Ruah

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Davide Zizza
Ruah
Roma, Edizioni Ensemble, 2016

Il ritiro della divinità per consentire all’universo di esistere, là dove ne parlano la Qabbalà e la mistica ebraica, era ricordato perfino da un poeta come Corrado Costa: la sua mistica privata incrociava Baudelaire e l’amico artista Baruchello come niente fosse, come fosse tranquillizzante rendere ai minimi termini tutta la poesia del Novecento per poi rimettere i frammenti in ordine diverso, in ordine diciamo poco cattolico e molto ebraico. Non sappiamo quanto questo metodo abbia avuto successo nella poetica del secolo scorso, al di fuori della sperimentazione, all’interno delle scuole schematiche di cui quasi tutti si sono avvalsi. Resta il fatto che, occhi chiusi o aperti che dir si voglia, alcuni ovuli hanno attraversato il varco temporale e oggi qualcuno si dischiude, non senza alimentare qualche sorpresa. Davide Zizza parte proprio da qui, da questa fondazione, nominando le cose all’interno dello spazio dove si ritrova cosciente di respirare qualcosa che prima non c’era. Il tempo, il soffio (Ruah), le vite presenti in vita nella storia, vanno messe nel luogo della visibilità postuma all’assenza. E dunque giungono versi come fossero spartiti di una “memoria celeste”, di per sé silenziosa ma dall’autore presa in consegna dandole resistenza poetica, canto (sommesso, non dilatato) che possa andare avanti e indietro nel tempo seguendo le orme dei classici e delle grammatiche perduranti. Lo spazio è così sottile che diventa facile trasferirsi nei luoghi dove più si è mediata la tradizione, e Gerusalemme corrisponde al tempio del pensiero. Lì stanno le odi e i fiori, l’inconsueto tragitto dell’inchiostro nei libri, e la parola orale dei sapienti, anche la ragnatela relativistica di Einstein. Sud e Nord non sono che odori del mondo, oggi più spenti rispetto al passato, mentre ci occorrono poeti capaci di pizzicare ancora le strade, i loro percorsi, le memorie di Orfeo e di Williams, al pari degli amuleti di Caproni (le sue eterne caramelle scartate nelle tasche) e le discussioni domestiche, Bach e i segni (spesso insanguinati) di chi sopravvive, resiste sui taccuini e sui libri. Zizza preserva i moleskine accanto ai libri di Walcott e non teme il povero minotauro quando non sa più che fare fuori dal labirinto. Ma contano le immagini salvate nel fondo dell’occhio, dove la retina ricorda tutto e rimanda al cielo il suo contenuto. Questa è la condizione della vita, le temerarietà rimbalzano continuamente in un libro che sembra breve e che invece è lunghissimo, attraversa le dimensioni come oggetto esoterico su cui posa lo sguardo (come bene dice Enrico testa nell’introduzione), di tanto in tanto, il Montale perduto nei fantasmi del pomeriggio canicolare: tutte le cose sembrano sciogliersi fra un respiro e l’altro, ma dentro il respiro (ruah) aggiustano la loro struttura impedendo alla trascendenza di avviluppare tutto nell’informe. Questo pericolo, nel libro di Zizza, non c’è.

 

Testi

 

«In principio fu il verso»,
il respiro creatore, il ritirarsi di Dio
alle sponde dell’infinito.
Farsi da parte per fare spazio.
Così se ti osservo e respiro il tuo nome,
così senza prendere spazio
mi ritiro per vivere nel tuo soffio.

 

*

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.
C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.
Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.
Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.
Tutto fu. Nella musica della Creazione.

 

*

 

La tavoletta del tempo

Sono senza inchiostro; rifletto sulla scrittura,
penso e nella mia mente fatta di pergamena ogni lettera
occupa un posto, una dimensione;
ogni lettera una lingua, una sfumatura,
storia di tempi:
sono uscito da me stesso nelle notti di fuoco,
cercando sensazioni dell’essere
ma non ho ancora inciso tavolette
di nuove grammatiche;
ho solo dei percorsi, mappe interiori
tracciati, segni, dimensioni
dell’essere sul filo dell’esperienze.

 

*

 

Havdalah al Café Qaifit di Gerusalemme

Non possiamo più vederci, mia isha, la Legge lo vieta.
È doloroso il distacco da te; dentro me qualcosa muore.

            È un supplizio non vederti più, nour, nour dei miei occhi –                        non vederti più è come morire: nahy è la nostra vita.

Il giorno ritira il suo sole: fuori è già il deserto.

                                   Oggi fa eco la mezzanotte del terrore.

I soldati saranno presto qui; una nuova shoah
ridurrà in polvere questi muri.

                     Il tempo distruggerà questo tavolo dove tempo fa  
                                 ti amai la prima volta con baci furtivi.

Ricordo bene, era Yom-Kippur,
quel giorno capii che non esiste peccato nell’amore.

                                   Quando non saremo più né tu né io,
                        quel giorno saremo finalmente liberi, mio amato.

 

*

 

Caduta

Similmente alla caduta di un petalo di fiore,
sento cadere qualcosa, dal fondo: nel suo silenzio
l’aria disegna coi rami degli alberi
sensazioni ed echi.
Non è tempo di odi – la nuova e antica poesia
è l’esperienza di una visione
vista dall’interno, un salto d’inchiostro sulla pagina;
riconoscerne la verità
è vivere ad una quota, sentire una neve
che non gela.
Cade l’esperienza metafisica nelle parole,
ricade sempre e nel tempo, non come un’ode,
ma come un petalo del fiore.

 

*

 

Chopin, l’insetto e Einstein

Scenografia domestica: pulizie
domenicali e Chopin a finestre aperte –
e un piccolo insetto
che tenta la sopravvivenza
sull’esile ragnatela della finestra,
nello studio. Non so da quanto tempo
sia lì in silenzio in quel poco di spazio,
non so quanto ne ha da vivere.
Come il tempo e lo spazio,
così pure la fisica degli esseri è relativa;
microcosmi restano coinvolti
nella stessa invisibile corsa,
arrampicarsi sul filo del giorno
per aggiudicarselo.

 

*

 

Intima dichiarazione all’alba

Nel vapore mattutino di un bar
(memore io delle letture di Caproni),
respiro l’aria azzurrina dell’alba,
la freschezza odorosa della strada
– glassata di pioggia, direbbe Williams –
alle sei del mattino riesco forse
a decifrare il senso di gesti e sguardi comuni:
«un caffè, per favore» chiedo senza fretta
(facendo eco al primo avventore),
scelgo una fra le bustine di zucchero
pur se il caffè lo preferisco amaro
e come spot del giorno leggo la frase
consegnatami dal caso:
“Il brusìo del giorno i nostri cuori sgombra” –
è di un poeta russo. Prendo allora la bustina,
mi guardo dentro e sorrido,
la metto in tasca senza consumarla.
Per oggi il mio amuleto è questo,
una dichiarazione all’alba
che ripete l’intimo ardore.

 

*

 

Fotogramma

Lo sguardo si incanta,
il pensiero si muove
finissima molecola
per posarsi di là tra gli alberi – invisibile
si rapprende l’odore essenziale
dell’estate sui muri giallo-ocra degli abitati:
lo stato di coscienza
in cerca di un simbolo dove
far sopravvivere, resistendo al tempo,
la parola che tutto riveli
e tutto metta a tacere.

 

*

 

Appunti di moleskine

La moleskine e le poesie di Walcott in cucina:
oggi leggo e scrivo qui, con l’affacciata ad est,
e mi abbandono un po’, dimenticandomi –
fuori il feroce Minosse si è calmato, la pietà del clima ironizza
una frescura fuori stagione;
ritorno alle mie pagine, cerco un finale per un articolo,
la fuga della penna testimonia un silenzio che non so dire;
mi restituisce questa prosa una quotidianità già conosciuta,
ha sapore di terra e di carta questa lotta –
puntualmente persa – della parola che non tiene.

 

*

 

Faccio in modo che rimanga qualcosa nel fondo

Faccio in modo che rimanga qualcosa nel fondo
del mio occhio, che la retina possa catturare situazioni, colori
ambienti e stati d’animo
perché qualcosa rimanga – residuo, voce, ossidazione del tempo –
da disseppellire dal fondo del mio ippocampo.
Guardo mia moglie dormire, e la sua figura attuale
fa rimbalzare nella mente sorrisi da bar,
noi all’epoca già vecchi fidanzati di gioventù.
La voce del tempo diventa allora un sapore di vento
che percorre immagini sovrapposte come abbagli,
epifanie, le uniche vere pupille
quando la verità recupera il suo silenzio.

 

*

 

Alla voce epifania

Rappresa la memoria come una macchia,
il ricordo avanza nel corridoio,
ipotalamo sotterraneo
che dal meridiano
raggiunge il soggiorno, la lampada, gli odori –
assembramento familiare
che la mente riconosce;
rileggo Rilke, la sua orfica sostanza
si sovrappone al silente
ossimoro di un giorno piovasco;
l’udito accompagna la percezione,
nell’angolo del dagherrotipo
gli occhi intercettano il vuoto.
La memoria è una lenta fuga,
parafrasi del tempo
alla voce epifania in lettera minuscola.

 

*

 

                a E. Jabès

risale dal fondo –
un respiro
che dal recinto si libera:
lo senti? osservi riemergere
in un volto
la sua eternità affidata
a una scintilla
sulla soglia
la voce affronta il suo sacrificio
sulla pagina:
a fine paragrafo
una sovversione
tiene in vita la mente.

 

*

 

«Si tratta di togliere peso alle parole,
lasciar cadere la corazza: sulla fronte
resta solo un respiro.
Si tratta di buttare l’àncora.
Che forma e senso siano lo specchio
dove guardarsi: ritrovarsi.»

1 commento su “Ruah”

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