Luoghi incerti

Stefanie Golisch

«Prima o poi ognuno s’inventa la storia che in seguito ritiene sia la sua vita», scrive Max Frisch in Homo faber. Si vuole o non si vuole quindi scoprire la verità della propria vita? E quale verità? Quella comoda e pacificante o quella ambigua, in grado di sconvolgere tutte le presunte certezze? Tra il desiderio di chiarezza e riconciliazione e la necessità oggettiva di indagare sui “luoghi incerti” della propria esistenza in modo più spietato, Stefanie Golisch utilizza la storia della propria famiglia, la storia di una Germania rimossa, la vita dell’io narrante tra due culture, quella tedesca e quella italiana, per aprire un bilancio. Senza vincoli cronologici, un io alla sbarra si pone di fronte al giudizio del lettore. Da una parte il desiderio di una coerenza retrospettiva, dall’altra il caos indistinto nelle viscere del vissuto, nella sola convinzione che «non si può essere allo stesso tempo ciò che si è stato e ciò che si è», e che soltanto scrivendo si accenna una via d’uscita: una possibile verità o una versione della realtà come risultato di un continuo velarsi e svelarsi.

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Stefanie Golisch, Luoghi incerti
Isernia, Cosmo Iannone Editore, “Kumacreola”, 2010
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Uccelli morti

     Arrivata a destinazione, dopo un faticoso viaggio che in verità fu una interminabile marcia dall’est verso l’ovest, mia nonna non ha più camminato.
     Non ha mai più lasciato la sua casa.
     La sua malattia non aveva un nome preciso. A noi bambini si diceva che dopo la fuga le sue gambe avessero ceduto, infatti, di domenica pomeriggio quando le facevamo visita, la vedevamo trascinarsi a fatica i pochi metri che dividevano la cucina dalla sala, aiutata da due grossi bastoni.
     Mi ricordo il cigolio quando apriva l’armadio in sala per portare in tavola una bottiglia di Danziger Goldwasser, un liquore con delle scaglie d’oro che prima di servire bisognava agitare per bene. Insieme si mangiavano dei biscotti secchi a forma di lettera che si chiamavano Russisch Brot. Cose dell’est, cose che avevano mangiato all’epoca, prima della guerra, quando il mondo non era ancora crollato, quando il vecchio ordine era ancora intatto, quando i polacchi non avevano ancora portato via la loro casa e tutti i loro averi, quando si pensava che la vita fosse immutabile, eterna.

     E’ domenica pomeriggio.
     E’ sempre domenica pomeriggio.
     La domenica pomeriggio della mia infanzia è un unico lungo pomeriggio che non finisce mai: dopo pranzo i miei genitori dormono, alle tre si prende il caffè con una fetta di torta, ci si veste con i vestiti della domenica e si parte per una breve passeggiata fino a casa dei miei nonni che abitano nella Schillerstraße.
     La Schiller – e la Goethestraße sono due vie perfettamente parallele, costruite in fretta nell’immediato dopoguerra per dare un alloggio ai profughi della Slesia e della Prussia orientale che ora appartenevano alla Polonia.
     Le case in questo quartiere sono tutte uguali. Sono condomini a tre piani di color marrone-grigio con dei piccoli appartamenti spartani, riscaldati da stufe a legna. Sono case senza storia per gente che aveva perso la propria storia, che era arrivata alla fine di una guerra disastrosa, dopo un impossibile viaggio a piedi o su i carri con le poche cose che aveva potuto mettere in salvo. Visto con sospetto, se non con aperto disprezzo, dagli abitanti della loro nuova Heimat che riconoscevano nei loro presunti fratelli sfortunati una fonte d’inquietudine e di disagio.

     Miseria.
     Se penso a queste lunghe file di case tutte identiche, l’unica parola che mi viene in mente è – miseria. In verità non si poteva parlare neanche di case, ma piuttosto di anonimi contenitori per essere umani sradicati, non molto dissimili dai casermoni che oggi in Germania ospitano – o contengono – i rifugiati politici.
     Nonostante la povertà dell’arredamento, l’appartamento dei miei nonni è sempre pulitissimo. Mia nonna, dice mia madre, è una maniaca delle pulizie e dell’ordine. L’odore che mi ricordo è quello della canfora, un odore asettico come in un ospedale che invade ogni angolo della casa, creando un’atmosfera poco accogliente, anzi, ostile.
     I miei nonni non possiedono un frigorifero, ma una Speisekammer, cioè una dispensa, dove mia nonna, di domenica, tiene per me e mio fratello gli avanzi del pranzo. A meta pomeriggio, ci alziamo dal divano che lei chiama, come si usava nella sua gioventù, chaiselongue, per andare in cucina dove divoriamo avidi il pane nero, inzuppato nella salsa della carne.
     Sotto un centrotavola di cotone indurito dall’amido, perfettamente bianco, che sta sulla credenza, è nascosta la nostra mancia settimanale, che ci sarà consegnata soltanto alla fine di ogni interminabile pomeriggio. Per ottenerla dobbiamo, prima di congedarci, baciare mia nonna, la quale ricambia i nostri per nulla amorevoli baci con dei lunghi e assai dolorosi pizzicotti sulla guancia. Odio baciare la flaccida pelle facciale di mia nonna, odio i suoi pizzicotti e le sue cattive domande, ma sopporto tutto sorridendo soltanto per poter sollevare il centrotavola e appropriarmi dei miei soldi.
     Ora, finalmente possiamo andare e se fosse per me, non tornerei mai più in questa casa che mia nonna protegge con puzzolenti detersivi contro ogni forma di vita.
     L’unica cosa che ci alleggerisce un poco il tempo è un settimanale d’informazione, lo Stern, che i miei nonni comprano regolarmente. Prima che consegnarlo a noi bambini però, le donne nude o poco coperte vengono vestite dalla biro di mio nonno che cancella ogni volta meticolosamente le parti del corpo in questione, mettendo così in eccitante evidenza ciò che altrimenti sarebbe passato inosservato. Ma sono proprio queste barre nere che ogni volta conducono la nostra attenzione direttamente nel cuore dell’oscenità.
     Siamo bambini e questi due nonni sono talmente vecchi che non sembrano neanche più appartenere al mondo. Le nostre visite domenicali sono visite nella casa della morte: fredde sono le magre dita di mia nonna quando mi dà i suoi famosi pizzicotti sulle guance che, oltre a farmi male, mi fanno anche paura.
     Nemmeno mia madre ama queste visite, anzi le detesta, e infatti sono una fonte continua di litigi tra i miei genitori. Litigi del tutto inutili perché in ogni caso non cambierà mai nulla in ciò che per mio padre invece è un rito irrinunciabile. Si tratta di sua madre che lui adora sopra ogni altra cosa e che, a sua volta, adora lui sopra ogni altra cosa: il figlio buono e premuroso che ha sbagliato una sola volta nella vita, sposando la donna più sbagliata che poteva.
     Una protestante, non dell’est, figlia di piccola gente e, come se non bastasse, con un padre perfino comunista! Cosa c’entrava questa donna con la loro famiglia? Mai avrebbe potuto comprendere cosa significava aver perso tutto.

     Abbiamo perso tutto.
     Non so quante volte ho sentito pronunciare questa frase, il Leitmotiv di una vita che la guerra aveva non soltanto distrutto, ma addirittura cancellato alla radice.
     Come si poteva rinascere dal nulla? Come si poteva pensare a un nuovo inizio all’età di 45, 50 anni? In una città nuova dove si era arrivati come profughi, in stracci, anonimi, senza nome, senza storia, senza la minima possibilità di farsi riconoscere come ciò che un tempo si era stati e, in verità, si era tutt’ora. Caduti da una solida struttura sociale dove ognuno occupava il proprio posto, e si muoveva quindi sicuro nella consapevolezza di essere chi era e di essere riconosciuto come tale.
     Nella nuova Heimat invece, oltre ad aver perso tutti i propri averi, non si era più nessuno se non l’ultima incarnazione dell’eterno profugo, lo straniero sui generis che l’istinto umano, per legge naturale, non può che rifiutare e conseguentemente allontanare da sé.
     Nella logica dei miei nonni e, nonostante fosse all’epoca un giovane uomo di poco più di 20 anni, anche di mio padre, dopo aver perso la propria Heimat – parola intraducibile che in tedesco ha un sapore intimo, concreto, percepibile con tutti i cinque sensi – nulla è come prima e mai lo sarà.
     Dopo che sia successo il peggio, l’unica cosa che rimane è di sopportare il proprio destino. Piuttosto non uscire più di casa che non cercare di superare il proprio risentimento e scendere a un compromesso con la nuova realtà circostante. Non hanno il minimo interesse a conoscere gli usi e i costumi della loro nuova città, i miei nonni, anzi, disprezzano a priori tutto ciò che non appartiene alla loro cultura d’origine. Naturalmente mangiano solo ciò che producono i panettieri e macellai provenienti dalla loro terra, la Slesia.
     Mangiano come hanno sempre mangiato, pensano come hanno sempre pensato e, nell’ottica della povera vittima, la loro Heimat persa per sempre si trasforma pian piano in un mitico luogo fuori dal tempo e dallo spazio: in una utopia remota che sacrifica ogni possibile futuro nel nome di un’immagine sacra, intoccabile.
     Nella brutta casa marrone-grigia in cui abitano, regnano falsi dei e facili menzogne. E’ la casa dell’amarezza e del disprezzo universale. Qui non si ride, se non delle disgrazie altrui, che in verità non sono disgrazie, ma soltanto episodi comici, perché la vera disgrazia, l’unica al mondo degna di essere chiamata disgrazia, è toccata proprio a loro. Nulla al mondo, neanche il destino più crudele, è minimamente paragonabile alla loro sorte. Tutte le possibili sventure sbiadiscono davanti a quella tragedia che è la perdita della loro amata Heimat.

     Ecco, è la frase che mia madre non è mai riuscita a perdonare a mia nonna: tu hai perso solo tuo padre, ma noi abbiamo perso la nostra Heimat!

     La Schillerstraße 4 è la casa degli spettri o dei morti viventi.
     Quando arriviamo la domenica pomeriggio verso le quattro, dalla finestra ci saluta la vicina dei miei nonni,  ovviamente dell’est anche lei, che passa le sue giornate appoggiata su un cuscino a guardare fuori dalla finestra. Per avere una visione completa di tutto ciò che succede in questa via dove non succede mai nulla, ha montato uno specchio in modo tale da illuminare perfino gli angoli morti.
     La salutiamo educatamente, poi saliamo in casa, dove la nonna ci aspetta con il Danziger Goldwasser e la Russisch Brot che a me, mia madre e mio fratello non ricordano proprio nulla.

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10 pensieri riguardo “Luoghi incerti”

  1. Pingback: Luoghi incerti
  2. la descrizione entra, è la storia, il vissuto, il ricordo (a ingannare?) la memoria.
    ogni ‘Heimat’ persa è un pezzetto d’esilio conquistato.
    complimenti vivissimi.

    un abbraccio

  3. abbiamo perso tutto. credo che sia una frase che mi è stata ripetuta dalla nascita. complimenti all’autrice, per la sua prosa, e per la profondità dolorosa della materia

  4. Cara Stefanie, complimenti! Che sia in tedesco o in italiano, la tua scrittura è, come sempre, grande.
    Non vedo l’ora di leggerti.
    Un affettuoso saluto
    m.

  5. Bellissimo Stefanie!
    Complimenti..tenere una biografia entro orizzonti ampi, non è facile cosa, io ho tenuto anni otto, ad una uscita, benché terminatissima, perché il cuore fosse convinto e convinto..Il mio “China (breve storia di Gina, tra città e pianura)circolerà solo da fine estate, inutile insistere con l’editore.)
    Un abbraccio, di MPia Quintavalla

  6. Nel ringraziarvi per gli interventi, mi preme rimarcare, ancora una volta, il grande “affetto” che Stefanie nutre verso la nostra lingua e la nostra cultura: la scelta di scrivere direttamente in italiano questo suo ultimo libro ne è la riprova.

    fm

  7. Grazie a Franceso per il bel post e a tutti voi dell’interessamento. Luoghi incerti è un libro che parla della Germania, scritto in italiano per chi legge in lingua italiana. Vivo da 22 anni in Italia e la mia relazione con il vostro paese è stato stimolante e tormentata – come la migliore relazione amorosa…In questo libro-ibrido torno in Germania, ma lo faccio in un’altra lingua che mi garantisce il giusto distacco…Per me è stato un esperienza incredibile;il massimo che posso sperare è che i miei luoghi incerti possano risvegliare altri luoghi incerti e più incerti ancora…
    Non si tratta certo di chiarire le cosa, ma, anzi, di confonderle sempre di più…A questo caos, in qualche modo, bisogna resistere…

    Un caro saluto di lunedi mattina

    Stefanie

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