Ingegneria poetica

Giuseppe Cornacchia

“In generale, vi è accordo sul fatto che le proprietà estetiche siano proprietà percettive, dipendenti da proprietà percettive di livello più basso, oggetto di esperienza diretta più che di inferenza; la fruizione estetica richiede pertanto la messa in gioco di categorie appropriate nell’esperienza dell’opera.”

In Tutte le Poesie (1994-2004), libro pubblicato da Lampi di Stampa con la formula “Print on Demand”, Giuseppe Cornacchia prova a riannodare le fila del suo personalissimo discorso/percorso più che decennale di e sulla scrittura, disponendo l’intera sequenza dei materiali testuali prodotti lungo un asse orizzontale, diacronico, che ha la funzione non tanto di indirizzare il punto di osservazione e di farlo convergere all’interno di una prospettiva unicamente e unitariamente storicizzante, quanto piuttosto di offrire, attraverso l’ordinata sequenza delle tracce, da quelle più flebili e marginali a quelle più marcate e significative, la possibilità di ricavare coordinate ermeneutiche capaci di inquadrare e decodificare l’ipotesi-mondo, scientifica ed estetica, di cui ogni successiva tappa creativa rappresenta un frammento, l’epifenomeno rizomatico di un esperire che rimane lineare e coerente nel suo disegno fondante, pur nell’estrema varietà delle strutture in cui si incarna e delle sostanze che utilizza per realizzare quelle forme.

Fedele al dettato primario della sua formazione scientifica di base, nella quale ha saputo variamente inglobare, insieme a forti e dichiarate sollecitazioni filosofiche, l’attraversamento costante della tradizione letteraria (non solo italiana, come comprovato, a conferma, anche dalla sua opera di traduttore), tra lasciti e rimozioni di fine/inizio secolo (e millennio) e con punte di sostanziale attenzione ai mondi (apparentemente) meno frequentati d’oltremanica (Paul Muldoon, tanto per fare un esempio, è praticamente una sua personale “scoperta“, partecipata poi a tanti lettori della rete), si presenta come chi deve, per naturale intrinseca necessità, fare il punto sull’insieme dell’esperienza maturata: con il distacco e l’obiettività di sguardo che un’opera compiuta sempre impone, o dovrebbe, in primo luogo all’autore (in particolar modo nel campo della produzione poetica), e la consapevolezza critica, che non può mai esserne disgiunta o semplicemente relegata ai margini della focalizzazione quando si dà vita a un’operazione del genere, tanto delle suggestioni seminate e raccolte nel corso del tempo, quanto delle convinzioni teoriche da cui l’intero suo lavoro prende le mosse e a cui mette definitivamente capo – come attestato, del resto, dal saggio/riflessione – una vera e propria interrogazione in fieri, in corso d’opera – “Mi costruisco un sistema di pensiero (e una poetica)”, che, non certo a caso, chiude il volume con il sigillo della ricerca conclusa (e/o della conclusione come punto di partenza per altre esplorazioni).

Pensiero e poetica sono gli assi portanti del discorso ideativo e della pratica creativa – entrambi funzionali alla ricerca di una sistematicità dichiarata e verificabile, che si dà, nell’ottica dell’autore, attraverso un’opera preliminare di deideologizzazione dell’esistente, di epochè della (auto)referenzialità soggettiva e delle escrescenze contestuali che minano la leggibilità del mondo, la sua datità, che deve presentarsi/presenziare, nuda e spoglia, alla mise-en-scène (in un théâtre tutto naturale – nell’accezione primitiva del termine) dell’osservazione, alla sua vestizione segnica secondo un procedimento (un alfabeto) che, dal complesso al semplice, e viceversa, deve essere sempre fruibile e trasferibile in ogni sua elementare struttura significante (cfr., ad esemplificazione, il lavoro proposto qui). La sub-ordinazione della seconda al primo (praticamente: la riferibilità immediata della “struttura” a categorie comunitarie, o convenzionalmente accettate) è la premessa dello scontro fattuale (anche e soprattutto a livello di linguaggio) da cui si origina la forma – come in una combinazione di particelle, o di elementi, che declinano le loro rispettive sintassi prima della possibile unione, di modo che, quale che sia il risultato, anche il più imprevedibile, esso possa essere in ogni caso riportato a una de-terminata lettera (o regola) iniziale che indirizza la lettura e, con essa, la comprensione.

L’irriducibilità (o presunta tale) dello specifico poetico è salvaguardata, in ultima istanza, soltanto entro uno spazio circoscritto (quello in cui anche lo sguardo frastagliato e asimmetrico della riduzione estetica può operare in modo trasversale, senza alterare la de-finizione dell’immagine osservata), ed è garantita dalla rimozione di ogni esuberanza o superfetazione affabulatoria (di natura consolatoria, emozionale o dichiaratamente descrittiva), dalla messa in luce del rilievo o dello sprofondo, dell’ostacolo o del varco, dell’ipostasi assolutizzante o del movimento discensionale, unicamente nella loro natura di attributi dell’oggetto, di elementi costitutivi e connaturati che ne contrassegnano inequivocamente l’identità, e non come in-esistenti finalità (sempre provenienti dall’esterno, da un surplus di visione che non è mai un riflesso dell’oggetto in sé, ma un’aggiunta, o un precipitato eterodiretto che intorbida il rapporto con la frontalità dell’osservazione) inerenti all’atto della trascrizione poematica. E ciò avviene a prescindere sia dalla materia che dalla gabbia segnica in cui un’immagine siffatta va a prendere dimora, a occupare spazio e tempo con la sua presenza: dall’inappartenenza residuale di un possibile, stravolto (in fatto di regole e di aspettative) canzoniere d’amore, alla presa d’atto della violenza (non solo verbale) contenuta nei, e prodotta dai, rituali dell’universo letterario; dall’idillio amputato e ridotto a grido inudibile, alla logica computazionale delle “prove tecnologiche”; dal poema polverizzato che chiude un millennio e battezza il nuovo al suo fonte di cenere, al metodo che trasforma in sequenze poetiche anche la simbolica amorfa e destrutturante dei linguaggi ipercinetici e ipertecnologici; dall’alchimia sociale che trasforma l’umano in “fazioni disponibili” a ogni uso, allo splendore selvatico del canto augurale della rosa pagliata.

Queste brevi note non hanno, evidentemente, nessuna pretesa di dare conto, se non per brevi cenni e seguendo il filo di personali suggestioni di lettura, della complessa ricchezza dell’intero tracciato; della fedeltà dell’autore a un itinerario e a una prassi scritturale che fa della ricerca, mai fine a se stessa, sempre criticamente fondata e motivata (da Quine a Wittgenstein, da Levinson a Putnam a Rorty, tanto per citare qualche riferimento teorico e metodologico preciso) la sua ragion d’essere; della consapevolezza di chi sa di dover mettere in conto, preliminarmente, la possibile marginalizzazione del proprio lavoro rispetto alle poetiche consolidate (dall’uso e, soprattutto, dall’abuso – singolo o di gruppo), rispetto ai canoni (o presunti tali) che dettano legge per volontà accademica o sulla base della (sempre) molto discutibile autorevolezza degli organi che li sponsorizzano (dalle riviste cartacee alle congreghe in rete, più o meno alternative che siano).

Questo complesso, e per molti versi seminale, itinerario di circumnavigazione dell’oggetto poetico ha fatto corpo unico, fin dall’inizio, col progetto legato al portale Nabanassar, uno dei primissimi siti letterari della rete: caratterizzato – e non poteva essere diversamente – da un’intensa opera di scouting e, contemporaneamente, di ribaltamento dei più radicati luoghi comuni estetici, condotta dai fondatori, nonché attuali gestori (responsabile, insieme a Giuseppe Cornacchia, è sempre stato anche Angelo Rendo), e dai collaboratori che si sono via alternati nel corso degli anni. Un lavoro veramente interessante e pregevole (anche sul piano critico: si pensi ai contributi di Stefano Guglielmin, degli stessi gestori di ieri e di oggi e di tanti autori ospiti) che ha dato spazio e visibilità a molte personalità, alcune praticamente sconosciute all’atto della pubblicazione su quelle pagine, che hanno saputo in seguito proporre ampie prove di assoluto valore poetico: Tiziana Cera Rosco, Chiara De Luca, Francesca Serragnoli, Teresa Zuccaro, Martino Baldi, Paolo Fichera, Santi Spadaro, Gianluca D’Andrea – solo per fare qualche nome, andando a mente e assolutamente a caso, perché l’elenco sarebbe veramente lunghissimo.

A prescindere da qualsiasi giudizio di gusto, che nulla toglie e nulla aggiunge alla realtà e all’esistenza del testo dato, ci si può solo augurare (e non credo di essere il solo a sperarlo) che il contributo di questa lunga militanza estetica (l’espressione è di Angelo Rendo, ed esprime appieno, a mio modo di vedere, il senso complessivo dell’esperienza maturata da Giuseppe Cornacchia) non venga meno, definitivamente, viste le ripetute dichiarazioni dell’autore in tal senso, con la pubblicazione di quest’opera. (fm)

 

***

 

______________________________

Giuseppe Cornacchia, Tutte le Poesie (1994-2004), con uno scritto teorico posteriore, Milano, Lampi di Stampa, “TuttiAutori”, 2010.

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Testi

 

        (Introibo)

I

Constato e rivelo.
Potrai non credere
che sia un uomo
a parlare
ma ho certi riscontri.
Mantieni il contatto:
nuovi strumenti di lettura
apprenderai.

 

II

Ci sarà qualcuno a dire che scrivo
ed altri d’accordo annuire.
E chiedono soldi per leggermi;
e fanno dei versi un crogiolo
cento storpi che sciacano a braccio
a cercare conforto.

 

IV

Madre,
recami l’otre
dei tuoi bagli non nati
ché ne farò parole
tali quali finire scompensata,
almeno una volta nella vita una donna
dirò d’avere avuto non solo sessualmente.

 

        (Julia)

Dinanzi al tabernacolo
m’inchino deferente.
Mi sono ricordato
di quand’ero praticante
e l’incenso ispirava carità
che fa di vino sangue
e pane carne.
Qui mi dicesti: “Ho freddo”.
Non ti misi il giubbotto sulle spalle.

 

L’AMO

Alla mia donna ho poco da dire.
A lei non rivolgo saluto
e spesso non so come stia,
né lo domando a chi la frequenta.
So che sta lì e non cerca riparo
quando decido che voglio baciarla.
Cerco dunque un pretesto
per averla a meno di due metri.
In modo molto anomalo
come due sconosciuti che si sanno a memoria
provochiamo un momento che ci leghi.
Una volta vicini
il nitore degli sguardi
sospinge le mie labbra sulle sue.

 

Ieri ho tolto la polvere
a quella grande sedia chiara
sulla quale sedevi
frugando le mie cose.
Cercavi me, dicevi,
un verso o piccoli segni d’affetto,
almeno quello,
un cenno, una speranza
che sarebbe stato normale un giorno
dire “Ti amo, faccio davvero”.
Non ne trovasti.
Sai, dovresti vedermi
ora come allora continuare a sbagliare
e non avere più voglia di ripetermi
uguale a me stesso e molto morto dentro.

 

        (Altre poesie)

DANZE DI UN UOMO PERSO

Non potrò arginare
la domanda di vita
che sta crescendo dentro,
nonostante conosca
impulsi irrefrenabili a partire
verso stanze sicure:
Dio c’è,
spesso ha chiamato in momenti inattesi,
ne sono testimone.
Ho cercato di fare
da giara di emozioni
perché nulla fuggisse;
non disperdere il seme,
sta scritto,
e ho portato con impegno un velo
sottile, a nascondermi
tenendo tutto dentro.
Ma mi sono stancato,
innaturale credere
e non poter vedere
se voci mi tormentano.

 

        (Ma cosa vogliono i poeti)

Poeta del terzo millennio

Idolatrare la manifestazione del pensiero
per vederci appigli di conoscenza e verità
non mi convince. Tutto questo spolvero
d’analisi in cicli chiusi e aperti affastellandosi
sull’opinione fa torto al vero problema
che è: a chi giova? A chi deve giovare?
Perché, ecco, se si dovesse ammettere
che può tranquillamente non interessare,
la partita è chiusa, torniamo al cuore/amore
ed avremo più pubblico.
Io penso: uno dei segreti è non rinchiudersi
in qualche idea fondante;
io credo sia nostro dovere rischiare ogni volta
si possa trovare un contatto;
ed un contatto è possibile sempre,
s’accetti una dialettica comunque posta.
Ma senza virtù d’astrazione saremmo parziali
schiavi di tecniche compositive e procedure
che portano a dettati privi di spessore.

 

        (Metodo)

Metodo

Se più modelli ammettono un fenomeno
non sono indipendenti, dunque ragioniamo
andando al nocciolo. Ma il fenomeno?
Allora ragioniamo sul fenomeno
a prescindere dal nocciolo.
Ragionare sul fenomeno che abbiamo
centra il nocciolo? Potremmo non servircene,
non accorgercene.
Dato il nocciolo, quanto è semplice
lo studio di un fenomeno?
Il mio fenomeno??
Sul fenomeno invento un nocciolo locale.
Dato un nocciolo, ricavo i suoi fenomeni;
dato un nocciolo, adatto un mio fenomeno.
Ragiono sul fenomeno e il mio fenomeno:
sono uguali? Ragionevolmente uguali?
Ragiono sul fenomeno in via del nocciolo.

Penso al nocciolo. Penso, penso, penso
partendo dal fenomeno.
Penso al nocciolo. Penso al nocciolo.
Penso al nocciolo partendo dal fenomeno
o invento un nocciolo che regga il mio fenomeno?
Un nocciolo, fenomeni;
un fenomeno, il mio nocciolo locale;
più fenomeni, più noccioli locali.
Dai noccioli locali il solo nocciolo, se c’è.
Dal nocciolo fenomeni,
il mio fenomeno. E il fenomeno?
Un fenomeno è il mio fenomeno
ma il fenomeno è un fenomeno?
Dal mio nocciolo locale il solo nocciolo:
ho inventato un nocciolo locale
cercando di scoprire il solo nocciolo.
Cercando di scoprire il solo nocciolo
ho inventato un nocciolo locale
che regge il mio fenomeno.
Adottando con giustezza un fenomeno reale
ho fatto una scoperta.
Studiare serve.
Sapere di fenomeni serve ad inventare
scoprendo in via indiretta.

 

        (Duemila)

I

Potremmo cominciare da Jahvè.
E’ stato reso umano, miserevole e grandioso,
a molti ha dato un tono col suo nome.
A volte è pure morto, a dir di certi,
poi loro convertiti a parrocchiette.
Ci si chiede perché non intervenga,
non morde la coscienza a pancia piena
o forse c’è un momento in cui si svacca
e transustanzia la mancanza in Fede.

Fino ad oggi nessuno è mai tornato
e questo è un segno, ma archetipa nell’uomo
è la speranza e siamo tutti qui
a far la conta dei peccati. Vale?

Spesse volte dipende dall’ambiente
avere fede o meno, come dire
che i miracoli avvengono in notturna,
la verifica è sempre problematica
e serve malto o tatto per capire;
non posso dare torto a chi s’angustia,
la vera libertà è non decidere.
Il saggio dice: “C’è ma non si vede,
non sono in grado di risolvere il problema”
e senza troppi giri di parole, fa:
“Tu sta buono e la fede arriverà.”

Ci fu giorno in cui volli dare prova,
riuscire con la forza a trarmi in volo:
mi misi alla finestra ad aspettare
finché un passero arrivò: “Sei stanziale,”
disse, “non cogli la giusta prospettiva
del problema. Per quanto grande sia
la tua sapienza manca il lampo,
il tuo fardello è questo e devi convenire
che non c’è Oltre a certi occhi, né c’è Dopo;
ogni uomo s’impratica uno scopo
o sceglie quello d’altri che gli piace
ma è sempre uomo e uomo vale e resta,
libero di pensare in un bicchiere
e d’affannarsi in campi limitati,
mai pago d’uno scopo generale
in un modo che non si possa ribaltare.”

E questo l’argomentano con prove,
così vogliono e noi chiediamo,
fossimo nati in Russia sai che bello
sparare sul cristiano.
Ma sono dispute arroganti
tra chi briga di conti da saldare
e chi non può tronfieggia,
prima pietra scagli, colui senza peccato.
Dio è dove c’è fame e miseria e
quando un santone cerca sesso.

 

        (Ingegneria sociale)

II. ECONOMIA: VERDE

Pianeta, paradiso delle piante,
Isola del Profondo; non c’è Uno
ma un unico vettore mentale
secerne la sostanza. Questa tende
ad infiorare giallo rosa in spore
che vivono d’azoto.
Il fungo vive e sente, sta aspettando
di farsi massa critica
e dirsi senso. Non sarà nemico.
Con fili delicati
intessiamo la rete
che scaldi l’anima.

Nella grande comune del Pianeta
un altissimo bianco pino
è la nostra promessa
non ripetere la tragedia della Terra.
Orfani tra gli eoni
alziamo fiamme al cielo
per alimentarne le colonie.

“morale -2” march

I don’t know but I’ve been told
Planet’s got a network node.
Likes to press the on-off switch
dig that crazy Gaian Bitch.

 

IV. SOCIETA’ FUTURA: CIBERNETICA

depersonalizzazione / lager

una rete di nodi e di archi
diverse classi d’occupanza
da coda a capo
chiudendo funzioni e obiettivi
su vincoli predefiniti
controllando il susseguirsi
sui sentieri, minimizzando
il tempo di deflusso
la distanza percorsa;
cruccia la congestione
il numero di fila
risvolto dei permessi
d’evacuazione

 

(Traduzioni americane)

        Anne Bradstreet (1612-1672)

TO MY DEAR AND LOVING HUSBAND

If ever two were one, then surely we.
If ever man were lov’d by wife, then thee;
If ever wife was happy in a man,
Compare with me ye women, if you can.
I prize thy love more than whole Mines of gold,
Or all the riches that the East doth hold.
My love is such that Rivers cannot quench,
Nor ought but love from thee, give recompence.
Thy love is such I can no way repay.
The heavens reward thee manifold I pray.
Then while we live, in love let’s so persever,
That when we live no more, we may live ever.

 

AL MIO CARO MARITO AFFEZIONATO

Se due mai furono uno, noi sì.
Se uomo amato da donna, tu;
Se moglie felice in marito, io,
Potete fare paragoni, donne!
Stimo il tuo amore più che miniere
O ricchezze che l’Oriente detiene.
Il mio amore i fiumi non spengono
E solo il tuo amore lo compensa.
Tale è il tuo amore che non ripago.
Prego il cielo te ne compensi.
Vivendo, perseveriamo in amore,
Sì che da morti si viva in eterno.

 

        Robinson Jeffers (1887-1962)

THE SOUL’S DESERT

They are warming up the old horrors; and all that
they say is echoes of echoes.
Beware of taking sides; only watch.
These are not criminale, nor hucksters and little
journalists, but the governments
Of the great nations; men favorably
Representative of massed humanity. Observe
them. Wrath and laughter
Are quite irrelevant. Clearly it is time
To become disillusioned, each person to enter
his own soul’s desert
And look for God – having seen man.

 

IL DESERTO DELL’ANIMA

Ricordano gli orrori
Come eco di un’eco.
Sta’ lontano, a guardare.
Non sono criminali, trafficanti,
Stupidi cronisti, ma i governi
Di grandi nazioni; rappresentano
La massa umana. Osservali.
Ira e sorriso
Non servono. E’ proprio tempo
Di svegliarsi, ciascuno penetri
Il deserto della sua anima
Cercando Dio – visto l’uomo.

 

        Emily Dickinson (1830-1886)

101

Will there really be a “Morning”?
Is there such a thing as “Day”?
Could I see it from the mountains
If I were as tall as they?

Has it feet like Water lilies?
Has it feathers like a Bird?
Is it brought from famous countries
Of which I have never heard?

Oh some Scholar! Oh some Sailor!
Oh some Wise Man from the skies!
Please to tell a little Pilgrim
Where the place called “Morning” lies!

 

101

Davvero esiste “Mattino”?
C’è e cosa è “Giorno”?
Che possa vederlo dalle montagne
Fossi alta quanto loro?

Ha piedi come ninfee?
Piume come gli uccelli?
Giunge da paesi famosi
A me sconosciuti?

Un erudito! Un marinaio!
Un saggio dal cielo!
Dire alla mite pellegrina
Da dove spunti “Mattino”.

 

***

9 pensieri su “Ingegneria poetica”

  1. ciò che si delinea sin da una prima e parziale lettura é la differenza di registro dei testi qui proposti nella forma e – chiaramente – nel contenuto, da non intendersi erroneamente quale mancanza di “filo conduttore” che complessivamente alimenti un “discorso poetico” vasto e generale. Ci sono infatti testi estremamente “razionali”, in cui la dialettica si srotola per logica e “maieutiche” domande dal taglio deciso e marcato, altri in cui diversamente si sente un “pathos” lirico morbido, “melodioso” e – viste le traduzioni della Dickinson e Jeffers, mi si passi l’anglicismo – con “a bitter aftertaste” che non mi sorprende dal momento che l’autore stesso in “Poeta del terzo millennio” – una vera dichiarazione d’intenti poetici che condivido – partendo dal postulato: “Idolatrare la manifestazione del pensiero / per vederci appigli di conoscenza e verità / non mi convince” – che non lascia ombre di dubbio sin dalla sua ouverture con la scelta del verbo “idolatrare”, che limpidamente definisce la connotazione negativa del “gesto” – seguito dallo “spolvero / analisi in cicli chiusi e aperti affastellandosi / sull’opinione” senza chiedersi “a chi giova? A chi deve giovare?”, ci conduce dinanzi ad un prodotto tanto semplice ed ovvio da rivelarsi quasi un “segreto”, ossia “… non rinchiudersi / in qualche idea fondante” ma “rischiare ogni volta” senza dimenticare che “senza virtù d’astrazione saremmo parziali / schiavi di tecniche compositive e procedure / che portano a dettati privi di spessore.” … che, nella fattispecie, io chiamo “esercizi di logopedia applicata”.

    Mi ero sempre chiesta cosa scrivesse “GiusCo”, ne traggo una piacevole visione d’insieme.

    :) una con “derive da shampista”.

  2. Ringrazio Francesco, non si sarebbe potuto dire meglio il senso dell’operazione.

    Natalia: il commentatore webbico GiusCo, adesso Il fu GiusCo, e’ parte propria della “militanza estetica” di cui sopra. Ha lingua biforcuta, ma rimane un sostanziale estimatore del femminile, piu’ che del maschile, come da numerosi riallacci, canti e felici/infelici nominanze. Saluti a lei.

  3. in vero lei è molto più “tenero” di quanto la sua militanza webbatica vuol far credere o celare. Sa, un commento si può modulare ed anche gestire in modo biforcuto, ma la poetica parla sempre da sola.
    quanto al suo estimare il femminile, che dire? me ne compiaccio per lei, non certo per me.

    salut.

  4. Veda, il testo, la poetica ci sopravviveranno -eventualmente- come sistema chiuso ed e’ giusto quel che lei dice: una vasta parte dei testi in questo libretto ha un sottostrato aperto alla mediazione, empatico.

    Resta la contingenza presente, la politica propriamente detta, l’agone che dovrebbe essere letterario -o di pensiero, secondo mia radice propria- ma e’ molto schiacciato sull’utile e sull’ideologico.

    Di fronte all’incudine del pensiero mediatico unico e al martello della reazione uguale e contraria (seppure, in questa fase, reazione perdente), il commentatore webbico GiusCo -assieme al poeta Cornacchia- rivendica in forma prosastica una “militanza” basata sui progressi civili, sul sollievo delle aree indifese del sostrato sociale.

    Una politica di frontiera, un’economia verde, il valore portante della ricchezza, un sistema di controllo cibernetico/repressivo. Non e’ una distopia, e’ in un certo senso la condizione ideale per lo sviluppo di cio’ che piu’ mi sta a cuore: le idee, la ricerca propriamente detta, pura e applicata. Qualcosa che in Italia si avvicina alla politica del Partito Radicale nelle sue varie evoluzioni storiche, e all’estero, in questo momento presente, nello spettacolare boom cinese (che tanto verde in verita’ non e’, ma si fa quel che si puo’).

    Quando Francesco dice che molto e molto si potrebbe dire sul libro, in realta’ dice che tante e tante discussioni si potrebbero fare a partire dai testi, che dunque perdono la funzione propriamente estetica. Questo coniugare estetica e pensiero e’ di sicuro la mia caratteristica fondamentale.

    Ma, ripeto, testi e poetica sono un sistema chiuso che alla fine dei conti incontra il lettore e costituisce il triangolo ermeneutico di cio’ che l’autore pretendeva di dire, di cio’ che il lettore pretende di leggere e di quanto viene mediato dal valore (significato) corrente delle parole, disposizioni metriche, orchestrazione delle mini sillogi nell’opera libro.

    Quando Francesco mi invita a continuare, mi chiede sostanzialmente di progettare, dare forma e poi scrivere un nuovo libro. Non credo di averne le forze, ad essere onesto. E’ piu’ facile che continui con le traduzioni/riscritture: ventidue poesie da Muldoon, se i tasselli editoriali si incastrano, usciranno a meta’ anno. Un altro poeta che mi piace molto potrebbe essere il prossimo tradotto (John Koethe). In dieci anni avrei tre o quattro di queste “riscritture” e un possibile nuovo libro.

  5. Ecco uno dei libri che mi procurerò presto, con vero piacere leggo l’opera omnia di Giuseppe. Francesco puntuale come sempre nel dare notizia delle ottime pubblicazioni. Di Cornacchia avevo solo una plaquette!

    Un caro saluto e grazie

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