Il mese dopo l’ultimo (II)

Marco Ercolani

«Ognuno sa che in un seguito di anni comuni, normali, talvolta quel grande eccentrico che è il tempo crea dal suo seno altri anni, diversi, particolari, degeneri, ai quali – come un sesto, piccolo dito in una mano – cresce da qualche parte un tredicesimo, falso mese. […] Altri paragonano questi giorni ad apocrifi segretamente introdotti fra i capitoli del grande libro dell’anno».

(Bruno Schulz,
Le botteghe color cannella)

 

Un romanzo smarrito

    

La fama di Bruno Schulz, ormai considerato uno degli scrittori più originali e interessanti del Novecento europeo, resta legata ad un numero singolarmente esiguo di opere: due volumi di racconti, Le botteghe color cannella (1934) e Il Sanatorio all’insegna della clessidra (1937), ai quali si possono aggiungere solo pochi testi narrativi, critici o epistolari. Sappiamo però che parecchi altri scritti, in particolare una terza raccolta di racconti e un romanzo in corso di stesura, dal titolo Il Messia, sono andati perduti. La sorte di queste opere non è stata del resto dissimile da quella, tragica, del loro autore, spietatamente ucciso in quanto ebreo durante l’occupazione nazista del suo paese natale, Drohobycz, in Galizia.

    

L’eccezionale qualità della prosa schulziana, la freschezza e ricchezza di ispirazione che trapelano dalle sue pagine fanno avvertire come particolarmente doloroso lo smarrimento delle ultime opere. Se dei racconti dispersi ignoriamo tutto, qualche briciola di conoscenza riguardo al romanzo ci è stata conservata, anche se forse contribuisce ad acuire la curiosità più che a soddisfarla. Sappiamo così, grazie a uno studioso di Schulz, Jerzy Ficowski, che il racconto L’epoca geniale (poi compreso nel Sanatorio) nella sua prima pubblicazione in rivista era accompagnato da un’avvertenza che lo definiva «frammento del romanzo Il Messia»; il critico ipotizza che un’origine analoga avesse un altro testo della stessa raccolta, Il Libro. Tuttavia, secondo lo stesso Ficowski, non si trattava di anticipazioni del romanzo, bensì di brani scartati, che quindi, a rigore, potrebbero aiutarci a capire come non era il testo smarrito, piuttosto che com’era. Anche i rari accenni epistolari di Schulz al Messia non permettono di far luce sulla questione: così, se in una lettera del 1935 il romanzo viene definito come «il seguito de Le botteghe color cannella», in un’altra lettera del 1937, annunciando la prossima pubblicazione del Sanatorio, lo scrittore precisa che, per converso, «Il Messia giace incoltivato», distinguendolo dunque nettamente dai racconti.

    

Forse il fascino che quest’opera irreperibile emana è legato soprattutto al suo titolo, che sembra richiamare una tematica religiosa in apparenza lontanissima dalla natura, ad un tempo memorialistica e totalmente fiabesca, dei testi dell’autore. Tuttavia, come ha ricordato Angelo Maria Ripellino, «vi sono frequenti ricorsi biblici nei racconti di Schulz», anche se «di solito la solennità del riferimento alla Bibbia ha un risvolto di buffoneria». Ciò trova conferma nei due brani narrativi che abbiamo già avuto modo di evocare. Così Il Libro non è incentrato, come si potrebbe pensare, sulla Torah, il testo sacro dell’ebraismo, bensì su un prodotto assai più umile, un album per decalcomanie che il giovane protagonista ha avuto modo di osservare un tempo, con ammirata meraviglia, fra le mani del padre. A distanza di anni, il volume gli torna in mente grazie ad un sogno; allora lo chiede con insistenza ai genitori, che per quietarlo gli porgono uno dopo l’altro i vari libri che hanno in casa, e da ultimo anche la Bibbia. Ma a questa offerta il protagonista reagisce con indignazione, e rivolgendosi al padre gli chiede: «Perché mi dai questo apocrifo corrotto, questa millesima copia, miserabile falsificazione? Cosa ne hai fatto del Libro?». Finirà poi col trovare ciò che cerca, riconoscendone i resti in un volume da cui sono state strappate quasi tutte le pagine, e che nelle poche rimaste contiene solo vecchie inserzioni pubblicitarie illustrate: «Quello era l’Autentico, il sacro originale, benché in tale stato di profondo scadimento e degradazione». Un brano del genere può essere letto in chiave puramente parodica, o magari come un’allusione al ricordo affettuoso e incancellabile che molti adolescenti conservano dei libri che per primi hanno fatto scoprire loro le gioie della lettura, ma certo non propone l’idea del testo sacro nella forma più ovvia e prevedibile.

    

Qualcosa di simile si può dire per l’altro racconto, L’epoca geniale, in cui troviamo un esplicito riferimento alla figura messianica. Descrivendo l’inizio della stagione primaverile, il narratore commenta: «In un giorno come quello il Messia si avvicina fino al limite dell’orizzonte e di là guarda la terra. E vedendola così bianca, silenziosa, con i suoi azzurri e le sue meditazioni, può accadere che gli si confondano negli occhi i confini, che le strisce celesti delle nubi si dispongano come un ponte, e senza sapere quel che sta facendo, scenda sulla terra. E la terra neppure si accorgerà, tutta assorta com’è nelle sue meditazioni, di colui che è sceso sulle sue strade, e gli uomini si sveglieranno dal sonnellino pomeridiano e non si ricorderanno di niente. La storia intera sarà come cancellata, sarà come secoli e secoli fa, prima che cominciasse il mondo». In questo brano, come si vede, il Messia scende sulla terra per errore, o meglio per distrazione, e gli uomini, a loro volta distratti o addormentati, non si accorgono di lui. E tuttavia questo duplice oblio sembra essere la condizione per un nuovo inizio del tempo.

    

Non identiche, ma probabilmente altrettanto insolite dovevano essere le immagini offerte nel romanzo perduto: dall’unica notizia in proposito sappiamo infatti che in un episodio veniva diffondendosi l’annuncio «che il Messia era arrivato e si trovava ormai a soli trenta chilometri dall’esultante Drohobycz». Qui, come sempre in Schulz, quotidianità e miracolo appaiono strettamente intrecciati. Per quanto la cosa possa apparire paradossale, l’indicazione più esplicita sullo spirito che probabilmente animava l’opera si ritrova in un passo epistolare che del Messia non parla affatto, almeno in modo diretto. In queste poche righe, però, lo scrittore si sofferma sul fine ultimo della propria arte, che egli fa coincidere con una sorta di regressione all’infanzia: «Se fosse possibile riportare indietro lo sviluppo, raggiungere di nuovo l’infanzia attraverso una strada tortuosa – possederla ancora una volta, piena e illimitata – sarebbe l’avveramento dell’”epoca geniale”, dei “tempi messianici”, che ci sono stati promessi e giurati da tutte le mitologie. Il mio ideale è “maturare” verso l’infanzia. Questa soltanto sarebbe l’autentica maturità».

[…]

    

Se dunque esaminiamo il frutto dell’hybris ercolaniana, ossia la sua riscrittura (o piuttosto scrittura, visto che il modello è assente) del romanzo di Schulz, non possiamo che rimanere sorpresi. Qui, infatti, non c’è proprio nulla di noto o di rassicurante: manca un protagonista che favoleggi su di sé e sulla propria famiglia, mancano gli altri personaggi che animavano i racconti schulziani, manca lo stile, così caratteristico, dell’autore polacco. C’è invece una vicenda del tutto nuova, scritta in terza persona e incentrata su due figure: Hermann, un giovane soldato tedesco cui è stato impartito l’ordine di sorvegliare (o piuttosto «vegliare», come si fa coi morti) una Drohobycz ormai spopolata e devastata dai bombardamenti, e Stefan Kris, un uomo dall’età indefinibile, che trascorre il proprio tempo riempiendo fogli su fogli di strani disegni e narrando, una dopo l’altra, innumerevoli storie. Dapprima il soldato si mostra disattento e infastidito di fronte al proliferare dei racconti allusivi e misteriosi, poi però si lascia catturare dalle parole di Kris fino a scordarsi del compito che gli è stato assegnato. Quando tra loro nasce un primo vero accenno di dialogo, è il segno che una nuova esperienza è maturata. Finalmente i due possono allontanarsi insieme da Drohobycz. Ormai Kris non avrà più bisogno di disegnare o di parlare: sarà Hermann a intuire o immaginare i suoi pensieri, e a tradurli in scrittura. (Giuseppe Zuccarino)

(Da: Giuseppe Zuccarino, Le notti del Messia, in Marco Ercolani, Il mese dopo l’ultimo, Genova, Graphos Edizioni, 1999, e “La Biblioteca di RebStein”, 2010)

 

Marco Ercolani

Il mese dopo l’ultimo

 

 

Drohobycz, 3 giugno 1940

Cara Romana,
     ecco la prima notte del romanzo. Non è ancora nulla di quanto vorrei: è solo un frammento. Senti se le frasi suonano bene all’orecchio, se salgono e scendono nel modo giusto e si intonano al tuo udito. L’ultima volta che ci siamo visti a Drohobycz, mi hai fatto una domanda a cui non ho voluto rispondere. La domanda era semplice: cosa significa il mondo per me. Ora posso risponderti. Il mondo è un’apparizione e la scrittura ne insegue le forme. Ma non come un cacciatore la preda, piuttosto come un sognatore cerca le parole giuste per raccontare quello che ha visto durante la notte. Le visioni hanno solo bisogno di un trascrittore attento.
     Non essere indulgente, come troppo spesso sei stata. Quello che leggerai potrebbe essere il primo capitolo, ma non è detto che lo diventi. È quasi impossibile reggere la tensione di quello che vorrei dire per più di qualche pagina, eppure bisogna resistere. Solo così riesco a restituire l’espressione che desidero – la ferrea vigilanza della sintassi sull’affannato, incontrollabile spavento del sogno.
     La penna mi guida, si direbbe. Ma dove? Devo stare attento: se mi lasciassi andare, vedrei solo macchie d’inchiostro, e la storia sarebbe fumo nel fumo! Odio chi mi chiede cosa voglio esprimere! Il mondo è inesprimibile e solo per una straordinaria fortuna, per un incantesimo capriccioso del tempo, possiamo captare un fruscìo nell’aria e tradurlo in parole.
     Ho già sognato diversi pezzi del romanzo, ma è tutto un arcipelago nebbioso, una babele di frasi e di trame dove mi confondo. Per ora vedo solo un ragazzo che scrive e disegna nel buio… Ma è troppo presto per parlare. Quando avrai letto più di un frammento, allora sarà diverso. Dialogheremo, discuteremo. Il romanzo, Romana, nasce dai miei silenzi, da tutti quei silenzi che dicevi di amare quando mi bisbigliavi: «Non ti sei mai accordato col mondo, Bruno…».
È forse possibile accordarsi? A chi succede? A me non è mai accaduto. Invidio gli accordati col mondo. Ma talvolta mi sembrano solo dei morti con una vita già stabilita, nell’inizio come nella fine: gli esseri viventi, quando sono prevedibili, hanno, per me, la stessa natura dei morti. Io non faccio altro che lavorare contro questa natura. Credo di essere così stanco da non appartenere più a me stesso. È il romanzo a cercarmi. Di notte mi si avvicinano le parole, le frasi, i capitoli, così, di soppiatto, come ladri che frugano nella casa notturna, come assassini che cercano la vittima predestinata: la carta si mette a frusciare, sente le parole imminenti, avverte la fine del silenzio. Che fare se non obbedire come un soldato, aprire il quaderno che mi attrae dal fondo dell’abisso e farmi conchiglia al suono del mare?
     Adesso ti lascio: devo correggere trentasei compiti, domani la mia classe ha esame di disegno con me; ma io non so che fare, disegno animali sul margine dei loro fogli, soprattutto civette, gli occhi fissi nel buio. Scrivo con ansia, sballottato dalle frasi, ubriaco. Ora smetto: così avrai tempo di leggermi…

                                   Tuo Bruno Schulz

 

Prima notte

    

È l’ora del plenilunio. Il soldato Hermann si accosta all’ultima casa a sud di Drohobycz.
     L’ordine è chiaro, impresso bene nel cervello.
     «Veglia l’ultima casa, perché il nemico non ritorni».
     Le bombe hanno scoperchiato molti tetti. Si vedono edifici con le finestre frantumate dalle pallottole, pozze di sangue, porte spalancate, tracce di stivali. Ma Hermann cammina impassibile, l’uniforme abbottonata fino al collo, il capo scoperto, il fucile stretto nella mano destra. Ora è a due passi dalla casa. Varca l’ampio portone scuro, con due grandi fori in alto, provocati dalle esplosioni. In cima alla scala c’è una porta aperta, che oscilla sul cardine. Percorre i gradini lentamente; improvvisamente, mentre avanza, tacciono gli ultimi strepiti. Oltre la porta, nel momento in cui si spalanca, intravede un’immensa stanza dagli alti muri azzurri; disteso sul grande tappeto verde, accanto alla finestra aperta, fra un armadio sventrato da una granata e un tavolo traballante, scorge un uomo dall’età indefinibile. Indossa una camicia bianca e spiegazzata, ha le maniche rimboccate, le mani immerse nell’inchiostro a scarabocchiare, su grandi fogli di cartone sparpagliati sul pavimento, esseri fiabeschi e deformi, orsi e civette, daini e formiche, rinoceronti e farfalle.
     Hermann si ferma sull’ultimo gradino, sconcertato.
     «Chi è lei?».
     L’uomo non sente la domanda di Hermann e continua a disegnare, imperturbabile. Per un attimo il soldato vorrebbe indietreggiare.
     «Chi è lei?» – ripete.
     «Mi chiamo Stefan Kris».
     «Da quando vive qui?».
     «Da quando mi hai visto».
     «Non si esce da Drohobycz».
     «Lo so».
     «Ho avuto l’ordine di vigilare».
     «Anch’io, ma prima di te.»
     Kris continua a disegnare, per qualche minuto, poi solleva la testa di scatto e fissa Hermann negli occhi, con tenerezza.
     «Io potrei salvarti, se vuoi».
     Hermann non dice nulla.
     «Potrei, se cominciassi a raccontarti una storia.»
     Hermann si volta dall’altra parte. Non ha voglia di ascoltare le parole dell’uomo. Il suo compito è vigilare, non ascoltare. Ma Kris, impassibile, continua:
     «Una parola risuona più delle altre, una parola stretta e cupa: buio. Io vivo con il mio buio. Vivo solo in questa stanza. Qualcosa non c’è più: un odore penetrante, a cui ero abituato fin dall’infanzia. Quell’odore ha smesso di esistere, non mi consolo. Ho cominciato a disegnare perché mi manca, comincio a parlare perché mi manca.
     È buio, non sento niente: non vedo, non trovo quello che cerco, non c’è nulla. Questa stanza è un punto nel deserto; l’aria soffoca e l’orizzonte acceca; per sopravvivere scrivo poco e piano, ma scrivo tutto, reale fino in fondo; chi leggerà le mie parole deve soffrire il gelo delle notti, l’arsura dei giorni; è imminente una bufera di sabbia, l’aria sospende ogni suono; il foglio si accartoccia, diventa rovente, la penna scricchiola sulla carta. La sabbia cresce, si accumula in piramidi che vacillano, con un crepitìo sordo. Il calore viene su dal suolo, con un sibilo. Il sibilo diventa fruscìo, sussurro, suono, grido acuto. La carta si copre di parole, oscurate da granelli vorticosi. All’improvviso scoppia la tempesta, che sprofonda il deserto in una foschia sempre più spessa. Le raffiche soffiano una dopo l’altra, sferzano le dita, interminabili.
     Poi la tormenta finisce. Qualcosa scricchiola, si sentono colpi sordi dalle rocce vicine. L’acqua è scomparsa. Parlo a voce alta, la voce rimbomba dai crepacci di una sconfinata, polverosa distesa nera, senza odori e senza pietre, che non luccica a nessuna luna. Continuo a restare qui, nell’oscuro, inafferrabile elemento, nell’aria che si scompone e germina parole, secoli riappaiono fra i secoli, uccelli impazienti cercano, con grida acute, la schiuma che non vedono, su cui vorrebbero volare. Ma non ci sono più onde – solo dune deserte, solenni, sabbiose, gole svuotate, crepacci disseccati, senza l’incontenibile splendore dell’acqua che si solleva e, bianca, si increspa nel buio. Qui vivo solo. Vivo solo con la mia ombra. Forse, prima che Drohobycz fosse assediata, qualcuno esisteva. Adesso non esiste nessuno. L’aria non si muove più. L’acqua è sparita.
     E, nel buio, fantastico i dirupi che una volta le onde sommergevano. Non le vedo più alzarsi, non le sento più infrangersi. I fiumi sono spariti in una colonna di sabbia. Attorno a me crepacci, monoliti, grotte enormi, pozzi vuoti, e l’aria ferma nella stanza, i disegni che si sparpagliano e raccontano di un’acqua che non scroscerà più. Chiuso nella mia stanza, dove niente tornerà simile a prima, evoco il liquido inebriante con parole che ho smesso di capire, che non restituiscono alle dita il suo felice zampillare. È l’anno e il giorno dell’oscurità, prima che cominci il respiro. Il mondo è sprofondato nel buio, come allora, ma non ci sono balenii di schiuma, nulla. Tutti i miti sono scomparsi, sono pietre sgretolate. E niente può ridarmi quel suono, quell’odore, quella luce che, nel buio, adesso, non esiste più. Nere paludi, sonni interminabili, cieli come vapori che vengono da lontano, labirinti sotterrati nelle foreste.. La massa nera e scomposta della terra – un atlante da voltare, da percorrere, da strappare.
     Ma io cerco Drohobycz. Là c’erano cortili umidi, pasticcerie, tavolini bianchi. Passavano donne vere, profumate.  Almeno potessi, adesso, vedere lune che escono da alberi di pece, da brume, da rami nebbiosi. Invece, nulla. Questo tempo è oscuro. Non vedo esseri umani. Quasi non vedo più l’aria. Pellicole srotolate sui marciapiedi, strisce nere calpestate e spazzate via, da cui sono stati raschiati volti e paesaggi: ecco l’ultima immagine. L’acqua è sparita. Tutto è piombato nel vuoto, una cosa densa mi avvolge, mi sento immerso nel mio inchiostro, avviluppato in un tappeto, semivivo, a sognare dentro una mappa di mari, mentre la tappezzeria trema, si scolla, da quel piccolo pezzo di stoffa scappa un piccolo pesce, non è più pesce ma uccello, mite uccello che cinguetta nella stanza, volteggia, cerca aria nuova. Ma l’acqua non c’è, non scroscia più sugli scogli. Non c’è quel mondo liquido, fluente, inarrestabile, travolgente, con le correnti che levigano le rocce verdi di alghe, i coralli rossi, l’oro soffocato in fondo alla sabbia con i galeoni affondati, i remi rotti dai colpi di pinna degli squali. C’è solo sabbia. C’è solo l’ingiustiziia irrimediabile che gli abitanti di Drohobycz hanno sofferto da quando un giorno, per chissà quale sventura, hanno perso l’acqua dentro i loro corpi vivi…».
     Hermann gira lentamente la testa. Kris smette di parlare. Dalla cima della scala il soldato guarda in fondo, oltre il portone spalancato: una striscia di luce lunare taglia il marciapiede deserto.

 

***

 

Drohobycz, 2 agosto 1937

Caro Andrzej,
     nella tua ultima lettera mi dici di ricordare molti miei vecchi racconti. Pensa che io li ho totalmente dimenticati. Mi stai parlando di cose per me fantastiche e nuove. La memoria inventa e trasforma sempre. O ce n’è troppa o troppo poca: nessuna misura. Ma il tema mi tormenta. Ho letto e riletto libri, saggi, trattati. Parlano di stanze della memoria, di luoghi che evocano il ricordo. Ma quanta ingenuità pensare che il ricordo sia la copia sbiadita di quello che è accaduto, quando ogni ricordo è la cassa di risonanza della memoria e della fantasia, che si mescolano insieme come i pigmenti di uno stesso tessuto! E non sai mai se rievochi cose reali o se inventi cose immaginarie, se palpi la stoffa rossa di una sciarpa favolosa, che non hai mai visto, o se ricordi il velluto di un guanto quasi nero, che per anni ha fasciato le dita della tua amante. Non sai, non puoi sapere; ma, se scrivi, incominci a ricordare, a immaginare…
     Ho sempre pensato che la non-memoria o l’eccesso di memoria abbiano che fare con i limiti estremi dell’esperienza umana. Il Messia sa e ricorda tutto: con la stessa fermezza non sa e non ricorda niente. Proprio come chi scrive. Io stesso creo e distruggo frasi come se avessi, con le parole, quel potere illimitato che certi uomini presumono di avere sulla vita umana. Ma il mio potere è molto più forte: lotta contro la mortalità della vita, pensa che si possa risorgere anche dal proprio destino.
     Comunque, eccoti la Seconda notte: è nata in pochi minuti.

                                   Tuo Bruno

 

Seconda notte

    

A Hermann hanno ordinato di vegliare una casa, non di ascoltare storie. Di quelle frasi sull’acqua e sul buio non sa che farsene. Fisso sull’attenti, guarda il chiarore in fondo alla scala. Ma Kris insiste:
     «Accadde alla fine dell’ultimo viaggio. Come i saggi avevano previsto, Rabbi Nachman arrivò nella città in cui si era ripromesso di arrivare. Era vastissima, quasi deserta. Nachman fece il suo ingresso in silenzio. Qualcosa di indefinibile gli sfuggiva. Camminava, ma senza sentire il rumore dei suoi passi. Era mezzogiorno, ma nel cielo splendevano alcune stelle, e dal fondo del lastricato sembrava salire un fumo scuro. Un uomo vecchissimo lo fissò in silenzio e disse: “Allora è arrivato il mese dopo l’ultimo”. Nachman lo osservò e non seppe cosa rispondere.
     Nachman lo osservò e non seppe cosa rispondere.
     Una fontana cessò di zampillare e si disseccò in pochi secondi. Un cane abbaiò contro una porta. Una donna si rifugiò dentro un portone, atterrita. Un soldato si strappò gli stivali di cuoio e li gettò dentro un pozzo, disgustato.  Alcune ragazze girarono la testa dall’altra parte. Un uomo storse la bocca, un altro abbassò gli occhi. E la foresta, che era lontana, divenne improvvisamente vicina, a ridosso della città. Le mura si contrassero, alcuni terrazzi crollarono, un cancello si rovesciò e cadde.
     Rabbi Nachman guardava la terra oscurarsi sempre di più, mentre il cielo risplendeva a giorno. Avrebbe voluto dire qualcosa ma tacque. In realtà non avrebbe potuto dire nulla. Non era previsto che parlasse. Gli abitanti si rinchiusero nelle case o fuggirono o si limitarono a scrollare le spalle. Però alcuni individui erano inferociti. Qualcuno afferrò dei bastoni, con gli occhi iniettati di sangue, e minacciò Rabbi Nachman. “E sarebbero queste le persone che mi aspettavano!” – pensò.
     Avrebbe voluto essere lontano. D’un tratto sentì che la sua vita era in pericolo. Se avesse potuto correre lontano, molto lontano! Ma c’era troppo buio, troppi crepacci intorno. Quella città era un vero inferno.
     Una donna sui settant’anni si affacciò alla finestra, versò sul capo di Nachman un catino colmo d’acqua scura e gli disse: “Questo è il nostro sangue, vigliacco!”. Il vecchio che aveva incontrato prima sogghignò. “È il mese dopo l’ultimo”. Rabbi Nachman si allontanò in silenzio e uscì dalla città senza che nessuno lo seguisse. D’un tratto il sole prese a risplendere in modo naturale, senza che nessuna stella apparisse nel cielo, e gli ultimi suoni che vennero dalla città furono quelli di un normale risveglio».
     Hermann sente che la storia non è ancora terminata. Un senso di dolorosa curiosità lo afferra. Kris, imperturbabile, continua:
     «Dopo essersi allontanato, Rabbi Nachman arrivò al porto di Ebras. Circondato da una folla di donne e uomini dalla pelle scura, camminò liberamente, con un senso di sollievo. Nessuno lo riconobbe. Prese la via del molo e vide un vascello che giaceva nella rada: le corde pendevano dai pennoni e formavano, in alto, un nodo scorsoio.
     Nachman salì la passerella di legno e scomparve.
     Ma, il giorno dopo, nel porto di Ebras, ci fu chi giurò di aver sentito la presenza di Colui che doveva venire.
     “Quando è accaduto?” – disse uno.
     “Ieri, forse” – rispose un secondo.
     “E come puoi dirlo?” – chiese un terzo.
     “Un soffio! – esclamò un quarto – Ero in mezzo alla folla, non pensavo a niente, ma d’un tratto mi è sembrato di essere solo. Qualcuno mi è passato accanto e ho subito capito chi era”.
     Molti, a quelle parole, si inginocchiarono. Altri, stupefatti, chiusero gli occhi e pregarono. Altri cominciarono a descrivere l’evento con parabole.
     Da allora sono passati dei secoli, ma la folla che ancora riempie nei giorni di mercato il porto di Ebras si comporta in modo misterioso, come se partecipasse a un rituale. Una certa aria di complicità lega tutti i passanti di Ebras: camminando nelle stesse strade o negli stessi punti della piazza, si osservano tutti con rispetto e prudenza, si scambiano sorrisi segreti, accennano brevi inchini, conversano con voci sommesse. Ognuno sospetta – spera – che l’altro sia Colui che deve venire.
     E in certe mattine, sopra il porto, appare qualcosa come una strana, impalpabile polvere. E c’è chi, da quella polvere, trae segni sul passato e sul futuro. Chi dice che Lui è già passato, cavalcando un cavallo invisibile. Chi giura di averne visto il volto riflesso su un bacile d’argento. Chi racconta di avere udito, dalla voce di un mendicante, parole incomprensibili e affascinanti sulla volta del cielo. Chi, lo sguardo sospeso nel vuoto, ha ancora le mani aperte e ne soffia via una manciata di sabbia e giura di averne toccato, sia pure solo per un attimo, il viso. Chi si allontana senza dir nulla. Ricordo solo il nome di quest’ultimo: si chiamava Jarni».
     Hermann fissa il marciapiede, che traluce dal fondo della scala. Kris continua:
     «Jarni aveva un figlio e il suo nome era Joseph. Jarni voleva che Joseph partisse: ormai aveva più di vent’anni.  Riluttante, benché non ne capisse le ragioni, Joseph partì, pur ignorando la mèta. Non incontrò ostacoli nel suo viaggio. Tutto andò straordinariamente bene. Ma, quando il suo calesse si fermò a un crocicchio, l’uomo si voltò indietro e vide che non esisteva più nulla. Era tutta una palude. Non si poteva andare né avanti né indietro. Dovette passare la notte nel calesse. Sognò suo padre, che gli ingiungeva di tornare, di non andare più avanti, e c’era qualcosa di sacro, nella sua voce.
     L’indomani, Joseph decise di tornare. Non appena lo decise, la nebbia era sparita. Ripercorse la stessa strada. Vide alberi rinsecchiti, ossa di animali. Poco lontano, in un bosco, un uomo correva, trafelato, inseguito da un altro uomo.
     Quando tornò da suo padre, Joseph vide che tutto il paese era cambiato. Ora sembrava un cimitero. Il vecchio lo accolse con stupore.
     “Perché sei di nuovo qui? Non eri partito?”.
     “Ti ho sognato, padre, e sono tornato indietro”.
     “Sventurato! L’unico modo che avevi di salvarci era andare lontano di qui. Appena dopo il crocicchio, ti saresti incontrato con un uomo. Lui ti avrebbe insegnato cosa fare. Insieme, sareste stati la nostra salvezza. Ma ormai è tardi e tu ci hai traditi! Addio”.
     Joseph ripartì dalla sua casa senza riuscire a essere infelice per l’occasione perduta. Camminò per parecchie ore finché, al limitare di un bosco, incontrò un uomo. Si chiamava Kilas e gli descrisse lo straordinario paradiso che si celava oltre quegli alberi. Ne parlò a lungo, poi aggiunse: “Io sono solo un servo: ma, una volta all’anno, ho la facoltà di narrare una straordinaria bugia”. Kilas sparì all’orizzonte. Joseph, perplesso, si avvicinò lentamente al bosco di cui il servo gli aveva appena parlato».
     Hermann non si volta verso Kris, che però smette di parlare. Hermann sa di essere stato chiamato per un solo scopo: vegliare l’ultima casa di un villaggio bombardato. L’ordine non può essere frainteso. Neppure la presenza imprevedibile di Kris può cambiarlo. Vegliare quella casa di Drohobycz significa preservarla da un nuovo attacco.  L’uniforme abbottonata fino al collo, ben ritto sull’attenti, il soldato stringe con determinazione, gli occhi appena un po’ sbalorditi, il calcio del fucile.

 

***

4 pensieri su “Il mese dopo l’ultimo (II)”

  1. Grazie, Francesco.
    Cominciare a rivedere il mio libro qui, nella Dimora, è una forte emozione. “Lottare contro la mortalità della vita” è la vera chimera dell’artista. Ne sapeva qualcosa Elias Canetti, che a questo tema ha dedicato le sue pagine più intense.
    Marco

  2. anzitutto il mondo dopo (nel “mese dopo l’ultimo”):

    “Quando tornò da suo padre, Joseph vide che tutto il paese era cambiato. […]. “Perché sei di nuovo qui? Non eri partito?”. “Ti ho sognato, padre, e sono tornato indietro”.

    e a partire da questa risposta
    il figlio che ritorna nel lombo del padre (quell’indietro lo leggo non solo come luogo…) a generare
    come il sogno che muove le scritture,
    per una demiurgia (qui del “sognatore” che “cerca le parole giuste per raccontare”)
    che risponda non solo alla domanda “perché sei di nuovo qui”, ma appunto a quella domanda
    “a cui non ho voluto rispondere. La domanda era semplice: cosa significa il mondo per me. Ora posso risponderti.”

    E così come il padre ne il “trattato dei manichini” sostiene che “Noi aspiriamo alle delizie della creazione” anche se “Noi non teniamo -diceva- a opere di lungo respiro, a esseri fatti per vivere a lungo” e rivendica lo slancio creativo senza ambizione di eguagliare la perfezione del Demiurgo

    anche Kris delle sue notti come frammento dice

    “Che fare se non obbedire come un soldato” stare in ascolto, a raccolta di parole come la valva con le delizie microscopiche dell’acqua marina da filtrare, come“ conchiglia al suono del mare”.

    Ed è allora naturale per me associare a quest’uomo “dall’età indefinibile”
    “disteso sul grande tappeto verde”
    (tanto che questa posizione, che richiama moltissimo quella dei bambini quando disegnano in piena libertà, è da attribuire appunto alla ”età indefinibile” dell’uomo, più che alla devastazione intorno)
    dicevo, mi risulta naturale leggere nel soldato Jakob (a partire dal nome, che richiama il Jakub padre de “le botteghe color cannella”)
    un (il?) doppio, di Kris:

    così come Kris obbedisce alle parole, Jakob agli ordini (chiari, nella notte scura): ”perché il nemico non ritorni”
    un doppio non ancora del tutto composto (a sua volta un frammento?), dato che
    “Il suo compito è vigilare, non ascoltare.” (come fa invece Kris rispetto alle parole)

    D’altra parte se il soldato Jakob “vigila”, ci aspettiamo una vigilia (un Messia?)
    in quel “mese dopo l’ultimo”
    anche dopo che “Tutti i miti sono scomparsi”
    e “L’acqua è scomparsa” (“l’acqua è sparita” ripeti più avanti in una specie di anafora)

    ci auguriamo ossia (Messia :)) che la memoria demiurgica: “La memoria inventa e trasforma sempre”,
    continui ad essere, come è, nel suo fondo mitologica,
    non fosse altro per continuare a creare “una straordinaria bugia”, una “paccottiglia” di verità come fa il servo Kilas: (“Io sono solo un servo: ma, una volta all’anno, ho la facoltà di narrare una straordinaria bugia”).

    Aspetterò il seguito,

    complimenti intanto, d’obbligo, a Marco Ercolani, a Francesco Marotta per il post e a Giuseppe Zuccarino per la sua ottima introduzione critica, della quale mi ha colpita in particolare l’ acuta l’osservazione rispetto ai “brani scartati, che quindi, a rigore, potrebbero aiutarci a capire come non era il testo smarrito, piuttosto che com’era.”
    [In fondo può anche essere che quei “brani scartati”, come tanti frammenti :), siano un po’ come “quelle centinaia di scarti” (ne “i manichini”) nei quali rimangono i “cuori, la rapida magia delle (loro) mani” delle sartine, e “di cui avrebbero potuto cospargere l’intera città come di una fantastica, multicolore nevicata.” ]

    ciao!

  3. Grazie dell’attenzione, Margherita.

    “Scrivere per trovare il proprio racconto. Per legittimare la propria posizione nel mondo”, faccio dire al mio Schulz. Mi sembra ancora oggi una prescrizione necessaria.

    Le “centinaia di scarti” sono luci fluttuanti che ci indicano ancora il possibile/impossibile cammino.

    Un abbraccio. Marco

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