Il Parlar Franco – Una rivista militante

EDITORIALE (Numero 8/9)

Due grandi linee hanno essenzialmente orientato l’impostazione de “Il Parlar franco” nei suoi precedenti fascicoli: l’approfondimento della produzione neo-volgare in area romagnola; una evidenziata attenzione verso i processi di pensiero che l’hanno caratterizzata in congiunzione con le altre realtà dialettali e, più in generale, con la poesia italiana a cavallo tra il secondo Novecento e il nuovo secolo. Implicitamente è stato proprio il dinamismo insito in quest’ordine a convincerci di dover trasferire le analisi e insomma il campo di rilevazione da un dichiarato e circoscritto riferimento locale alla volta di un ambito culturale più vasto.
La dimensione geografica, per quanto culturale e linguistica, era stata l’imprescindibile sostrato del lavoro svolto. Da un lato essa ci appariva in grado di preservare e circoscrivere le qualità necessarie dei materiali critici e poetici che andavamo presentando; ma dall’altro lo sguardo era inevitabilmente portato a spingersi su quanto accadeva al di là dei suoi confini. In ogni caso, è stato anche il processo espressivo ed artistico degli autori dai quali siamo stati maggiormente accompagnati (Gianni Fucci, Tolmino Baldassari, un maestro perduto e da noi idealmente scelto quale Nino Pedretti, un gruppo di giovani tra cui Giovanni Nadiani e Gianfranco Miro Gori), a decidere il passaggio a questa nuova serie. Che – come s’è già detto – dovrà trasporre la forma moralmente caratterizzante dell’impegno critico sinora accentrato soltanto sull’area romagnola in un quadro più complesso e variato della poesia dialettale come si è espressa in Italia negli ultimi decenni. Insomma, s’è voluto superare il varco da una specifica “diversa letteratura” verso la varietà delle diverse lingue poetiche nazionali.
Il fatto è che tant’acqua era ormai scivolata giù sotto i ponti della nostra cultura nell’ultimo ventennio. Quasi inevitabile domandarsi cosa sia intervenuto. Ovviamente non pensiamo a questioni ed eventi decisivi, né ai massimi sistemi (ancorché sia cambiata proprio in questa svolta di secolo l’episteme letteraria, il modo comune di sentire la letteratura e la poesia). Siamo voluti partire, per non cadere in astrattezze e ideologismi, dal lavoro concreto degli autori (l’insieme dei romagnoli, Baldini e Guerra inclusi, e gli altri in Italia che hanno scelto di scrivere in dialetto), un lavoro da cui ci si è lasciati come trascinare. Ma è precisamente nel procedere evolutivo e negli intrecci delle scritture che si inscrivono in fatto gli elementi di novità.
La prima delle quali è il superamento del paradigma che immagina una serrata relazione tra scrittura e semantica: cioè tra la lingua dialettale e i materiali tematici e linguistici sui quali essa poteva esercitarsi. Questo ha potuto essere vero per alcuni scrittori (tra tutti Raffaello Baldini), ma non lo è stato ad esempio in passato per un Pasolini e non lo è oggi per tanti altri. Insomma la lirica neo-volgare può coi propri mezzi affrontare e indagare ogni aspetto della nostra esperienza, concreti quanto onirici ed intellettuali. Sembrerà un luogo comune ma in realtà, nella realtà delle cose, non lo è affatto (o almeno non lo è stato nella percezione che alcuni hanno avuto e manifestato della poesia dialettale).
A maggior ragione ciò è vero giacché parrebbe ormai caduto definitivamente il rapporto preponderante con la cosiddetta “matrità”. Viceversa è oggi venuta in campo un’idea di dialetto quale lingua sorella e paterna, mediata e raggiunta per via culturale (ciò è stato vero nel caso di un Franco Scataglini in quelle sue riconduzioni epico-liriche al due-trecento romanzo, ed è ugualmente avvenuto nella viva esperienza del genovese Franco Loi allora che, volgendosi alla poesia, s’è accostato al milanese).
L’assioma che la tradizione garantisca l’origine – come un inizio del tempo che ci riporti inevitabilmente al tempo dei padri, della terra – possedeva forse un valore di autenticità nei decenni passati. Non più oggi e non più in quei passaggi epocali, dove si ha la sensazione di inoltrarsi – in certi casi in maniera presso che definitiva – verso altri territori e altri spazi. Così il dialetto è divenuta figura di spostamento, di attraversamento. Sospinto da una forza deterritorializzante dappoiché si recide dal corpo dei parlanti non più dialettofoni. Sottoposto a un nevrotico processo di arretramento (nella forma della memoria, nella tradizione) e insieme di avanzamento (verso approdi da cui contemplare non già quella stessa tradizione e il proprio passato, ma ciò che è rimasto: il vuoto, la nudità, il deserto, il meticciato, la speranza che insorge quando il pensiero è assente). Tutto ciò in un meccanismo quasi di sistole e diastole che costringe ad inscrivere continuamente nella realtà i più diversi intertesti, non giù unicamente quelli privilegiati e aerei – e quasi per definizione poetici – della nostalgia e della memoria.
Insomma il dialetto deve per necessità contaminarsi; non possiede più la purezza dell’origine, né il privilegio della lingua unica; e nemmeno può rivendicare una vera congruità con un proprio mondo d’elezione. Sull’esito di questo processo, in cui si misurerà il futuro della lirica neo-volgare, e su queste frontiere, vorremmo concentrare e intendiamo collocare il lavoro che ci aspetta.

Gualtiero De Santi

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Il Parlar Franco
Rivista di Cultura Dialettale e Critica Letteraria

Direttore: Gualtiero De Santi
Pazzini Stampatore Editore (RN)
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Due inediti di Franco Loi tratti da Il Parlar Franco (numero 8/9)

La curt l’era d’inciooster, de pagüra,
bucavi un per al lüm d’una candira
e i fogh d’incendi a buff fâ de pagüra
vegniven sura i cupp ne la nott cera…
«Bumbarden…» «Mören…» «S’în massâ in cantina…»
Cumpagn el dî di mort, tra i vüs che spera
pulver süi òmm, sòta i tècc, lüdrina.
E l’era un scirussà de gent barbina,
stell che spüava föra i safurment,
mè pàder che scapava i bumb al vent,
mè màder che parlava di so gent…

Mòrsegh al per, lüsiva la cadrega,
el cör strengeva, can, se ‘l me strengeva.

(1965)

La corte era d’inchiostro, di paura,
abboccavo un pero al lume d’una candela
e i fuochi degli incendi a soffi da far paura
venivano sopra le tegole nella notte di cera…
«Bombardano…» «Muoiono…» «Si sono ammazzati in cantina…»
Come il giorno dei morti, tra voce che sperano
polvere sugli uomini, sotto i tetti, sporcizia.
Ed erano colpi di vento che portavano furfanti,
stelle che sputavano giù tempeste,
mio padre che scappava alle bombe nel vento,
mia madre che parlava delle sue genti…

Morsi al pero, lucignava la seggiola,
il cuore stringeva, cane, se stringeva.

*

Ah Massimo, amîs, perché stu sbrêgh?
Pruâ û a pensât, cumpatît, a piang…
… pensâ al tò bêv, pö dâgh la culpa aj strêgh,
ai pês de scòla, al mar ner del tò sangh,
föra di òmm, del temp e de la vita…
…ma, Diu, che gran pagüra!… quèl tò piang
al ref de la speransa, la granita
che tè vursü güstà quèl dî cun mì,
el camenà tra i strâd de la tua vita
cun la baldansa di vintann, murì
aj cann del tò sìfun tacâ ‘na céngia
ne l’angul d’una stansa vöja de tì.

Ah Massimo, amico, perché questo sfregio?
Ho provato a pensarti, compatirti, piangere…
… ho pensato al tuo bere, poi ho dato la colpa alle streghe,
alle fatiche di scuola, al mare nero del tuo sangue,
isolato dagli uomini, dal tempo e dalla vita…
… ma, Dio, che gran paura!.. quel tuo piangere
al filo della speranza, la granita
che hai voluto gustare quel giorno con me,
il camminare tra le strade della tua vita
con la baldanza dei vent’anni, morire
alle canne di un termosifone appeso a una cinghia
nell’angolo di una stanza vuota di te.

***

11 pensieri riguardo “Il Parlar Franco – Una rivista militante”

  1. Un grazie, davvero sentito, a Gualtiero De Santi, che con Manuel Cohen, Gianfranco Lauretano e altri, è l’anima di questa pregevole e importante rivista, che muove verso i nuovi territori del neo-volgare, come De Santi ama definire il neodialetto; un grazie per la curiosità mai paga, e per il coraggio di spingersi ai margini della lingua, della poesia.
    Con affetto. Fabio Franzin

  2. “Insomma il dialetto deve per necessità contaminarsi; non possiede più la purezza dell’origine, né il privilegio della lingua unica” GDS

    ecco, questa mi sembra che sia davvero una strada da percorrere.
    se pensiamo che ‘dialetto’ nel Duecento significa una cosa, ma che poi dal Cinquecento significa opposizione a una lingua letteraria(modello), e che in più inizia a definirsi come carattere municipale.
    forse è giunto il momento di ri-pensare /anche/ la sua funzione nel sistema letterario, e perché no, traduttologico della poesia italiana all’estero.
    buon lavoro, cercherò di seguirne le tracce.

    un abbraccio

  3. Grazie a tutti.

    Credo che sia fondamentale, oggi, sostenere queste iniziative di qualità e impedire a tutti i costi che scompaiano. In questo caso, si tratta di mettere nel proprio conto spese l’acquisto del volume annuale della rivista. Chi ama la poesia e la piccola editoria di qualità dovrebbe farlo.

    fm

  4. Ringrazio tutti per le riflessioni, i suggerimenti, l’invito a lavorare secondo percorsi non prevedibili e non ancora approfonditi. Ne terremo conto, noi tutti della redazione, adesso soprattutto che dall’enclave romagnola (che tuttavia non abbandoneremo) ci si muoverà sul quadrante più vasto della produzione nazionale. Ma più che lettori, penso a voi tutti come interlocutori e partecipi del progetto.

  5. Mi associo ai ringraziamenti. E grazie a Francesco per aver postato la notizia dell’uscita della rivista. Ci si impegna tanto in un progetto come questo, che è poi un peccato quando non ci sia un riscontro di visibilità, come è il momento di sostenere le riviste letterarie cartacee che vivono anch’esse un momento di grave difficoltà (vedi Anterem, Fermenti…).

    Il numero è particolarmente bello, per una serie di testi inediti che vengono ospitati: Maleti, Franzin, Zuccato, Buffoni, D’Elia, ma anche e sopratutto per alcuni significativi interventi critici e recensioni: c’è un ampio saggio di Gabriele Scalessa, un giovane studioso che insegna negli USA, sugli aspetti della poesia dialettale contemporanea, c’è un omaggio a Loi con una ampia sezione di inediti, un saggio di Maria Lenti su Michele Sovente, interventi sulla poesia di Serrao, e molte recensioni: su Nelvia Di Monte, Pier Mattia Scalabrino, Francesco Gabellini, Mario Mastrangelo, Edoardo Zuccato, Salvatore Pagliuca, l’epistolario tra Giuseppe Rosato e Ennio Flaiano, e poi una bellissima intervista di Rita Giannini a Gianni Fucci, splendido ottantenne e uno dei patriarchi della poesia neodialettale, e tanto altro in 146 pagine nate da tanta passione in comune.

  6. Ho dimenticato che, assieme ai grandi vecchi, ci sono pure i giovani: una ampia sezione di inediti del compianto Salvo Basso, preceduta da un intenso intervento di Renato Pennisi.

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