Per il decennale di RebStein, 12

Enzo Campi

vietato parlare al conducente

 

“Vietato parlare al conducente”.

Ogni volta che ripetevo quella frase era un po’ come ripetere me stesso e conclamarmi. La frase mi diceva, ribadiva l’importanza del sé che si diceva attraverso quelle determinate parole. Ma, in un certo senso, quelle parole sembravano anche fuggire per la propria strada, perché  mi conferivano, agli occhi degli altri, una sorta di levità, o meglio: nel conclamarmi mi sospendevano come in un limbo. Proprio per questo mi piaceva credere che quelle parole dovessero essere rincorse. Passai due anni della mia vita a rincorrere quelle parole che fuggivano per conto loro, che disegnavano nuove strade senza imboccarne nessuna.
Solo quando mi imposi di riuscire ad afferrarle cominciai a rendermi conto del potere che quelle parole potevano conferirmi. Fu così che quelle parole entrarono a far parte, per così dire, della mia struttura anatomica. Si innestarono tra una vertebra e l’altra, divennero parte del mio corpo, o almeno è così che ne parlavo con i pochi eletti con cui scambiavo qualche parola sulla mia arte.

“Vietato parlare al conducente”.

Quella frase se da un lato pietrificava l’interlocutore, dall’altro lato metteva in campo la certezza che io fossi una sorta di conduttore.
Pensate al paradosso: usavo quelle parole per togliere la parola agli interlocutori e, soprattutto, agli intervistatori. Usare la parola per togliere la parola non è cosa da tutti. Ero ben conscio di questo e non usavo mai un tono autoritario. Se lo avessi fatto mi sarei trasformato in un gretto professore che alza la voce per zittire gli alunni o in un politico pieno di sé che vuole avere ragione a tutti i costi. Mi limitavo alla semplice enunciazione, non disdegnando però di caratterizzarla con qualche sguardo o atteggiamento che potessero, di volta in volta, mettere in posa un finto disprezzo, uno scherno o semplicemente la voglia di stupire o di deludere l’interlocutore. Ma, a prescindere dagli atteggiamenti, l’effetto che quell’enunciazione produceva era quasi sempre lo stesso: un repentino spiazzamento.
Un giorno il cameriere di un bar, che aveva chiesto, timidamente, una delucidazione su un mio quadro,  sentendo quella frase affermò: “Picasso è dunque una guida?”
Io risposi semplicemente: “”.
Poi, dopo un’interminabile pausa psicologica resa ancora più intensa da uno sguardo tanto penetrante quanto indignato, aggiunsi: “cieca guida di ciechi”.
Fu così che quella prima frase, talvolta, cominciò ad essere seguita da una piccola e significante precisazione: “io sono una cieca guida di ciechi”.
A poco a poco queste due frasi divennero una sorta di carta d’identità, la mia firma, la marca che mi contraddistingueva. Difatti rifiutavo di pronunciare il mio nome in pubblico e lasciavo che fossero le due frasi a presentarmi per quello che ero o per quello che volevo far credere di essere. Non tutti, naturalmente, reagivano allo stesso modo. C’era chi mi accettava sentendosi quantomeno intrigato dalla particolarità di quelle frasi e chi invece mi rifiutava tacciandomi d’indeterminatezza. Altri invece risolvevano la cosa rimproverandomi una vena surrealista dovuta alle mie origini andaluse. Era difatti opinione comune che chiunque provenisse da quella terra dovesse possedere uno spirito, per così dire, libero e canterino, provocatorio e votato al non-sense.
In quel periodo ero  abbastanza solitario. Naturalmente la mia indole era diversa, ma sembrava che mi incupissi proprio per il fatto di essere considerato alla stregua di un folle che ripeteva sempre le stesse frasi.
Fu così che presi la decisione di aggiungere progressivamente qualche tassello. Decisi che ogni mese avrei aggiunto qualcosa a quelle due prime frasi che mi contraddistinguevano agli occhi degli altri. Ma non mi limitai solo a questo. Ogni volta che aggiungevo una parola mostravo all’interlocutore di turno un mio disegno.
Proprio ieri sera, per strada, una persona qualsiasi riconoscendomi apostrofò: “Maestro, buonasera. Lei mi scuserà, non volevo disturbarla, ma la voglia di scambiare due parole con lei supera la mia discrezione”.
Lo bloccai subito pronunciando le solite due frasi. Aprii la borsa e tirai fuori un disegno mostrandolo all’interlocutore.
Dopodiché  aggiunsi una sola parola: “dunque”.
L’uomo, che era assorto sul disegno, alzò lo sguardo scontrandosi con i miei occhi che lo scrutavano in quello che poteva sembrare un atteggiamento di sfida. Poi infilai il disegno nella borsa e, senza salutare, continuai per la mia strada.
Ogni volta che mi facevo portavoce di questa specie di dono sentivo il bisogno di tirare le somme su come andava modificandosi il rapporto con tutte quelle persone che pretendevano di comprendere e decodificare la mia arte. Per queste ragioni mi recavo a casa, mi chiudevo nel mio studio e cominciavo a scrivere.
Quella che segue è la trascrizione fedele di quello che scrissi quella sera dopo avere aggiunto il primo tassello, cioè dopo aver pronunciato: “dunque”.

La prima interrogazione consiste nel ricercare il senso di quel dunque. Che cos’è il dunque? Si potrebbe parlare di un incipit per una precisazione o di un semplice espediente per raccogliere le idee. Si potrebbe dire altresì che quel dunque crei come un limbo sospeso, il cui scopo sarebbe quello di intrigare o comunque di sollecitare un’attenzione particolare.
Ma noi tutti sappiamo, o crediamo di sapere, che la funzione di quel  dunque è quella di rimandare e di differire. Rimandare la costituzione di un immediato in cui vanificarsi e differire la risoluzione ad un imprecisato e indeterminato ulteriore. Che cos’è l’ulteriore? L’ulteriore è la protesi del dunque, ovvero la protesi di una sospensione. Se la protesi è un prolungamento del gesto, vuol dire che in quella sospensione vengono compiuti degli atti. In poche parole: c’è qualcosa che si muove. In quel dunque accade un transito. Tutto questo ci induce a pensare che, in tutti i nostri gesti, ci sia un percorso da compiere. Che cos’è il percorso? Il percorso è l’attraversamento di quella linea che produce senso. Abbiamo qui una possibile risposta alla nostra prima domanda: il dunque detta il senso, o comunque prepara l’accadere del senso. Ma qui scaturisce inevitabilmente un’altra domanda: il senso del dunque o il senso del nostro essere qui a filosofeggiare sul dunque? Questo per il momento non è ancora chiaro e, a dire il vero,  non rappresenta il punto nevralgico del nostro interesse. La cosa più importante è che l’enunciazione di una sola, semplice parola possa innestare il seme del dubbio, moltiplicare le interpretazioni o semplicemente fomentare la curiosità per quello che deve accadere. Del resto chiunque senta pronunciare questa parola si aspetta quantomeno un proseguimento, e il fatto che non accada nulla amplifica lo spiazzamento.

Il giorno successivo durante la mia solita passeggiata mattutina mi fermai al café ove era solito attardarsi Sabartés nella speranza di incontrarlo. Dopo circa un’ora d’attesa sopraggiunse invece Eluard. Lo invitai a sedersi  e gli spiegai che ero in attesa di Sabartés perché sentivo il bisogno di leggergli una cosa che avevo scritto il giorno precedente. Eluard si offrì di essere lui l’interlocutore di quello scritto e, visto il legame di amicizia e di complicità che mi legava a lui, accettai di buon grado. Così lessi all’amico la mia disquisizione sul dunque. Eluard rispose che il ragionamento non faceva una grinza. Però gli confessai che dopo aver fatto colazione, proprio prima di uscire avevo sentito il bisogno di mettere su carta alcune precisazioni. Durante la notte avevo fatto uno strano sogno che verteva su due sole parole: “autonomia e anatomia”. Le prime due frasi, quelle che mi caratterizzavano, erano oramai entrate a far parte della mia anatomia. Mi rappresentavano ponendomi come su un piedistallo. E quindi, in un certo senso, mi procuravano una certa autonomia. Ma dall’entrata in campo di quel fatidico dunque le cose erano come cambiate. Quel dunque sembrava mettere in discussione l’autonomia di quella che era una parte oramai consolidata della mia anatomia. Cominciava quindi ad insinuarsi in me la convinzione di aver commesso un errore nell’aggiungere un dunque alle frasi che mi caratterizzavano. Così avevo scritto dell’altro.

Devo qui parlare di un errore. L’errore cui mi riferisco è quello di aver lasciato il dunque in una sorta di genericità. Non essendo il dunque palpabile esso si presupporrebbe privo di corporeità. Risulterebbe quindi oltremodo utopistico parlare di una sua anatomia. Le frasi che pronuncio devono entrare a far parte della mia anatomia. Altrimenti non potrei sentirle mie. Per far sì che le frasi mi appartengano bisogna che tutti comprendano che fanno parte di me. Se questo messaggio non viene recepito tutta l’operazione decade e si dissolve in un nulla di fatto. Questa è la mia idea. Ed è forse proprio nell’idea che si può trovare la possibilità di una soluzione. Se il dunque rappresenta un’idea verrebbe spontaneo pensare ad una sua autonomia specifica. E questo suo  carattere indurrebbe i più coraggiosi ad osare una sorta di nominazione. Dare un nome proprio ad un’idea significherebbe conferirle una certa corporeità. Dalla corporeità all’anatomia il passo è breve nonché obbligato. Ma, mi chiedo, esisterà davvero qualcuno, così impavido, da pensare in tal senso?

Eluard, visibilmente affascinato dalla lettura, sorrise e cercò di rincuorarmi spiegandomi che, dal suo punto di vista, moltiplicare le accezioni non significava rivestire di genericità un concetto. Anzi, tutto questo donava un valore aggiunto al mio modo di pormi nei confronti degli altri. Perché, in fin dei conti, lasciavo che fossero proprio gli altri a scegliere la via più adatta per proseguire il transito. Ringraziai l’amico e mi diressi verso casa.
Passò circa un mese. Si trattava quindi di aggiungere un’altra parola. Dopo svariati ripensamenti, decisi di pronunciare semplicemente “ecco”. Neanche se fosse stato designato dal fato, non feci in tempo ad uscire di casa che un passante mi rivolse la parola. Decisi quindi di sperimentare subito la nuova aggiunta. Sputai in rapida successione le prime due frasi, quasi come se volessi liberarmene per poter giungere al succo. Tirai fuori un disegno, lo mostrai all’interlocutore ed esclamai: “dunque ecco”. L’uomo rimase interdetto. Non potei fare a meno di sorridere, ripresi il disegno e rientrai in casa con un’espressione visibilmente soddisfatta. Anche questa volta cominciai a scrivere.

Ecco. La seconda interrogazione verte sul problema dell’ecco. Che cos’è l’ecco? La cosa che salta subito agli occhi – e quindi, probabilmente, la meno veritiera – è che si tratti di un’affermazione. E si potrebbe proseguire sulla stessa falsariga pensando a un’affermazione della propria presenza. Ma non è tutto oro quel che luccica. Anzi, è vero esattamente il contrario: la pura luce è quella che non ostenta il suo lucore, vero o presunto che sia. L’auto-affermazione è un modo come un altro per sopperire ad una mancanza. Se il dunque prepara l’accadimento o ci fa sperare che accada qualcosa, quell’ecco – smentendo le aspettative – nel momento in cui scende in campo non produce il movimento dell’esserci, ma un esserci senza movimento. L’ecco non mostra nient’altro che se stesso. Non compie nessun movimento e non introduce nessun accadimento. La presenza non è ostentata, ma quasi occultata, o meglio ancora: pietrificata.

Ma anche questa volta non ero soddisfatto del mio pensiero. I concetti risultavano forzati e comunque non rispecchiavano in maniera esaustiva tutto quello che mi passava per la testa.
Il mattino successivo mi recai al solito caffè. Questa volta c’erano sia Sabartés che Eluard. Così lessi il mio ultimo parto letterario agli amici, ma non ci fu nessuna risposta perché entrambi convennero che il testo e i concetti che vi erano espressi non fossero completi. Sembrava quasi che io avessi sospeso volutamente il mio pensiero per ricaricarmi. Così Sabartés ordinò da bere e Eluard invitò tre giovani donne a sedersi al tavolo. Per tutto il resto della mattinata non si parlò più di conducenti, di ciechi, di dunque e di ecco. Pranzammo tutti insieme in una locanda poco distante e nel pomeriggio una delle donne, Eloise, fece di tutto per farsi invitare nel mio studio, l’ormai mitico Bateau-Lavoir. Fu così che, tra un bicchiere e l’altro, le spiegai i rovelli del mio ultimo periodo di vita e la costrinsi a leggere tutto quello che avevo scritto. Poi le chiesi di posare per me. Eloise sembrava non aspettasse altro e nel giro di pochi secondi era già nuda e in posa sul letto a baldacchino. Eloise pronunciò una semplice frase: “ecco sono pronta”. Fu allora che compresi tutto. Le chiesi di rivestirsi e di lasciarmi solo perché sentivo il bisogno di scrivere. La donna, sebbene a malincuore, assecondò la mia richiesta.
Il giorno successivo nel solito caffè non c’erano né Sabartés né Eluard. Presi posto nel tavolo più appartato e ordinai da bere. Dopo qualche minuto sopraggiunse Eloise che mi  confessò di aver chiesto a Sabartés e Eluard di lasciare il caffè perché quella mattina voleva essere lei la sola interlocutrice di Picasso.
Eloise aveva intuito che io ero giunto a una risoluzione.
Non mi feci pregare, tirai fuori i fogli e cominciai a leggere.

Venire all’ecco o prevenire l’ecco? È questa la domanda che risuona nell’aria. Domanda inespressa, taciuta eppur presente. Presente e pesante. Pesante perché pensata e ri-pensata. Una domanda che si trasmette da sguardo a sguardo. Tra i due sguardi corre dunque una linea. Ecco sopravvenire un’altra domanda: “perché nella maggior parte delle opere pittoriche non ci sono linee di congiunzione e di trasmissione tra sguardo e sguardo? I personaggi non mettono in gioco la trasmissione di dati, sensazioni, sensibilità. Si abbandonano e sono abbandonati a se stessi. L’ecco è interdetto a priori, castrato. Si tratta dunque di far venire alla luce, di affermare quell’ecco. Se l’ecco è la linea che manca, ebbene quel “dunque ecco” può voler dire: ecco la linea, ecco il sensibile, ecco lo sguardo che viene e che si propaga. Quando fisso gli occhi dell’interlocutore e dico “dunque ecco” cerco il contatto tra due sguardi. Questo contatto, per la maggior parte dei casi, non avviene. L’interlocutore resta attonito e non riceve nessun dato sensibile. La vita è dunque simile alla pittura. Non c’è intercomunicazione, non c’è trasmissione. Gli sguardi sono ciechi e la pittura restituisce la cecità di uno sguardo impossibilitato a traspropriarsi. Il proprio resta patrimonio del sé, non transita, non viaggia. Siamo tutti immobili, pietrificati. Si è perso il gusto per il viaggio. E allora quell’ecco vuol dire anche: “ecco, sono pronto a viaggiare”. Ma non per fuggire. Casomai per trasmettere il proprio all’altro. Se sono giunto a questa conclusione lo devo a una donna di nome Eloise e a una semplice frase: “ecco, sono pronta”. Questa frase significa: “ecco, sono pronta a mettermi in gioco”. È questo il segreto: denudarsi, guardare l’altro, dichiararsi pronti e trasmettere un qualcosa. Era proprio questa la frase che mancava e sarà proprio questa la frase che concluderà la saga. Un semplice “sono pronto”.

Eloise mi baciò. Ci guardammo a lungo. Poi lasciammo il bar e ci avviammo verso il Bateau-Lavoir.

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