, io non sono che una remota stazione, finché il Tempo non estinguerà il mio tempo di uomo.”

(Pierluigi Cappello, La mela di Newton)

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Ad un casello impreciso

Francesco Sassetto

Ad un casello impreciso di Francesco Sassetto (ValentinaPoesia) è un libro che ha il profumo di un oggetto di artigianato scoperto per caso, ma di indubbio fascino: l’autore veneziano, nato nel ’61, giunge alla sua seconda raccolta con un percorso per certi aspetti schivo, ma di notevole maturità. Questo risulta evidente già dalla prima lettura delle liriche di Sassetto, che sono costruite con uno stile maturo e definito, che privilegia il verso lungo, all’interno del quale però emerge una grande attenzione per la ricerca ritmica e fonetica, con un frequente utilizzo di rime, allitterazioni, assonanze. La bellezza di questi versi però non è tanto – non soltanto – nella tecnica di scrittura su cui sono costruiti, ma nella naturalezza del loro fluire, che rende la tecnica stessa elemento calato nella poesia senza forzatura, così da accompagnarne ed esaltarne la voce e i contenuti.

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Alcune cose

Francesco Tomada
Carmine Vitale

Carmine Vitale ci consegna con Alcune cose (L’Arcolaio) un libro di una vitalità umile e sorprendente, che merita di essere letto, lasciato sedimentare e riletto più volte per scoprirne le immagini ed i segreti che forse ci erano sfuggiti. “A volte nella gola mi resta un balbettio / che non saprei tirare fuori neanche con le mani – / e così per un po’ di tempo smetto di parlare”: sembra che da qui nasca la poesia di Vitale, da un senso che a volte è stupore e altre sgomento, dipanandosi in parole e pensieri che, apparentemente, non sempre trovano un filo preciso ma in realtà lo tengono ben saldo, ancorandone i capi in una tensione che ha per estremi opposti l’infinitamente grande e il piccolissimo quotidiano. Continua a leggere Alcune cose

Gli alberi di Argan

Maurizio Mattiuzza
Francesco Tomada

Il friulano Maurizio Mattiuzza giunge con Gli alberi di Argan (La Vita Felice) alla sua terza raccolta poetica, dopo La Cjase su l’ôr (1997) e L’inutile necessità(t) (2004); si tratta dunque del frutto di un percorso che prosegue da molti anni, anche attraverso una intensa attività di paroliere – ha lavorato con Lino Straulino e Renzo Stefanutti –, spoken poetry, stesura di racconti. Le collaborazioni in ambito musicale immagino che siano state fondamentali nella maturazione di Mattiuzza, in quanto la sua poesia si contraddistingue già ad una prima lettura per una metrica cadenzata e per un attento gioco di assonanze e rime, che caratterizzano quasi sempre la chiusa dei testi conferendogli una forza fonetica ed emotiva di grande spessore. Così a colpire non è tanto la forma in sé, né l’alternanza dell’italiano, del friulano, del dialetto della Valsugana, quanto la capacità di padroneggiare tutto ciò, di adattarlo con una grandissima naturalezza all’andamento delle composizioni, aspetto che spicca ancora di più ascoltando Mattiuzza leggere dal vivo. Continua a leggere Gli alberi di Argan

Il riparo che non ho

Giovanni Fierro
Francesco Tomada

Il riparo che non ho (Le Voci della Luna, 2011) è la seconda raccolta del poeta goriziano Giovanni Fierro, e rappresenta un notevole passo in avanti lungo lo stesso percorso che già ne aveva caratterizzato l’esordio alcuni anni fa con Lasciami così. Giovanni Fierro amplifica i tratti distintivi della propria scrittura, che è una scrittura frantumata, che procede a scatti: se la bellezza sta nell’imperfezione, è proprio questo (ed è un pregio, non una critica) il valore della sua poesia, che si espone nella propria nudità privilegiando la tensione etica e morale che nasce dal vivere intensamente e totalmente le situazioni ed i luoghi. Non è il contenuto ad adattarsi alla forma, ma fortunatamente il contrario: le parole diventano livide, impietose, a volte dolcissime, a volte estremamente dure nel gridare quelle verità che normalmente vengono taciute. Continua a leggere Il riparo che non ho

Il giorno dopo il vento

Francesco Tomada
Francesca Pellegrino

E’ passato poco più di un anno da Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, la precedente raccolta di Francesca Pellegrino, eppure in Chernobylove molte cose appaiono mutate. Fortunatamente non la forza di Francesca, che si nutre di una poesia vivissima, formata da angoli, dolcezze, contrasti, e trova le sue basi su un talento decisamente notevole; il nuovo lavoro però appare più compatto e unitario, e per diversi aspetti anche più cupo. Già il titolo, estremamente evocativo, richiama ad una catastrofe ed insieme opera una fusione tra pubblico e privato, ed è questo uno dei tratti distintivi dell’intera raccolta: quasi tutti i testi portano un nome che richiama direttamente o indirettamente filastrocche, slogan pubblicitari, espressioni comuni nel dire, ed allo stesso modo quasi tutti i testi sono estremamente privati e personali, ed hanno come tema il come ci si sente “il giorno dopo il vento”, dopo che l’amore è finito. Due catastrofi che si compongono di dolore e rabbia, di insicurezza e necessità di riaffermazione del proprio orgoglio: in questo orizzonte la poesia di Francesca Pellegrino coraggiosamente diventa esposizione-escoriazione del sé, mettendo a nudo gli spigoli e le amarezze in misura più immediata di quanto facesse in passato.

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Le regole del gioco

Kajetan Kovič

Scrivere è l’esortazione a non dimenticare chi si è, soprattutto nel momento in cui ci si affaccia pericolosamente sul bordo di un precipizio che, se affrontato con coraggio, non si apre nel vuoto assoluto.

REGOLE DEL GIOCO

    (Poetica)

    Bisogna trovare parole cariche di elettricità.
    Bisogna metterle in fila
    e trasformarle in batterie.
    Bisogna convogliare i fiumi
    e costruire turbine.
    Bisogna erigere linee di alta tensione.
    Bisogna commissionare la pioggia.
    Tutto dev’essere pronto.
    All’arrivo della grande acqua
    una poesia vera funziona come una centrale elettrica.

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Basse verticali

Ciao, Stefano

Stefano Leoni
Francesco Tomada

“Non c’è volgarità nell’essere a tratti impoetico / calibrare / mettere un verso sporco al punto giusto”: così si apre Basse Verticali, la nuova raccolta di Stefano Leoni, ed è una esplicita ma non forzata dichiarazione di intenti. E’ bene chiarire subito che Leoni si è reso protagonista negli anni di un percorso appartato ma molto valido, in continuo divenire, di cui Basse Verticali rappresenta uno dei punti più limpidi. Immagino che l’autore abbia (anche se ammetto di non esserne sicuro) una formazione in qualche modo scientifica: si nota dalla sua accurata capacità di analisi, verrebbe da dire in certi momenti quasi di catalogazione delle piccole cose da cui inizia il cammino del libro. Al tempo stesso però riesce sempre e subito ad introdurre uno scarto emotivo che scava una distanza, uno spazio in cui la poesia sembra trovare albergo. “La mia pelle bianca / qualche erezione mattutina / un piccolo sputo di dentifricio // si resta anche dove non si vorrebbe restare // e niente parla di noi”, questo è osservare per andare oltre, fare uno sforzo umano prima ancora che poetico, conoscere il labirinto per poter così dividere ciò che appartiene da ciò che è superfluo, “distaccare tutta l’estraneità”. Se la vita ci appare come una serie di coincidenze meccaniche, se l’uomo è una sorta di piccolo/grande accidente nell’Universo, se il tempo in cui siamo è solo uno fra tutti i numerosi possibili tempi, in che cosa possiamo trovare il senso del nostro essere che invece nel tempo e nello spazio è limitato ad un qui e un adesso, a chi incontriamo, a chi vediamo anche distrattamente? “C’è da chiedersi perché ci siamo dati appuntamento / proprio qui / io e qualcun altro”.

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Le parole nascono già sporche

Michele Obit

Michele Obit

La scrittura di Michele Obit viene dalla pazienza, dal silenzio, dalla sincera esigenza di fissare i versi sulla carta solo quando si sono davvero trovati il tempo ed il modo di farlo: si tratta di parole coagulate e concresciute come sassi attorno al loro senso, che ne diventa densità e pienezza. Michele non si accontenta di esprimere rabbia o indignazione o affetto, ma scava fino alla radice comune di questi sentimenti – al seme duro che portiamo dentro – e di volta in volta li declina in un percorso profondamente ed eticamente umano. Allora nasce una poesia giusta, dove la parola non ha bisogno di essere gridata perché è già lì dove doveva stare, a raccontare tutta la tenacia che serve per restare attaccati alla vita e provare a darle una forma in cui ci si possa riconoscere. (Francesco Tomada)

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Decametron – La nuova poesia slovena

[FRANCESCO TOMADA]

Da poco è stata pubblicata dalla Società degli Scrittori Sloveni e dal Centro Sloveno P.E.N. “Decametron”, una interessante antologia bilingue che racchiude i testi di dieci autori e può fornire un primo sguardo sullo stato della poesia d’oltreconfine anche a chi non ha familiarità con la lingua originale. Gli autori selezionati non appaiono omogenei dal punto di vista anagrafico: alcuni di essi sono nati negli anni sessanta (Cvetka Bevc, Ivan Dobnik, Maja Vidmar, Cvetka Lipuš, Michele Obit), altri nei settanta (Primož Čučnik, Lucija Stupica, Jurij Hudolin, Miklavž Komelj), e uno, Andrej Hočevar, nel 1980. Inoltre due di essi, Cvetka Lipuš e Michele Obit, vivono rispettivamente in Carinzia ed in Friuli Venezia Giulia. Continua a leggere Decametron – La nuova poesia slovena

Lorenzo Carlucci – Note su “A ogni cosa il suo nome” di Francesco Tomada

copertina_tomadaCosa c’è nel museo di Auschwitz // ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi / di una intera generazione // occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa // valigie per milioni / di possibili ritorni a casa // tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima / il nome sulle etichette il fango secco sulle suole / solo una cosa è andata avanti / – non posso chiamarlo proprio vivere – // c’è una stanza intera di capelli / sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora / che nella vecchiaia / non li hanno mai raggiunti //

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