Quaderni delle Officine (XXI)

Quaderni delle Officine
XXI. Agosto 2011

quaderno part_ b_n

Giuseppe Zuccarino

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Blanchot, il neutro, il disastro (2011)
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6 pensieri riguardo “Quaderni delle Officine (XXI)”

  1. La parola che mi colpisce chiave ad una prima lettura è brusio
    con il suo fondo di suono come resto, radiazione base, il neutro del big bang iniziale della parola, della sua nascita e deflagrazione ma anche della sua implosione;
    nel saggio mirabilmente viene detto come ciò che
    resta da dire:«il disastro», «la rovina della
    parola, cedimento attraverso la scrittura, brusio che mormora: ciò che resta senza resto (il frammentario)»54, «Il frammento, in quanto frammenti[…]»

    Il brusio dunque come veglia (”insonnia”) di insofferenza, di necessità, di irritazione,
    una traccia come fosse quella rappresentata da un’onda cerebrale che testimonia la crisi epilettica della parola.

    Il brusio insomma come una specie di ombra cinese che contiene ciò che di ciò che di lì a poco si abbandona, si spegne (il silenzio è fortemente connesso o sotteso) e che per un po’ viene, anche se non precisamente, o indistintamente, illuminato se non ingigantito (ma sempre in modo obliquo).

    è un saggio davvero prezioso e complesso, contraddistinto dalla chiarità e accuratezza proprie di G.Zuccarino
    (perché se sono andata fuori tema o non ne ho preso che in microba parte o nessuna… beh è un colpo di mano :))

    un caro saluto e un grazie grande anche a F.Marotta.

  2. La “compagnia clandestina” della filosofia rende Blanchot un critico sempre sull’orlo della sua sparizione. Tra tutti gli autori che Giuseppe indaga da anni, da Foucault a Derrida, è forse Blanchot il “compagno segreto” che più gli si addice – l’uomo sempre malato che morrà ultranovantenne, l’uomo che sa celare/svelare intuizioni lampeggianti in testi spesso difficili da afferrare e definire. Il giudizio negativo di Italo Calvino sull’oscuro Blanchot riflette, a mio parere, una miopia tutta italiana e illuminista su un autore che è soprattutto un poeta della critica e della filosofia. Una domanda a Giuseppe: ma Blanchot ha mai scritto dei versi? Spero, credo, di no.

  3. “Poeta della critica e della filosofia” mi sembra una definizione oltremodo calzante, tanto della personalità che dell’opera.

    E sì, forse hai ragione anche riguardo al “compagno segreto”.

    fm

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