Giorgio Morale =Autoreverse= Francesco Forlani


(Constance Dowling // Cesare Pavese)

Ci sono culture che vegetano a un gradino inferiore della storia e per esse il problema di maturare, di assurgere a quel virile tragico istante che è l’equilibrio dell’individuale e del collettivo, è lo stesso che per l’anarchico ribelle in calzoni corti il problema di crescere tragico eroe, consapevole della storia. (Cesare Pavese)

Lettera di Giorgio Morale a Francesco Forlani su Autoreverse.

[Qui alcune pagine tratte dal romanzo.]

Caro effeffe,

“Quel che mi affascina del mare è il suo essere una immensa superficie senza cui non ci sarebbe profondità”: è pensando a queste parole del tuo precedente libro, Il comunista dandy, che ho cominciato a leggere Autoreverse. Cercando sotto la superficie “il segreto… l’unica chiave che può aprire molte porte”.

Il tuo libro comincia con il perentorio “Mi chiamo Angelo Cocchinone”, aperto richiamo al Moby Dick amato e tradotto da Pavese. Pavesiana è anche la sensibilità per i luoghi, sia i paesi della provincia di Caserta, citati con una sorta di odio-amore che vorrebbe rinnegarli e reinventare il passato, sia Torino e le colline che la circondano in cui ricorrono atmosfere più propriamente pavesiane. Se non fosse che a un certo punto, come avviene a chi ha molto viaggiato, le strade di Torino si confondono con quelle di Parigi e di tutte le città da te visitate o sognate, e la pagina sembra assorbire le atmosfere dei poeti parigini, primo tra tutti Baudelaire.

E non è anche l’emigrazione un tema pavesiano? “Quando si va via di casa, dalle nostre parti, si emigra” dice Angelo, quasi come un’eco allo “scappare di casa” di Lavorare stanca. E non è lo “scappare di casa” un tema tipicamente meridionale e tuo stesso? E sapessi quanto questo tema è anche mio, caro effeffe, quale squarcio queste parole aprono in me e nella mia storia di partenze e ritorni.

E pavesiano è il ritmo della pagina d’apertura, che con registro fortemente mimetico riproduce il linguaggio di Angelo, che inizialmente appare come un paria, come l’Anguilla de La luna e i falò alle prese con il tema dell’origine. Come pavesiano è il tema della solitudine: come dimenticare la figura dell’“uomo solo” di Lavorare stanca e il bisogno di “fermare una donna/e parlarle e deciderla a vivere insieme”?

Tutti questi richiami sono esibiti, elusi, variati, in un gioco sottile, controllato e cristallino, tra superficie e profondità. Offerti con una scrittura colta, lucida, leggera, di quella leggerezza che ti porge parole e idee togliendo gravità al segno che le conduce.

* * *

Autoreverse si presenta quindi come una quête. Lo scrittore François come un cavaliere ariostesco è alla perenne ricerca di qualcosa: la voce di Pavese probabilmente introvabile, l’amicizia nella Torino che un giudizio corrente dice essere la città più chiusa d’Italia; la letteratura, che a sua volta rimanda a una possibilità altra, a “un’altra vita”, rincorsa nelle conversazioni notturne con Angelo Cocchinone, suo conterraneo e portiere di notte nell’albergo in cui Pavese si tolse la vita. E ancora: il vagheggiamento dei paesi del sogno: l’America, Parigi. E la ricerca di “una risposta che… impedisca l’atto estremo”, un amore che consenta di vincere la solitudine che ammazza, il pensiero fisso della morte, questo “il vizio assurdo” da cui anche François è tentato.

Ma il filo rosso della vicenda è fornito dalla ricerca della voce di Pavese, la voce come accesso al mistero della vita e della morte dello scrittore, la voce che restituisca l’odore, la corporeità, la fisicità dell’uomo e dell’autore.

In questa ricerca tu porti François in una sorta di biblioteca borgesiana che assume le sembianze dell’archivio dello studio fotografico Harcourt e degli archivi Rai. È una ricerca in cui si mescolano tratti realissimi, perfino storici ed eruditi, ma trattati in modo fantastico; riflessioni su ciò che meriterebbe di essere ricordato ma che viene divorato dal tempo; e fantasie su “Un posto irraggiungibile, che le rovine in cui ti imbatti possono soltanto evocare”. E lì pare che come François anche tu, caro effeffe, “tenti il salto, il guizzo fantastico dell’Ariosto, come Astolfo alla ricerca del senno di Orlando, e cerchi nelle stalle della mente il cavallo che indossa le ali e a briglia sciolta ti condurrà dove riposano i sogni”.

Anche Angelo Cocchinone, portiere di notte che poi si rivela laureato in Lettere moderne, sospira “se si potesse recuperare la voce”, poiché “Pare che la centralinista avesse lavorato parecchio quella sera (la sera del suicidio) per passargli una dopo l’altra le telefonate. Numeri di donne, per lo più”. E commenta, il Cocchinone, “Se solamente qualcuno gli avesse risposto, se almeno una delle ragazze invocate gli fosse venuta incontro”.

Appare fittissimo il gioco di citazioni e di specchi. Angelo è un alter ego di François, e ambedue dell’Autore. E Pavese, loro comune riferimento, diventa figura archetipica, essa stessa uno di quei miti pavesiani, figure o eventi originari a cui tocca essere riconosciuti come un destino.

* * *

Ma sotto questa storia se ne svolge un’altra, che riguarda “la verità che giace al fondo” e che è introdotta dall’asserzione: “Cesare Pavese non si è ucciso per amore”. Confermata più avanti: “le sorelle Dowling non c’entrano nulla con la morte di Pavese. Semmai con la vita”. Da quando mi sono imbattuto in questa frase, la mia lettura è stata guidata dalla ricerca della risposta, è stata questa per me la vera ricerca, “la verità che giace al fondo” che cercavo dall’inizio.

Forse la dicotomia tra superficie e profondità si può collegare a quella tra distanza e abbandono. François reclama per sé “l’estetica della distanza e l’etica dell’abbandono”. L’abbandono è, per dirla con Baudelaire, “un fuoco latente che si lascia indovinare, che potrebbe ma non vuole divampare” (Il pittore della vita moderna). Anche Massimo Mila, parlando di Pavese, dice che per lo scrittore “i sentimenti veri non fa bisogno di dirli, e che quando si cerca di manifestarli con parole si sgualciscono sempre un poco”.

E come spesso succede, la verità è davanti agli occhi di tutti, come La lettera rubata di Poe. E come in tutti i gialli che si rispettino, anche in Autoreverse la rivelazione arriva all’ultima pagina: “La questione chiave non è l’incontro con una donna, con l’amore, ma esserne degno”.

Così sono rimandato a Pavese e all’opera su cui lo scrittore ha lasciato il suo ultimo messaggio prima di morire, a L’isola dei Dialoghi con Leucò e alla sua splendida chiusura: “Quello che cerco l’ho nel cuore, come te”. E così l’individuo è riportato a se stesso e il tuo romanzo diventa un viaggio alla ricerca di sé e una riabilitazione di Constance Dowling e, con lei, della figura della donna, e un omaggio alla donna.

Nella chiusura di Autoreverse però le vicende di François e di Pavese divergono: lo scrittore François scrive per sé un epilogo diverso da quello consumato da Pavese in quello stesso Hotel Roma. François riesce a vedere l’alba della sua “notte oscura”, come Sherazade nelle Mille e una notte, grazie a quel raccontare storie che può salvare la vita.

All’alba “Adesso che l’ho incontrata, non la perderò per nulla al mondo” dice François di una donna che ha incontrato e a cui decide di telefonare. Il male di vivere e gli incontri mancati trovano un senso nell’altro e nell’abbandono, nella consapevolezza che “è una maledizione condita di buona educazione che impedisce alla gente di esprimere i propri sentimenti”.

E quando quasi meccanicamente compone il numero del telefono, sente la donna che dice: “Ti aspettavo”. Così Francois sfugge al destino che si era figurato venendo nell’Hotel Roma, di ripetere ciò che sembrava già scritto. Per lui non vale il vaticinio di Calipso a Odisseo ne L’isola: “Quello che fai, lo farai sempre” e si libera del mito di Pavese nel momento in cui dà piena risposta alla domanda sulla sua morte.

* * *

Infine mi preme mettere in evidenza il senso da dare alla scrittura come emerge da Autoreverse. “Oggi la vocazione è un lusso” proclama Angelo, ma François dirà che fare lo scrittore per lui “È una vocazione…”, anche se subito dopo si corregge, minimizza, dissimula: “Ma non parlerei di vocazione, diciamo che la mia è una ricerca. In una vocazione si è chiamati da qualcosa o qualcuno, a me invece nessuno mi ha chiamato. Sono io che chiamo”.

Ricordo, caro effeffe, le parole dell’amato Baudelaire dei Saloon: “Discredito dell’immaginazione, dispregio del grande… pratica esclusiva del mestiere, tali sono, a mio avviso, quanto all’artista, le cause principali della sua decadenza”.

In un periodo in cui la pratica della scrittura tende a essere concepita come una professione totalmente sottomessa alle leggi del mercato, reclamante diritti ma sganciata da doveri, mi piace la tua rivendicazione del carattere vocazionale – e quindi in un certo senso dilettantesco e appassionato – della creazione artistica.

E anche il suo configurarsi come un dialogo con sé e con il lettore. Il tema del dialogo e dell’incontro con l’altro infatti impronta la struttura stessa di Autoreverse. Il libro alterna tre tipi di capitoli: lato a con la voce narrante di Angelo, lato b con la voce narrante di Francois, intervallati da entracte, in cui i due sono a dialogo tra loro al bar dell’Albergo Roma.

L’uso del dialogo, che ancora una volta richiama i pavesiani Dialoghi con Leucò, è funzionale alla duplice necessità: all’esercizio della distanza e alla pratica dell’abbandono. Nel dialogo il narratore riduce la sua presenza al minimo, appena un accenno all’ambiente, all’ora, per il resto la parola spetta direttamente agli attori. Così come sono gli attori che via via superano la distanza e si abbandonano. Parola – e voce – come ponte tra i personaggi, tra il mondo dei personaggi e quello del lettore, a realizzare un incontro in atto. Perché dove non c’è il dialogo, sono le singole voci narranti a venire in primo piano e a continuare il dialogo con il lettore. E attraverso i personaggi, che sono una sorta di tuo alter ego, sei tu stesso che incontri il lettore. E questo, si potrebbe proseguire, immette alla vita fuori dalla pagina, dove tu stesso, scrittore e performer, attore e personaggio, ti muovi sul ciglio tra distanza e abbandono.

***

51 pensieri riguardo “Giorgio Morale =Autoreverse= Francesco Forlani”

  1. Grazie a voi tutti, di cuore. Per la presenza, la partecipazione e l’attenzione: viva, palpabile, vera: indimenticabile.

    Un abbraccio.

    fm

  2. Questo è un bellissimo pezzo. Complimenti Giorgio, tra l’altro ci fai notare la riabilitazione di Costance Dowling su cui si è troppo costruito in passato e in base a congetture che Forlani ha saputo smontare con la sua ricerca.

    un saluto

  3. complimenti, saper scrivere bene qualcosa su un libro, qualsiasi libro, dimostra prima di tutto grande sensibilità e capacità di lettura, oltre che cultura.
    Nelle tue parole, così belle e così ben scritte, respiro alcune delle intuizioni avute alla lettura di Autoreverse ed è sempre una gioia per chi è piccolo come me trovare conforto e conferme nelle riflessioni dei grandi!
    Un grazie a fm per la qualità di tutto ciò che offre
    2@Anto

  4. Una lettera e, contemporaneamente, un modo più autentico per recensire un libro. Questa, Giorgio, è la seconda che leggo ed è molto bella. Ma fermarmi al “bella” sarebbe riduttivo. Anche il lettore più recalcitrante, dopo aver letto questa tua, avrà le idee chiare sul valore di Autoreverse perchè chiara è la tua esposizione, profonde le riflessioni e dotte le citazioni. E poi, dietro ogni parola, c’è passione, il fuoco sacro della vita.

    un abbraccio a te, a Francesco F. , al super Marotta.

    jolanda

  5. Dopo una vita persa davanti alla televisione, fra quiz a premi e talk show, c’è un momento che è diventato per me familiare e irrinunciabile. Avviene quando il presentatore annuncia l’ospite o il concorrente, e fra le generalità di quest’ultimo c’è il fatto che viene da Napoli. E’ allora che Gerry Scotti o chi per lui, pur potendo andar avanti in scioltezza con la scaletta, si prende un minuto, sorride, da una pacca sulla spalla al personaggio e ci fa sapere sempre la stessa cosa: quanto ama Napoli. “I Napoletani sono persone incredibili”. “Mi scusino le altre città, ma io ho un debole per Napoli”. “Un applauso a Napoli e ai napoletani!” Iomydomandeddeeco: perchè questa cosa funziona solo per Napoli? Non c’è un solo presentatore – nemmeno Daniele Piombi! – che per una volta fermi la trasmissione per gridare al mondo che “gli Astigiani sono straordinari!”. O quelli di Isernia, Gorizia, Bressanone. O che almeno ci risparmi il pistolotto sull’amore per Napoli. C’è da chiedersi perchè questi presentatori facciano ciò. Il motivo appare chiaro: hanno paura. Paura di essere uccisi dai napoletani o che questi se la prendano coi loro cari, tipo violentando i loro edicolanti o facendo dei clisteri di cemento ai loro pargoli. Sì, perchè le persone del meridione hanno purtroppo questo piccolo difetto: uccidono. D’altronde nessuno è perfetto. Io stesso, per esempio, tengo la camera disordinata e sono calvo. Quando si parla di personaggi come Sofia Loren, la De Sio o Tina Pica si sottolinea sempre, a mo’ di massimo pregio, come questi abbiano portato avanti con fierezza la “napoletanità”. Anche lì: perchè non esiste l’astigianità o la brescianità? Ma soprattutto, cos’è questa napoletanità? A occhio e croce: ammazzare, intimidire, ricattare, rigare le Seat Marbella, rubare le cinquecento lire dei carrelli al supermercato, il pizzo, la pizza al taglio, la cocaina tagliata male, Scampia, i cocktail di scampi con le diossine, la Vucciria e Secondigliano, il cavallo di ritorno, una testa di cavallo tagliata, Roberto Cavalli contraffatti, babà, pastiere, clisteri di cemento e poi ammazzare, ammazzare ancora, ammazzare come se non ci fosse domani. Mi chiedo come si possa andare fieri di tutto questo. Come se, per onorare la suddetta napoletanità, fosse lecito uccidere una persona. E gli inquirenti chiudono un occhio se la De Sio sgozza ogni tanto un bambino di cinque anni, solo perché nel farlo porta avanti il folklore partenopeo. Sarà forse assurdo quanto dico, ma io preferisco immaginare un bimbo di cinque anni vivo, spensierato, che gioca a pallone e fa l’amore col suo parroco, rispetto che un creaturino morto con un rivolo di cemento che gli fuoriesce dall’ano e De Crescenzo che glielo slecca via. Volevo dire anche un’altra cosa: ragazzi, usiamo tutti il preservativo e cerchiamo di fare un pochino più di volontariato porca d’una madonna.

  6. Il commento precedente è molto ricco di spunti, al momento solo un appunto: la Vucciria è di Palermo. Comunque il discorso generale non cambia.

    Per intanto ringrazio i lettori e Francesco per l’ospitalità e per il bel dittico Cesare-Constance.

    E per quanto riguarda Constance, io ho una sola parola: magnifica!

  7. db, sono anni che ti ripeto che certe droghe, tipo festival di sanremo, non le reggi più, e tu continui imperterrito ad abusarne.
    dài, calmati, lo so che sei incazzato perché non ti hanno eletto segretario del pd, ma mettere subito per ripicca la camiciola verde non mi sembra il caso. lo vedi? quel colore ti fa male e ti porta a fare errori madonnali: daniele piombi (fusi) è israeliano, e la desio è spagnola, tanto per rimancare due tra le tante defaglians del tuo commento…

    Giorgio, scusa la parentesi, vedrai che più tardi rientriamo in topic. Intanto sono d’accordo con te su Constance, è magnifica: ne sono innamorato da sempre.

    fm

  8. Isakis, sono desolato, la mia ignoranza delle cose di rete è abissale. Come non bastasse già il rammarico per la mancata elezione di db, un’altra mazzata che proprio non ci voleva.

    fm

  9. direttore, non ha visto che il da è senza accento!!!
    comunque non capisco il post: ci sono delle novità documentarie sulla liaison con la constance del tipo di quelle emerse con la résistance? l’unica novità di rilievo mi pare sia quella emersa un paio d’anni fa sul ruolo svolto nelle ultime ore dalla pagnani. o forlani sa qualcosa di più?

  10. Io sono solo un lettore e non un critico né un investigatore né un accademico, provo a rispondere quello che ho capito.

    L’inchiesta di “Autoreverse” è condotta sulla base della lettura e rivisitazione di Pavese e non tanto su una acquisizione di documenti inediti. Anche se la ricerca documentaria da una parte e certe vicende esistenziali dall’altra hanno aiutato il narratore-protagonista ad avvicinarsi al personaggio.

    Pertanto la “novità” (sempre il nuovo! sempre il nuovo andiamo a cercare!) non sta in particolari “rivelazioni”, sta in una verità che da sempre è sotto gli occhi di tutti ma che è stata messa da parte per dare vita al mito della Constance bella e cattiva.

    Lo stesso Pavese in una lettera scriveva: “Se la più bella delle donne che mi passano accanto per la strada volesse me, me me solo, che cosa ne farei tanto? Io non so che cosa sia questa maledizione che ho indosso. Questa domanda non mi lascia adorare in pace più nulla e nessuno”.

    Che è quanto si dice anche nella chiusa de “L’isola”.

    E questo per me basta a scagionare Constance e a riportare l’attenzione e la responsabilità dell’ultimo atto sull’uomo Pavese, superando una lettura scandalistica della vita di grandi personaggi.

    Fin qui io arrivo. Ubi maior…

  11. Caro Giorgio, gli unici commenti inerenti al post, oltre ai tuoi, sono quelli di Nadia, Antonella, Jolanda e Natàlia. Gli altri interventi, esclusi i primi tre, sono un riempitivo domenicale scherzoso, che non intacca minimamente né il libro di effeffe né la tua splendida nota, letta da tutti coloro che, da stamattina, sono entrati nel blog (e non sono pochi).

    Qualche domanda “maliziosa” di db nasce unicamente dal fatto che, molto probabilmente, non ha ancora letto il libro (un romanzo!): che ruota intorno a un “recupero” di voce/identità, intrecciando ricerca, memoria e fiction.

    Il perché non l’abbia ancora letto è facilmente intuibile dai miei interventi: è stato impegnato al congresso del pd (db al pd!!!) e poi, deluso dai risultati, ha pensato bene (cioè: male) di catapultarsi a sanremo. qui l’inevitabile vis à vis con la coppia povia/zanicchi ha fatto il resto…

    fm

    db, quell’accento non lo metterò mai, fin quando non arriva effeffe da queste parti.

  12. L’ulteriore “resto”, poi, l’ha fatto la foto della bellissima Constance. Pensa che quando ho detto a mia moglie che la trovo una donna stupenda (CD) e ne sono sempre stato innamorato (di CD), lei mi ha risposto di non preoccuparmi, perché farà di tutto per farmela raggiungere al più presto…

    E io non ho ancora capito cosa volesse mai dire…

    Proverò a consultare Sgargabonzi.

    fm

  13. Cario francesco, quando una donna dice quel che ha detto tua moglie, all’uomo non rimane altro che fare i dovuti scongiuri…………………………

    ciao ciao
    jc

  14. Ho letto Autoreverse e l’ho trovato estremamente delicato,quasi sommesso con quel dialogare da un lato all’altro. Da semplice lettrice non ho notato una particolare attenzione a CD, non quella tesa ad avvalorare o smentire un suo ruolo nel gesto di Cesare Pavese, piuttosto a dare forma attraverso lei,la sua bellezza quell’irragiungibile oltre, una sorta di verità che neanche la scrittura riusciva ad oltrepassare.La frase della lettera che cita Giorgio Morale nel suo ultimo intervento sembra in fondo suggerire questo.

    Comunque una gran bella rece-lettera.

    grazie
    lisa

  15. db è volgare, grossolano, primitivo e irresponsabile! Necessita immediatamente di un “TSO”. MI FA TANTA, TANTA, TANTA PENA… E non aggiungo altro!

  16. scusa giorgino, ma oggi è una giornataccia, peggio dell’altroieri che mi hanno eliminato l’IVANESSA (per far vincere la focomelica poi!): oggi fouqué, bloccato al post di ierlaltro di Arno, che è il rewind dell’autoreverse: lui è a caccia di materiale sull’amato fouqué, e t’incontra la lupa, una dellerona ma bionda e in più sorormunita (sicché al capanno ne sorte un triangolino ultraisoscele). ma che leone ginzburg facesse il partigiano per mettersi in mostra agli occhi di lei, poteva pensarlo solo pavese, o forlani per lui!

    direttore, che ti significa che il post di brand’s heide è vuoto come una zucca?

  17. Mi significa – tutto quanto – esattamente quello che mi significa la rete, le sue classifiche, le sue dispute da mentecatti, le solidarietà virtuali figlie del do ut des più assurdo e spregevole, le guerre da segaioli e pompinari combattute per interposta persona sulla pelle degli altri, le leggende metropolitane, i racconti sprezzanti di chi parla di persone che non ha mai conosciuto, i poeti da rosticceria e da oratorio, quelli che saccheggiano i blog e assemblano opere con cui portano a casa premi e soldi, i critici da supplemento domenicale, la mancanza totale di etica, tutto ciò che è lo specchio fedele di un paese che è una melmosa maceria fumante: mi significa che tutto ciò mi fa schifo, e che, esauriti i post che ho nel timer, di rebstein e della dimora non resterà nemmeno il ricordo.

    Buona notte.

    fm

    p.s.

    Giorgio, continuo a pensare che, per dire determinate cose, bisogna aver avuto di fronte almeno una volta nella vita, faccia a faccia, l’interlocutore. In quel caso, come nella realtà spesso succede, i nostri pensieri corrono il rischio di diventare tutti monchi (cfr. Inferno, canto XIII).

    Io ospito (tra poco: “ospitavo”) scritti di studiosi e autori di ogni genere, e su quelli chiedo l’esercizio del commento e del contraddittorio: l’ombra dei trascorsi, e le dispute in corso o pregresse non avranno mai il conforto della mia attenzione e della mia adesione a qualsivoglia titolo, da una parte o dall’altra, sopra o sotto, di lato o di traverso. Semplicemente: non fanno parte del mio mondo. Se fossi un credente direi, con le parole di Paolo: “Per grazia di dio, io sono quel che sono”. E non devo essere altro. Tanto mi basta.

  18. mi sembra assurdo tutto questo.
    spero però che tu non ceda a questo gioco.
    mi dispiace leggere queste cose.
    c’è chi scrive perchè ama farlo, al di là del risultato, c’è chi ama leggere e leggere in modo pulito, non credo sia giusto chiudere, è come dare ragione e darla vinta a chi vuole solo ferire e solo questo sa fare.
    perdona lo sfogo Francesco, ma spero sia stato anche il tuo solo uno sfogo.
    natàlia

  19. ma dio santo, è mai possibile poi che si debba sempre pensare al marcio in tutto?
    è mai possibile che chi scrive (bene o male che sia) se visita blog e lascia commenti debba sempre essere visto come un “nemico” o come un cretino da falciare sul nascere o come il prossimo che si vuole mettere in mostra per chissà poi cosa?
    la realtà è ben diversa, con i libri non si mangia, e chi scrive dovrebbe farlo senza queste sgomitate bieche ma con amore per quello che fa… che che cavolo!
    vedo solo pose e sfoggio di eloquenze vuote e meschine
    ho un’idea ben diversa dello scrittore
    scrivere è come suonare uno strumento, puoi avere tecnica e conoscere bene lo spartito, ma se ti manca il cuore non sarai mai altro che uno strimpellatore.

    buonanotte Francesco, scusa ancora.

  20. carissimi quasi tutti scustaemi se intervengo solo ora ma come alcuni di voi sanno sono in giro per città e persone. Quest’oggi poi è per me un giorno importante. tra circa un’ora sarò a Firenze dove comincerò a lavorare all nuovo libro. Ecco allora che questa lettera che ho avuto la fortuna di sentire a voce dal suo generoso autore, me la stampo e me la porterò con me come un portafortuna. E dico a Natalia di lasciare che i luminari continuino a fare luce sulle loro miserie, noi siamo creature della notte, n’est ce pas Francesco?
    effeffe
    ps
    venerdì con andrea inglese presenteremo i nostri libri alla odradek di Milano. Magari ci si vede lì…

  21. Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso “non so”. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d’una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova ancora una volta e un’altra ancora, finché gli storici della letteratura non legheranno insieme prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole “patrimonio artistico”…
    Wislawa Szymborska (7 dicembre 1996 dal discorso “il poeta e il mondo” tenuto in occasione del conferimento del premio nobel per la letteratura)

    tornando semplicemente ad osservare le molteplici direzioni frontiere confini puramente immaginari che il romanzo di Francesco indica raggiunge oltrepassa mi viene da pensare che la buona letteratura è come sempre tesoro di chi ama le parole il verbo il dilemma di fronte alle pagine inizialmente da sempre bianche
    autoreverse è un caleidoscopio di luce che permette di vedere la bellezza nelle sue diverse forme e la costruzione poetica di chi del cuore del gioco della vita si continua incessantemente a chiedere “non so”.
    c.

  22. il cuore di Pavese, uno che scriveva col cuore:

    (per effeffe, carmine, antonella e francesco marotta)

    Mi struggo di pensare
    che queste parole disperate
    che scrivo per te,
    sono tutta la gioia del mio amore,
    la sua realtà vertiginosa,
    i baci che mai ti darò
    posati si di te all’urto del cuore
    che vien meno di gioia.
    Non credo più al futuro
    e appena forse alla luce di gloria
    tanto pallida e vuota. (meditare su questo!!!!)
    Fantastico che queste mie parole
    siano tutta la stretta del tuo amore,
    il sorriso del tuo corpo
    e del tuo volto, miei
    nella nostra passione disperata.
    Fantastico lontano
    come se questi sogni
    fossero i sogni di una nostra vita.
    Ma tu non sai nemmeno
    e i sorrisi e gli sguardi noncuranti
    di quelli che ti possiedono viva
    e ti scuotono l’intimo sangue
    mi distruggono muto
    nella coscienza della mia miseria.

    Cesare Pavese, 4 gennaio 1928

  23. A db e a tutti.

    Da questo momento in poi, eliminerò qualsiasi commento contenga, in modi impliciti o espliciti, riferimenti personali.

    Chiedo che chi ne ha “facoltà” intervenga, qualora lo ritenga opportuno, solo e unicamente sui testi proposti, muova tutte le critiche che vuole, argomentando magari, al fine di aiutare e favorire l’intelligenza degli scritti e avviare un percorso anche minimo di arricchimento reciproco.

    Ognuno esponga le tesi che vuole, contraddica, se necessario, anche animatamente, con tutte le armi dialettiche a sua disposizione: ma non permetto a nessuno di utilizzare questo spazio per esternare rancori, antipatie personali o, peggio, per inscenare regolamenti di conti dei quali non gliene frega una beata mazza a nessuno.

    Nessuno dei lettori di un thread è tenuto a conoscere per forza vita, morte e miracoli degli autori o dei commentatori. Personalmente, se ho da dire qualcosa a qualcuno, gli scrivo una mail, non aspetto un post in un blog per picconatine e lanci di sassolini variamente assortiti.

    Fin che dura, va così, non c’è nessun obbligo a scrivere per forza su queste pagine.

    Un saluto a tutti.

    fm

  24. ccioè, dovrei scrivere a fefé?!
    qui si parla di pavese. certi dicono che è bellissima: a me parmi un travo.
    più facile era dire: qui si accettano solo complimenti.

  25. “a me parmi un travo”

    Chi? Cosa? Constance? La lettera-recensione di Morale? L’opera di Forlani?

    Sìi chiaro.

    “più facile era dire: qui si accettano solo complimenti”

    ??????

    “Ognuno esponga le tesi che vuole, contraddica, se necessario, anche animatamente, con tutte le armi dialettiche a sua disposizione…”

    ??????

    Ciao.

    fm

  26. ecco, vorrei sapere da gdc cosa pensa della poesia di pavese postata qui da natalìa. meglio, come la quota lui nella sua classifica del novecento italiano che più volte ha squadernato e che mi vede complessivamente d’accordo. meglio ancora, dica l’ischitano se considera pavese l’ultimo dei poeti o il primo dei poetessi. sperando d aver ottemperato ot

  27. Buongiorno sig. DB,
    la poesia da me postata credo sia significativa ancor prima che artisticamente per come ci mostra la complessità dell’animo di Pavese, il suo tormento, il suo modo di vivere il sentimento amoroso.
    Al di là di ogni giudizio puramente tecnico-stilistico, al di là di qualunque fredda considerazione da critica analitica del testo, ritengo che non si possa parlare di poesia relegando quest’ultima a giochi puramente formali e lessicali, ad intarsi di rime e metri, sarebbe anacronistico e riduttivo.
    La poesia muta come muta il linguaggio, ma ciò che la rende unica e che ne palesa appunto la natura poetica è la sua “universalità”, ovvero quel suo essere intima, personale, ma capace di risuonare nelle corde emotive del lettore come gli appartenesse.

    “Tutto quello che non è verso è prosa, tutto quello che non è prosa è verso”
    da il “Borghese gentiluomo”, Molière

    … nella sua clamorosa ovvietà, la sentenza del maestro di filosofia nell’opera di Molière ha concreto valore dal punto di vista tecnico-stilistico.
    Non è assolutamente compito semplice dire cosa sia poesia e descrivere la natura di un testo poetico.

    Tanto in poesia quanto in prosa, infatti, l’autore esprime attraverso voci e personaggi, che colloca in un dato tempo ed in un determinato spazio, pensieri, riflessioni, emozioni, movimento ed azione. Una regia insomma, fatta di parole come fotogrammi che scorrano agli occhi dell’immaginario del lettore.

    Le tematiche che l’autore affronta possono essere le più svariate, dai grandi interrogativi universali (mistero della vita, sentimento d’amore) a quelli più intimi e soggettivi, peculiari del singolo autore, che ne tradiscono l’intimo, scarnificandolo, e rivelandone, tra l’altro, il percorso culturale in senso lato.

    La differenza in essere tra prosa e verso è racchiusa nell’etimologia dei due termini:
    il primo, prosa, è la sostantivizzazione dell’aggettivo latino “prosa, -ae”, che significava “che va diritto, senza interruzioni”, al contrario il “versus” indicava il “vertere”, ossia il voltarsi su se stesso per tornare indietro.

    Questo tornare indietro del verso su se stesso ha un doppio valore, quello dello spezzarsi per andare a capo ricominciandosi dopo un respiro, e quello di ripetersi tornandosi indietro foneticamente, per ripetersi in schema ritmo-metrico. In sintesi, il verso originariamente era un ripetersi in sequenza di un stesso o di più diversi stili metrici e figure del suono, attraverso un gioco-calcolo di simmetrie ed asimmetrie.
    Tutto questo notoriamente aveva un’origine musicale, la poesia – la lirica – era una forma artistica completa che si accompagnava alla musica (la lira, appunto, lo strumento principale) ed alla danza in rappresentazioni di natura prevalentemente religiosa o epica.

    Nell’antica Grecia erano gli Aedi a cantare le gesta di eroi e ad alimentare leggende e miti attraverso il canto accompagnato dalla lira (anche detta cetra), in epoca romanza, invece, giullari e trovatori allietavano le corti decantando liriche d’amore con l’accompagnamento musicale.

    Chiaro esempio di nostra tradizione lirica è il Canzoniere del Petrarca, in cui la parola stessa si fa canto, senza che ad essa debba aggiungersi alcun intervento esterno, non a caso egli apre l’opera con il sonetto proemiale:

    Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
    di quei sospiri ond’io nodriva il core …

    Pur non dimenticando tale insita natura ed origine del verso, non possiamo non prendere in considerazione l’evoluzione del concetto poetico, che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento subisce una contaminazione prosastica (i Piccoli poemi in prosa di Charles Baudelaire), e nello stesso modo rintracceremo contaminazioni liriche in molte opere narrative, cito Conversazione in Sicilia di Vittorini come esempio, ma tornando molto indietro nel tempo non possiamo non nominare il Decamerone del Boccaccio, ed tanto altro ancora … del resto in epoca medievale romanzo e racconto ebbero esordio in forma versificata, pur essendo oggi massima espressione prosastica e, per “contrappasso”, viviamo oggi forme di poesia assolutamente spogliate dell’originario senso del suono quasi a sfiorare e corteggiare la libertà “narrativa” della prosa.

    Comunque, nonostante i casi limite e le famose eccezioni, quid dell’espressione poetica resta sempre il versus, non tanto per la sua caratteristica segmentazione del fluire del linguaggio, quanto per il suo carico di tradizione ritmica che si evolve dalla metrica tradizionale, alla barbara fino a giungere all’adozione del più moderno verso libero.

    Sotto la generica denominazione di verso libero, si raccolgono le varie forme di versificazione che non corrispondano né alla metrica tradizionale, né alla barbara.

    Ciò non vuol significare che il verso libero non abbia delle caratteristiche riconoscibili che corrispondano a scelte determinate che rivelano una precisa misura del verso, tuttavia in esso non ha più importanza il computo delle sillabe, quanto il ritmo che il poeta di volta in volta decida di scandire al suo verso.

    E sebbene il ritmo conferisca una connotazione musicale al testo poetico, esso non è riconducibile ad alcuna forma tipicamente metrica. La metrica infatti è un concetto “normativo”, preesistente al verso, che ne regola la creazione, al contrario il ritmo è parte integrante della stessa creazione del verso da parte del poeta, esso agisce all’interno stesso del divenire della creazione poetica, incidendosi nella concretizzazione verbale per mano del suo autore, che liberamente decide di volta in volta l’intonazione che vuol conferire al suo verso.

    Di-verso-inverso

    Nelle ore assorte,
    oltre le apparenze
    sei me in ogni grano d’una corona di preghiere.

    A portata del riecheggio
    d’una nota,
    sei il domani d’ogni mattino e
    nuova scena alle mie dita
    nelle maniche zuppe di rugiada
    di notti d’inverno e brina.

    Sei argento e piombo
    o metallo impuro,
    sarai l’arpione a trafiggermi le tempie,
    nella fornace delle parole martellate
    plasmate, slegate e ricomposte:
    il sentiero d’ogni mio spasmo.

    Sporcami ancòra le parole imbrattate d’illusioni,
    in questa corsa senza tempo e senza bivi:
    fuori aria buona di meriggiare appena fresco.

    n.c.

    un caro saluto, mi assenterò per un bel po’ e probabilmente non avrò modo di leggere la sua risposta.

  28. avevo intuito l’alto apprezzamento di natalìa per il poema postato di pavese. m’interessava sapere cosa ne pensa gdc. del resto, come propina classifiche non richieste, egli può sempre esimersi nel caso contrario: la rete è bella perché è bucata.

  29. Vorrei solo dire qualcosa anche se non sono del tutto sicura di quale sia il punto di questa piccola questione. Quel che mi è sembrato di capire è che si “contesta” la bontà critica del post sulla base di una certa abitudine,ormai diffusa, di supportare più o meno a-criticamente amici, conoscenti etc.
    In effetti non è del tutto errato. Io, ad esempio, in rete leggo più o meno regolarmente non più di 4/5 blog di tipo letterario,le firme che vi leggo sono pressappoco le stesse e anche senza esserne addentro si finisce col capirne certi meccanismi un po’ viziati, uno fra tutti che mi lascia perplessa è la rapidità del plauso, un altro è l’onnipresenza che mi fa chiedere a volte- ma quando trovano il tempo di leggere tutto?- ovviamente basandomi sui miei tempi, tanto che sono due giorni che scrivo queste righe e neanche sono convinta.
    Ma non sempre è così. La rete è forviante .Ci si dimentica a volte che a leggere i libri sono i semplici lettori che ne possono cogliere a volte non del tutto le molteplici sfumature o dare al libro o al testo un’interpretazione personale , a volte capita che si decida di mettere per iscritto sia il dubbio sia il piacere lasciando un commento che non implica necessariamente una particolare appartenenza. ( tutto questo ambaradan introduttivo è solo per dire che io mi ritrovo in questi ultimi panni…forse inadeguati, ma questi ho).
    Ora però esco dal fuori tema,ma non dagli abiti. Al commento di DB ( che assolutamente non so chi sia) inizialmente ho reagito dicendomi da geologa mancata e da campana – vabbé perché mai tanto livore? Il Vesuvio prima o poi farà piazza pulita alla grande…basta solo saper attendere- ma poi ci ho pensato a quella “napoletanità” non del tutto estranea al contesto perché è una delle cose che inizialmente mi ha lasciata perplessa leggendo Autoreverse, ma solo perché nella lingua attuale la napoletanità così accattivante e pittoresca e invadente non è legata alla terra, ma è piuttosto una lingua “metropolitana” che in quanto tale si discosta da quella di Pavese così ricca e musicale ma anche così terranea e che forse trova più assonanze con la ricchezza di suoni di una napoletanità del passato.
    Non posso dire ora di conoscere a fondo Pavese, l’ho pensato un tempo ma non lo penso più ora,anzi non lo penso su niente, lo sto rileggendo, apprezzandone, con un’altra consapevolezza da quella che era – leggere Pavese- come un’etichetta. Gusto i versi liberi, la loro modernità senza snobismo, la musicalità, la profondità e il suo sforzo di spingere fino in fondo la sua scrittura.
    Se ho letto con piacere questa lettera è con lo spirito di chi si pone il dubbio che nella lettura possano essergli sfuggiti alcuni elementi e allo stesso tempo confrontare il proprio punto di vista con quello di altri. Con serenità. Credo che la rete in questo senso offra veramente tanta possibilità se ci si spoglia da certi mal- costumi, ma anche dalla diffidenza.
    Posso dire però che, per me, questo non è un libro su Pavese. Pavese lo attraversa in una forma fluida, che passa nella narrazione come esperienza dell’autore, nel suo rapporto di uomo e scrittore con Pavese. Se dovessi tirarne fuori un’immagine, l’incidenza di Pavese nella narrazione è quello che c’è ad esempio fra la colonna sonora di Morricone e “C’era una volta in America” in cui è innegabile il supporto suggestivo,poetico dato dalla prima a certe scene. Pavese accompagna, sottolinea le pagine, è una presenza fuori campo in altre. C’è, come chiave di lettura dell’autore stesso, ma non è un libro su Pavese…ovviamente dai miei panni.

    grazie

    lisa

    p.s mi scuso sia per la lunghezza che per l’approssimazione

  30. db è volgare, grossolano, primitivo e irresponsabile! Necessita immediatamente di un “TSO”. MI FA TANTA, TANTA, TANTA PENA…

    prima di morir di pena: cosa significa tso? è un grosso ot?

  31. Caro db (acronimo di dario bellezza?): ero un po’ arrabbiato con te per quelle parolacce (indecenti) sul Meridione, etc. Non auguro ad alcuno il “tso”. Mai e per nessuno! Scusami, davvero chiedo scusa. Sinceramente. Non sono un superman, conosco i miei limiti.
    Montale, Pavese, Campana, Ungaretti, Lorenzo Calogero, Penna e Amelia Rosselli. A parte, Emilio Villa. Ma poi che te ne fai delle mie classifiche? Dopo Amelia Rosselli (leggo, studio, analizzo il suo lavoro, mando a memoria, etc. dal 1976!) finisce il ‘900. E io sono un uomo del Novecento… Leggevo oggi una segnalazione di 7 righe (sulle pagine napoletane della “Repubblica”) su un tizio mai sentito nominare prima che pubblica direttamente in quella che fu la “Bianca” Einaudi…
    Per quanto riguarda “il fascismo spunta dove meno te l’aspetti…”, come scrivi tu, non so che dirti: forse permane in me ancora qualche scoria intollerante e fascista di un passato davvero remoto dentro la Chiesa Cattolica (abbandonata nella primavera del 1974)…

  32. don’t worry, gdf, nel trascendere sei in buona compagnia, ad es.: *La varietà di uomo più viziosa è il prete: lui insegna la contronatura. Contro il prete non si hanno ragioni, si ha il carcere.*

  33. Se la scelta delle gelatine un tanto all’etto è una questione delicata (meglio i ciuccini alla cocacola o i rollini di regulizia?), il testamento biologico è una questione che oserei definire molto delicata. Di primo acchito questa denominazione, “testamento biologico”, può portare alla mente i più straordinari e incantevoli miracoli dell’uomo, come appunto le “fosse biologiche”. Tuttavia non ha nulla del caliente splendore di queste ultime. Il testamento biologico si basa che la gente vogliono morire. Praticamente ci sono queste persone che lasciano, scritta o registrata, la richiesta di essere uccisi dai loro parenti (per esempio i cognati). Come a dire: “se mi volete bene, se ci tenete a me, se volete che trascorra una vita felice in un ranch nel Montana, uccidetemi”. Purtroppo sono individui che vivono questa infausta scissione: vogliono morire, però subito. Al giorno d’oggi è tutto un mettersi davanti ad una telecamerina, fare proclama del genere (anche per un domani), e caricare il tutto su Youtube. Vedi la gente più diversa, dal bidello al panamense, che dicono che vogliono morire. Non è che vogliono le patatine, i giochi da tavolo o i misirizzi. No, loro vogliono morire! Sono persone in perfetta forma, addirittura qualcuno ha anche la televisione accesa dietro, eppure desiderano solo levarsi dal mondo. E uno si aspetterebbe che lo dicano piangendo e stracciandosi la toga, invece pare una gara a chi lo dice più tranquillo, disinvolto, distaccato, pure sorridente. Questo per ostentare sanità mentale, perché il discorso del testamento biologico ti conta solo se, quando l’hai enunciato, eri “capace di intendere e di volere morire”. Quali persone non sono capaci di intendere? Per esempio gli ubriachi, che possono desiderare sì di morire, ma magari è perché hanno la mente ottenebrata dai fumi dell’alcol e al risveglio dalla sbronza si pentirebbero di essersi fatti uccidere dai cognati. Oppure i muti, che vivono un’esistenza tremenda e disperata, non potendo dire al mondo la cosa più elementare: cosa vogliono. O ancora i pazzi che, lo dice la parola stessa, sono completamente pazzi. Queste persone non possono chiedere di morire, non sta bene. Anzi, di più: queste persone non possono legalmente morire, se non per l’ingurgitamento di funghiglia velenosa (e affini).

  34. Un grazie a tutti, in particolare a Natàlia e a Lisa per gli ultimi commenti.

    Felice per il chiarimento dell’equivoco, tengo a precisare che mai, e poi mai, sul mio blog compariranno contributi di taglio razzista o autori della stessa subspecie umana (o specie subumana).

    db è uno studioso di rango (qualcuno che non lo conosceva se ne sarà sicuramente accorto), a cui piace divertirsi (beato lui che ci riesce!) a seminare in giro, di tanto in tanto, “provocazioni” che tutti dovrebbero (a suo modo di vedere) saper raccogliere e rilanciare (quella di “sgargabonzi” è l’ultima, ma solo in ordine di tempo). Se di tanto in tanto, però, mettesse qualche link, si/ci eviterebbe inutili fraintendimenti.

    Comunque, la mia risposta scherzosa su “droghe e sanremo” e sul congresso pd era già un indicatore preciso in quel senso.

    Un caro saluto a tutti.

    fm

  35. In merito al testamento biologico: l’attuale Parlamento non dovrebbe neppure tentare di promulgare una legge del genere. Non sono le persone più adatte per fare questo. Lo si è visto e lo si percepisce in tutte quelle occasioni in cui, bene o male, in cui la Chiesa mette il suo ipocrita becco. Qualsiasi tentativo di separare la cruda componente biologica dalla componente prettamente personale sarà vanificato, qualsiasi tentativo di liberare la scienza da qualsiasi ideologia sarà fallimentare. Quel che più offende dell’agire scientifico è il prestarsi a determinazioni metafisiche – peggio teologiche! – che esulano dal fine scientifico. La scienza dovrebbe fermarsi in alcune situazioni, fermarsi al limite che gli è proprio. “Tenere in vita” per 17 anni una ragazza con la speranza che questa possa risvegliarsi – forse per intervento divino, per gridare poi al miracolo – o in attesa di qualche ritrovato tecnico o farmacologico che possa risvegliare dalla morte il malcapitato Lazzaro di turno, è pura follia. Per questo chi siede in Parlamento dovrebbe riabilitare il proprio sistema nervoso e la propria coscienza per comprendere la tragica dimensione del limite vita-morte. Ogni generalizzazione partorirà solo sofferenza, crimini, anatemi e quel che in fin dei conti si è visto in questi mesi: spazzatura parlante…

    Tali questioni hanno dato il via a comportamenti generalizzanti in grado di rafforzare le tesi catto-fasciste di un mondo svuotato dai veri valori, i loro…
    I testamenti virtuali sono il classico esempio delle solite smanie di protagonismo radical-shit. Basterebbe un cassetto o un amico a cui lasciare uno scritto, oppure confidarlo alla moglie, al marito, al compagno, alla compagna, ai figli e fidarsi del loro amore e considerare caso per caso…

    Rivedere inoltre il concetto di obiettore di coscienza…credo che il giudizio debba essere sospeso, non si deve giudicare e scegliere per l’altro secondo la propria coscienza, ma questa dovrebbe azzittirsi davanti alla tragedia in corso…
    Compassione, dio cristo!

  36. Antao, la compassione, la più umana tra le forme del sentire e dell’essere, è ormai quasi completamente estinta: a darle il colpo di grazia, giorno dopo giorno, sono proprio quelli che se ne servono come un precetto, l’abito buono da tirar fuori la domenica mattina alla funzione di rito.

    fm

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