Archivi tag: il tratto che nomina

Parola e filo

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Porte chiuse (3)

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Nell’esilio / Breve saggio sul “Tratto che nomina” di Yves Bergeret

Quasi un anno fa avevo spiegato il perché desiderassi intitolare questa specie di rubrica dalla cadenza irregolarissima “Nell’esilio” e vi pubblico oggi un “breve saggio” dedicato al Tratto che nomina / Le Trait qui nomme perché un’opera come questa perfettamente si costituisce quale punto di riferimento per la riflessione e l’acquisizione di ulteriore coscienza dentro una sensazione permanente di esilio dalla polis cui accennavo.
Sono la premessa di Francesco Marotta e lo straordinario saggio di Romain Poncet a fare senza dubbio alcuno scuola per me, ma provo a dipanare qualche mia riflessione in merito alla questione.

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Quaderni delle Officine (LXXXVII)

Quaderni delle Officine
LXXXVII. Agosto 2019

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Romain Poncet

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Pratica della poesia
(Su “Il tratto che nomina” di Yves Bergeret)

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L’iniziazione

Yves Bergeret

L’iniziazione

Le principali iniziazioni maschili, anu tanguda, e femminili, iamu tanguda, sono presentate in un primo momento come delle grandi prove di sofferenza fisica da dominare: la circoncisione e il primo parto (l’etnia afferma di non praticare l’escissione). Ma la parola tanguda designa più il superamento di uno stadio, una iniziazione essa stessa, che il controllo o la resistenza a una prova. E’ affine a keke, che indica l’oscillazione “dell’altra parte” di uno spazio nell’altra fase di uno spazio. L’iniziazione contempla sicuramente il dispiegarsi di un destino umano: riguarda la temporalità. Ma si ricordi che, cercando un’espressione per dire l’equivalente della parola francese “spazio” in toro tegu, i pittori e Alabouri avevano cominciato col dire che lo spazio appartiene al tempo e che la parola che si avvicina di più al termine francese è l’avverbio keke.

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Il Monte Alto – Kuno Koyo

Yves Bergeret

Il 4 agosto 2009, il gruppo di “posatori di segni” del villaggio toro nomu di Koyo, con i quali da dieci anni proseguivo un lavoro di creazione in dialogo, mi condusse con una certa discrezionalità sulla parte più elevata dell’altopiano sommitale della loro montagna. Si chiama Kuno koyo, “il monte alto”. Fino a due anni prima, il mio percorso iniziatico era ancora troppo modesto perché mi ci conducessero. La densità sacra animista di questo spazio è altissima. Alcune profonde erosioni erano accessibili solo a due o tre grandi iniziati del villaggio e solo dopo una preparazione rituale specifica, nudi, con appena una pelle di capra, sacrificata per l’occasione, intorno alla vita. Continua a leggere Il Monte Alto – Kuno Koyo

L’opera-mondo di Yves Bergeret

“E’ un’opera che non ha eguali nel panorama della letteratura europea, non solo odierna, che abbatte generi e strutture retorico-stilistiche codificate, che mette in discussione, e supera, finanche le coordinate rassicuranti e razionalizzanti della stessa lingua in cui è scritta, proponendo un “corpo-segnico-vivente” che è, contemporaneamente, poesia, arte, creazione, prosa, racconto, pensiero, antropologia poetica, riflessione etnologica, senza mai risolversi in nessuna di queste categorie.” (fm)

Il libro può essere ordinato direttamente sul sito di Algra Editore.

Il tratto che nomina

Nei luoghi che videro spuntare la prima alba dell’uomo, le radici di una futura “civiltà della parola”: un mondo senza barriere, di legami fraterni, di uomini liberi dalle logiche dell’asservimento e del dominio, dal feticismo della merce e del possesso.

(Yves Bergeret, Il tratto che nomina,
di imminente pubblicazione presso Edizioni Algra di Alfio Grasso)

La natura del reale

Per gli abitanti di Koyo, il loro spazio è un organismo complesso sempre in funzione. In effetti il reale appartiene interamente alla parola. I pittori lo hanno spessissimo rappresentato con i loro segni. La pietra è della parola fossilizzata, mineralizzata e le rocce dalle forme più armoniose sono delle parole efficientissime. L’acqua è la parola in movimento e la forza fecondatrice che permette al reale di moltiplicarsi. Il cielo è l’embrione della parola, la nuvola è la promessa della parola e la pioggia il suo generoso rilascio, come un neonato che esce dal ventre di sua madre. La terra coltivabile (iso) rarissima sulla montagna di arenaria, prodotta dall’erosione o dalla frantumazione a mani nude, è della parola in attesa, il seme è una parola in progressiva fecondazione. La parola umana è l’atto di nominazione più fecondo del reale, la mano del contadino segue la parola.
Una nozione fondamentale di questo pensiero del reale come parola in atto è quella di bira: il lavoro, che va inteso nel significato di gestazione responsabile della parola. Quando il bira è efficace, nasce il sorriso, il raccolto arriva e il reale mostra il suo kenda nisi, il suo “cuore buono”, che è la coscienza armoniosa del compimento. La massima realizzazione della parola, il suo dispiegamento più nutritivo, il più degno, il più equilibrato, nella montagna e nella comunità, si chiama wurou, impropriamente tradotto con la parola “oro”. La parola è, in questo modo, sempre responsabile e fondatrice; non può né adulare né mentire. […]

(Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)

La parola della pioggia

“Tu vuoi l’acqua. Hai gridato per la sete. Hai sognato il mare dolce e immenso di cui neppure conosci la forma e il sale. Supplichi per l’intero arco delle tue giornate. Passi le notti a frenare la lingua che si secca a furia di cantare le tue richieste sabbiose. Stai a cavallo sulla groppa del sogno convinto di guidarlo verso di me. Io amo che tu mi cerchi. Non amo che tu mi voglia. Anche vicino a te, vivo di distacchi. Ti disseto ma non vedrai mai il mio volto. Non mostro che le mie dita, anzi, mai tutte quante, le stringo e un mattino le punto verso di te quando ho deciso di amarti. Dico e rifiuto. Penetro, attraverso e ti lascio stremato al suolo che ho intriso più del tuo corpo. Ti ho nutrito. Ti nutro stamani di nuovo. Cresci con le mie nuove frasi, tu che le senti come delle grida e ti sforzi di trattenerne i frammenti e le fibre sottili che confondi con ciò che ti ha graffiato le gambe: era il vento della polvere, mio figlio, che corre giocando proprio davanti a me”.

( Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)

La parola della polvere

“Sei sicura di capire da dove derivo, chiede la polvere alla donna? Mi conosci da seimila anni. Mi spandi sotto i tuoi fianchi quando dormi sdraiata per terra. Quando canti frantumando nella macina i grani di miglio e le tue mani, le tue reni, il tuo canto nutrono e salvano il villaggio, tu trascini anche me, e io m’impenno e m’inarco e mi disperdo moltiplicata tra le note del tuo canto. Mi fai nascere allora nella soave assenza di forma che mi proietta nella luce dove scoppio a ridere. Ma in fondo alla tettoia, dove durante il tornado tu vieni a distenderti per impregnare col mio biancore le tue spalle e i seni e i piedi, riesci a percepire pienamente che io sono lo sgretolarsi dell’arenaria mescolato all’eterna balbuzie dei morti, che gli antenati dei tuoi antenati hanno rinchiuso nella parte più remota della mia ombra? Io t’imbelletto e tu mi doni la tua pelle, nell’abbandono del sonno, affinché io entri in una forma da dove possa finalmente nascere la parola. Ti ringrazio”.

( Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)

Leggere, oggi

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La Biblioteca di RebStein (LXXIII)

Tegu dumno abada

La Biblioteca di RebStein
LXXIII. Giugno 2018

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Yves Bergeret

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Il tratto che nomina
Cap. VIII-XV
(2010, 2018)

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