Il bosco dell’Epte

…………………………………………………….René Char

………………Il bosco dell’Epte

Quel giorno non ero che due gambe che camminano.
Così, lo sguardo spento, il nulla dipinto sul volto,
mi misi a seguire il ruscello della valle.
Segugio timoroso, quello scialbo eremita non si arrischiava
nell’informe in cui sempre più mi inoltravo.

Cresciute sul muro d’angolo di un rudere
risparmiato un tempo dall’incendio,
all’improvviso si tuffarono nell’acqua opaca
due rose selvatiche animate da una volontà calma e inflessibile.
Vi si intuiva uno scambio di esseri scomparsi
in procinto di apparire di nuovo.

Il tenue incarnato di una rosa, colpendo l’acqua,
ripristinò l’aspetto primigenio del cielo
con l’ebbrezza delle domande,
risvegliò la terra in un coro di parole d’amore,
mi spinse nel futuro come uno strumento affamato e febbrile.

Il bosco dell’Epte cominciava un tornante più avanti.
Ma non dovetti attraversarla, quella preziosa riserva
di semi di rinascita!
Sentii, mentre sollevavo il tallone, il miasma delle praterie
dove un predatore cacciava,
avvertii il frusciare della biscia paurosa;
di ognuno – non siate severi con me – esaudivo,
ne fui certo, i desideri.

__________________________
I seguenti versi vanno letti come un’unica sequenza metrico-sintattica; sono stati divisi unicamente per ragioni legate alla disposizione grafica del testo:

– Cresciute sul muro d’angolo di un rudere risparmiato un tempo dall’incendio,
– Vi si intuiva uno scambio di esseri scomparsi in procinto di apparire di nuovo.
– ripristinò l’aspetto primigenio del cielo con l’ebbrezza delle domande,
– Ma non dovetti attraversarla, quella preziosa riserva di semi di rinascita!
– Sentii, mentre sollevavo il tallone, il miasma delle praterie dove un predatore cacciava
– di ognuno – non siate severi con me – esaudivo, ne fui certo, i desideri.

 

………………Le bois de l’Epte

……………………………………….(La Parole en archipel, 1952-1960)

Je n’étais ce jour-là que deux jambes qui marchent.
Aussi, le regard sec, le nul au centre du visage,
Je me mis à suivre le ruisseau du vallon.
Bas coureur, ce fade ermite ne s’immisçait pas
Dans l’informe où je m’étendais toujours plus avant.

Venus du mur d’angle d’une ruine laissée jadis par l’incendie,
Plongèrent soudain dans l’eau grise
Deux rosiers sauvages pleins d’une douce et inflexible volonté.
Il s’y devinait comme un commerce d’êtres disparus, à la veille de s’annoncer encore.

Le rauque incarnat d’une rose, en frappant l’eau,
Rétablit la face première du ciel avec l’ivresse des questions,
Éveilla au milieu des paroles amoureuses la terre,
Me poussa dans l’avenir comme un outil affamé et fiévreux.

Le bois de l’Epte commençait un tournant plus loin.
Mais je n’eus pas à le traverser, le cher grainetier du relèvement!
Je humai, sur le talon du demi-tour, le remugle des prairies où fondait une bête,
J’entendis glisser la peureuse couleuvre;
De chacun – ne me traitez pas durement – j’accomplissais, je le sus, les souhaits.

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