Canti degli Urali

Yves Bergeret

Canti degli Urali
(ovvero: la parola-spazio)

Chants Ouraliens, ou: la parole-espace

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Carnet de la langue-espace testimonia con continuità la dimensione linguistica e verbale che fonda ogni spazio. Questo blog offre innanzitutto dei testi creativi nati dal dialogo con la parola costitutiva di uno spazio, la parola di fronte alla quale noi ci troviamo e con la quale viviamo: nelle Alpi, in Mali, in Italia, da qualsiasi altra parte. Questo blog offre allo stesso tempo delle analisi sulla relazione che intrattengono con il loro spazio nativo la parola orale o scritta e la parola tramite l’immagine, il più delle volte ad affresco.

Poiché la relazione creativa con lo spazio, che è parola in sedimentazione ininterrotta e dinamica, è l’argomento di lavoro e di ricerca di questo blog, la questione riguardante il pensiero animista vi è sempre all’ordine del giorno. E infatti esso è, in un continuum di interazioni concrete, lo scambio costante, reciproco, polisemico e polifonico, della persona con lo spazio; con lo spazio che ovviamente comprende il visibile e l’invisibile, il presente e il passato e anche il futuro in gestazione.

E’ questo che testimonia e analizza il mio libro Il Tratto che nomina, trasposizione selettiva e trasmissione integrale dei miei ventidue lunghi soggiorni nel corso di dieci anni, unico occidentale, in mezzo a una minoranza etnica animista e senza scrittura, i dogon Toro nomu, su una montagna isolata nel deserto del nord del Mali. Questo popolo è unito, solidale, perfettamente consapevole della propria responsabilità verso ciò che considera lo spazio; questa responsabilità è l’oggetto specifico della sintesi dell’ultimo capitolo di questo libro, che reca come sottotitolo Pensieri e utilizzi dello spazio a Koyo. Queste persone vivono in una condizione di deprivazione materiale che, se si eccettuano catastrofi sanitarie, politiche (le razzie tuareg del passato, l’attuale jihad) o climatiche, le lascia completamente libere di praticare l’ampiezza e il compimento della parola.

Un popolo che è tuttavia assediato da forze restrittive e assimilatrici che lo espongono al rischio della sparizione. Forze come la secolare pressione degli allevatori nomadi Peul nella pianura sabbiosa e dei loro numerosissimi schiavi, i Tamboura; una scolarizzazione su base alfabetica e razionalistica quantomeno sconsiderata, brutale e in definitiva colonizzatrice; gli influssi della comunicazione globalizzante attraverso piccole radio a transistor e le prime avvisaglie di un esodo rurale.

Questo popolo senza scrittura ma con un considerevole corpus orale conta cinquemila locutori; la loro lingua, che io parlo, si chiama Toro tégu. La domanda sorge spontanea: sta per sparire insieme al suo pensiero senza lasciare traccia? No, il corpus di opere su tessuto, carta e pietra che ho creato in dialogo con loro è molto importante e ha dato vita, con il consenso di tutti, a numerosissime trasmissioni. È giunto il momento di salvaguardare una tale cultura minoritaria, anche nel suo aspetto di micro-regionalismo, di particolarismo locale; anche se si scopre che questo popolo vive secondo un’organizzazione arcaica della società e del mondo, arcaica perché ripetitiva e in qualche modo irrigidita intorno a miti originari rifondati seguendo riti profondamente conservatori? Sì, peraltro conosciamo la responsabilità dinamica del gruppo delle Donne anziane che cantano i riti notturni a Koyo; sì, sappiamo che hanno la capacità di accrescere il reale includendovi nuovi elementi attraverso canti di nominazione che esse creano insieme e cantano-incantano per l’intera comunità in queste cerimonie notturne.

Ringrazio qui l’editore Alfio Grasso, delle Edizioni Algra, che ha avuto il coraggio di pubblicare Il Tratto che nomina in francese e in italiano; ringrazio il gruppo di traduttori italiani coordinati da Francesco Marotta; ringrazio l’UNESCO e in particolare Yasmina Sopova che ha sempre attivamente sostenuto questo dialogo di creazione, di ascolto e di trasmissione. Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato e partecipano a questa intensa opera di diffusione.

*

Il tratto che nomina contribuisce a porre due domande. Da una parte: che cos’è una “letteratura”, questo strano artefatto di parole e frasi, nozione di uso recente che suppone una certa presa di distanza dalla realtà, in genere con dei personaggi, con una azione, con una ambientazione? Dall’altra: che senso ha salvaguardare la parola specifica di un popolo minoritario la cui cultura e la cui esistenza stessa sarebbero in via di sparizione? Questa duplice domanda, cruciale, si pone anche in un altro libro.

Ho appena finito di leggere un’opera importantissima scritta e pubblicata di recente in francese. Si tratta dei Canti degli Urali, tradotti mirabilmente dal finlandese e dalle lingue ugro-finniche da Gabriel Rebourcet e pubblicati nel 2006 nella collezione L’Alba dei popoli dall’editore Gallimard. E’ un grande volume di 700 pagine; un lavoro che, a mio modo di vedere, è l’esatto opposto di un libro di “letteratura”. Ecco la sedimentazione da cui questo libro è nato. Nel 1840 Antal Reguly, un ventunenne ungherese, arriva a Helsinki e lì impara il finlandese; l’anno successivo parte per San Pietroburgo per imparare le lingue ugro-finniche; infine, nel 1843, si reca in Siberia. Vi rimane per qualche anno, in condizioni di vita estremamente difficili. Muore di tubercolosi nel 1858 a Budapest. E’ stato il primo di una “scuola” di giovani studiosi, in piena insorgenza emancipatrice delle culture delle minoranze nazionali in Europa, verso la metà di quel secolo. Si propone di raccogliere, ben oltre la Finlandia, l’Estonia e l’Ungheria, gli elementi orali della misteriosa e antichissima civiltà ugro-finnica. Ne recupera molteplici testimonianze orali in Siberia e soprattutto da una parte e dall’altra degli Urali. A ovest di questa catena montuosa, la russificazione e la cristianizzazione ortodossa cominciano a farsi sentire; a est di queste montagne, niente di tutto questo. Le sue raccolte si arricchiscono di successivi contributi, estremamente difficili da reperire soprattutto per ragioni climatiche, ad opera di altri studiosi, quasi tutti finlandesi, fin verso i primi del Novecento. Le collezioni vengono trascritte, a volte editate, molto lentamente. Corpose edizioni accademiche, anche se ancora incomplete, cominciano ad apparire in ungherese, tedesco e finlandese solo intorno agli anni ’50 e anche in tempi più recenti.

Gabriel Rebourcet ha operato la sua scelta tra “Canti, poesie e preghiere” dei popoli Mordvino ad ovest degli Urali e Vogulo e Ostiaco ad est. Si tratta sempre di testi orali, recitati in riti cantati, a volte danzati e drammatizzati da narratori e narratrici qui identificati e nominati; questi testi sono esiti provvisori di creazioni collettive che si tramandano da decenni o addirittura secoli, di rito in rito. La relazione con la realtà della tundra, con la realtà dei possenti fiumi, con la realtà della glaciazione invernale, con la realtà della fauna vigorosa non lascia spazio ad alcuna forma di malinconia. La parola performativa salmodiata provoca e seduce l’orso, fratello aggressivo, divinizzato e spaventoso, dell’essere umano; si rivolge al pesce del fiume; vola insieme all’oca selvatica e alla gru dalle ali rumorose. Tutta la popolazione animale e umana è, come l’animismo sciamanico prescrive, di natura divina e in frequente metamorfosi. L’oca sacra sceglie un isolotto di canne in mezzo al fiume per deporre e covare tre uova, da una delle quali, rompendosi, prorompe il bramito dell’orso divino: perché è lui che esce allora dal guscio e continua l’azione straordinaria avviata da venti strofe da personaggi con identità e profili mobili. I “cambiamenti in serie” sono sbalorditivi, l’azione, sempre di grande intensità, non si ferma mai. La lingua stessa rimbalza tra i ritornelli della scansione, l’incongruenza non è un errore; la parola detta è ininterrottamente una potenza in atto e la realtà che danza.

Di questo libro magnifico ricordo in particolare un Ciclo dell’orso (vogulo) di un centinaio di pagine che riuniscono quindici poesie straordinarie e un Ciclo delle nozze (mordvino) di settanta pagine con venticinque poesie. Ed ecco quello che risulta sconcertante per un “letterato” occidentale ma che è da ricordare per il divenire delle nostre “letterature” scritte: certamente l’iperbole grandiosa è presente ovunque, ma vi è anche il duro e crudele realismo della vita nella tundra, vi è anche il prudente controcanto narrativo volto a denigrare la sposa o gli ospiti o lo sposo al fine di assicurare di fatto la prosperità della nuova casa e allontanare gli spiriti malvagi accaparratori e venefici: l’inversione di registro, di funzione, di azione, di luogo è costante. Insomma, l’intelligenza è ovunque presente in queste straordinarie raccolte.

Questo libro pone con la massima finezza domande fondamentali su cosa sia un testo, un autore, una letteratura e una cultura. Il mio libro Il Tratto che nomina affronta costantemente tali questioni. Allo stesso modo esse si presentano in qualsiasi pagina del meraviglioso progetto di Monchoachi, che ha iniziato a raccogliere in un’edizione a stampa in diversi volumi l’oralità creativa di tutti i continenti, sotto il titolo di Lémistè (I misteri).
E infatti: chi è l’autore dei Canti degli Urali? I narratori della metà del XIX secolo? No. Gli studiosi finnici che hanno persuaso i narratori e hanno preso nota delle loro parole? No. I loro primi colti editori a Budapest, Helsinki o Berlino? No. Gabriel Rebourcet che ha selezionato e tradotto in francese con l’aggiunta di utilissime e precise postille? No. La questione dell’autore semplicemente non si pone. Ognuno ha senza dubbio lasciato la sua impronta. Ma il “canto” è di origini antichissime ed è un patrimonio di tutti; è molto antico e/o dovuto a una particolarità unica del mondo ugro-finnico che travalica la “letteratura” e ne ribalta costantemente le nozioni di ambientazione, di personaggio, di azione, di distanziamento. Ai miei occhi di lettore di oggi, non è affatto “antico”; al contrario, dispone di una notevole forza d’urto: è costantemente vertebrato perché è funzionale, vale a dire rituale, per circostanze specifiche nei bisogni e nelle urgenze della difficilissima vita quotidiana. È parimenti funzionale per me, perché prende costantemente alla sprovvista la mia confortevole lettura “letteraria” con frequenti effetti a sorpresa, con frequenti colpi di teatro, con frequenti metamorfosi. Mi porta fuori dalla razionalità lineare e dal pensiero escatologico e mi rimette in sintonia con la giubilante ricchezza del pensiero animista; mi solleva oltre la scrittura distanziante e mi restituisce alla libertà aerea dell’oralità.

La metafora delle vertebre è in questo caso adeguata. Perché questo grande libro mostra molto chiaramente che ogni Canto è la flessibilissima spina dorsale di una comunità orale e dicente: è necessario dire il Canto, ascoltarlo dire; ciò che è detto rappresenta la carne e le vertebre di questa comunità, tutto è mobile nel flusso dell’enunciazione perché i profili degli attori cambiano e si trasformano nel corso della dizione, l’altitudine del paesaggio e del punto di osservazione, cielo, zenit, erba folta, gorghi del fiume; le pesche fruttuose nei flutti del disgelo si realizzano attraverso una dizione senza fiato e con un colpo di sciabola un uomo-orso apre una breccia attraverso la quale l’acqua scongelata corre verso l’Oceano Artico. Il filo della dizione performativa è vitale perché modella il reale e, ovviamente, la persona umana, tanto colui che dice che colui che ascolta. In breve, questo corposo libro è un fratello molto potente del coro dell’antica tragedia greca: il coro, sorretto e accompagnato dall’emozione partecipe del pubblico, vi canta e danza il suo confronto quotidiano con gli dèi in collera, mentre dalla sua massa mobile emerge un protagonista, un deuteragonista che indossa per il tempo di alcune strofe una maschera provvisoriamente identificabile; quindi il protagonista rientra nei vortici del coro, abbandona la sua maschera che un altro corista, a sua volta protagonista, indosserà con altri colori e altre variabili funzioni.

Questi “canti, poemi e preghiere” furono raccolti, principalmente nella parte orientale degli Urali, prima di ogni russificazione, prima di ogni evangelizzazione ortodossa, prima di ogni permeazione scientifica razionalizzante. Dunque, è così che il possente e impressionante balbettio che sentiamo dalla bocca dell’iniziato Songhai in trance nei film di Jean Rouch, che ascoltiamo in molte registrazioni etnomusicologiche di trance siberiane nella collezione Ocora, ad esempio, cessa di essere un flusso di borborigmi opachi e diventa un susseguirsi di splendide e vigorose poesie in cui i portatori di parola, i trasmettitori di parola danno del tu all’orso, mostro emotivo e generoso, in un dialogo fluido e sempre in movimento verso l’intenzionalità dell’energia della vita.

Alla fine questo libro mostra che il “personaggio principale” (una delle nozioni più marcate dell’artefatto “letteratura”) non è né un dio nascosto né una determinata persona umana né ovviamente l’autore, ma è la parola, che rotola su se stessa, parola dalle abbondanti peripezie, dalle inebrianti ripetizioni, parola che modella incessantemente la persona, le istanze invisibili, la natura reale, la vita, lo spazio. Lo spazio è parola in subbuglio.

 

***

 

Début (page 599) du Chant (ostyak) de la tribu de la rivière Nadym
(traduit par Gabriel Rebourcet)

Par un seul mot on nous fit naître
dans les trois villes
au huit mille hommes,
aux écuelles, poêlons de terre,
qui défendent notre mer basse,
basse mer, à son embouchure,

nous avons vécu notre vie
dans les trois villes
aux huit mille hommes,
aux doloires, poignards de corne.

Par un seul mot on nous fit naître
sur les trois rivages de sable
aux églantines, merisiers,
par un seul mot on nous fit naître
dans trois villages
aux merisiers, aux églantines.

Or qui déjà le défendra
le redan haut de cette ville,
petite ville, bourg des hommes,
les huit mille hommes,
aux écuelles, poêlons de terre?
D’ailleurs qui loge, qui habite
le haut redan de ce village?

C’est mon frère, vaillant héros,
gaillard-au-bonnet-blanc-de-neige,
c’est mon cadet qui vit féal,
coiffé du bonnet blanc de glace,
c’est mon frérot qui vit sur place.

Qui donc a emboîté huit charges
de poutres, merrains écorcés,
qui les a chargés, jointoyés
les huit merrains taillés au fer?
C’est mon frère aîné, bon féal,
barbe-en-patin-de-pin-cambré,
c’est mon frère qui l’a bûché,
barbe en patin, mélèze arqué
comme le patin du traîneau…

*

Inizio (pagina 599) del Canto (ostiaco) della tribù del fiume Nadym
(tradotto da Gabriel Rebourcet)

Da una sola parola ci fecero nascere,
con ciotole, padelle di terracotta,
nelle tre città
da ottomila uomini
che difendono il nostro mare basso,
il basso mare, alla sua imboccatura,

abbiamo vissuto la nostra vita
nelle tre città
da ottomila uomini,
con asce, pugnali di corno.

Da una sola parola ci fecero nascere
sulle tre rive di sabbia
con rose selvatiche, ciliegi,
da una sola parola ci fecero nascere
in tre villaggi
con ciliegi, con rose selvatiche.

Ora chi mai difenderà
l’alta rocca di questa città,
piccolo centro, borgo degli uomini,
gli ottomila uomini,
con ciotole, padelle di terracotta?
E poi, chi vive, chi abita
nell’alta rocca di questo villaggio?

È mio fratello, eroe valoroso,
giovane-dal-berretto-bianco-di-neve,
è il mio leale fratello minore che vive,
col suo berretto bianco di ghiaccio,
è il mio piccolo fratello che vive là.

Chi ha dunque imballato otto carichi
di travi, di panche scorzate,
chi le ha caricate, assemblate
le otto panche tagliate col ferro?
È il mio fratello maggiore, uomo leale,
barba-a-pattino-di-pino-incurvato,
è stato mio fratello a sgrossare,
barba a pattino, larice arcuato
come lo scivolo della slitta…

 

***

 

Plus loin le dégel du fleuve Ob (page 659) dans le même Chant:
(traduit aussi par Gabriel Rebourcet)

Ainsi nous passons tous les jours
d’un long hiver, le temps de neige;
notre père, très haut seigneur,
fait venir le vent à gosier,
le vent de goule à chaude gorge,
il lève le vent de la langue,
vent de langue, le vent docile:
il fait le temps doux de l’estive,
ouvre l’été, temps de merveille.

Voici le temps où fond la neige,
nous y voici, la glace fond.
Sur les cimes, par-dessus l’Ob,
la rivière tant nourricière,
sur les crêtes hautes de l’Ob,
riche à foison de bon poisson,
la glace juchée à la cime
il la lève et dresse sa tête,
le collet de glace à son col
soudain le lève et le redresse:
vers le tréfonds de notre mer,
la giboyeuse, poissonneuse,
il bouscule la glace prise,
glace d’hiver couvrant le fleuve,
sur le chemin de grand voyage,
la route heureuse des fillettes
il la bouscule sur la sente,
la voie joyeuse des garçons.

*

Più avanti, il disgelo del fiume Ob (pagina 659) nello stesso Canto:
(tradotto anch’esso da Gabriel Rebourcet)

Così passiamo ogni giornata
del lungo inverno, tempo di neve;
nostro padre, l’altissimo signore,
manda il vento a folate,
vento famelico dalla gola calda,
soffia vento con la lingua,
vento di lingua, vento mite:
porta la stagione dolce del pascolo,
apre l’estate, tempo di meraviglia.

E’ il tempo in cui la neve si scioglie,
ci siamo, il ghiaccio si scioglie.
Sulle cime che sovrastano l’Ob,
il fiume che ci dà il nutrimento,
sulle alte creste dell’Ob,
ricco in abbondanza di buon pesce,
rimuove il gelo appollaiato
sulla vetta e libera la sua testa,
toglie subito il laccio di ghiaccio
dal suo collo e lo raddrizza:
verso le profondità del nostro mare,
ricco di cacciagione, pescoso,
sospinge il ghiaccio smosso,
il ghiaccio invernale che copre il fiume,
in un viaggio di lungo percorso,
rovescia sul piccolo sentiero
la strada felice delle bambine,
la pista gioiosa dei ragazzi.

1 commento su “Canti degli Urali”

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