Tre dei quattro soli (I, 2)

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta
(Continua da qui)

 

Primo sole

Non aveva occhi. Aveva sonno. L’accozzaglia di mobili nella sala delle visite nobiliari, mobiliari per lui, perché si trattava di nobili che somigliavano soprattutto a dei mobili. La grande mescolanza nella salsa delle visite. Lo scranno robusto del potente contro la poltrona color formicaleone dell’usuraio. La panca girevole dello zoppo contro la poltrona a dondolo di colui che rifiuta la luce in tutti i modi, il vecchio scapolo che sperperò il ventre di sua madre, ventre e madre divenuti per colpa sua inutili. Il divano pompeiano di colui che vi attaccò le sue lacrime di libertino, più bizzarro che libertino, con la sua tonaca e il suo io civilizzato, contro il sofà delle alte presenze cadute dai loro capelli durante quel disaccordo tra tutte le cose. Come in sala da pranzo. Sì, come in sala da pranzo. Tutti contro tutti. Avvenne prima o avvenne dopo? Né prima né dopo. Per lui, né prima né dopo. Ma cos’era successo? Quello che era successo, senza prima né dopo, senza dopo né prima. Un fatto sempre al presente. E al presente il suo petto. E lui, al presente. E al presente tutte le cose in sé e per sé. Tutto, contemporaneamente fisso e mobile. Un andirivieni di immensità. La terra e l’aria nella mischia. Nella mischia della sala da pranzo e in quella della sala delle visite. Mobili pieni di cerimonie – non era un caso che si trovassero nella sala, nella salsa delle visite -, mobili apprezzati per la loro buona educazione, la loro cortesia, la loro amabilità, la loro raffinatezza quasi femminile, dimenticavano le belle maniere e si lanciavano peggio dei posseduti gli uni contro gli altri, a corpo morto, fantasmatici, senza peso; divani, tavoli, sedie attraversavano l’aria, fuori dal tempo, dalla realtà, senza tuttavia essere mai dei sogni, perché a stento toccavano la terra in preda al panico per il cataclisma che facevano rimbalzare con maggiore violenza tra detriti di armadi, paraventi di smalto che volavano come farfalle nere, mobili ad angolo, grosse lancette di pendoli a suoneria e di orologi il cui bilanciere veniva a sbattere contro il baule come un morto che resuscita e che chiede di essere tirato fuori dalla sua tomba.. e che… e che… e che il tempo non si fermi… Una pioggia bianca. Gli intonaci del soffitto della sala con il lucernaio. La luce equestre che cavalca sugli specchi. Bisogna afferrare gli occhi di tutti quelli che hanno occhi di vetro, strapparglieli, frantumarglieli, polverizzargli quello sguardo freddo, fisso, immobile, baluginante di fessure da tabacchiera nella battaglia delle armature, delle spade, delle mazze, delle lance, degli arpioni da abbordaggio in questo assalto di combattenti invisibili, in questo assalto in cui si vedono solo armi che si affrontano fodero contro fodero, lama contro lama, punta contro punta, mentre si avvicinano e si allontanano le mura che tra brandelli di tappezzerie scuotono i ritratti di famiglia come si scuotono le proprie pulci… protomedici, giureconsulti, vescovi, monaci, capitani… tanti personaggi che, mentre cadono e si frantumano le loro cornici dorate, saltano come belve da circo per mordersi e graffiarsi, accaniti nel difendere i loro titoli di proprietà, i loro testamenti, le loro eredità, tutto ciò che di generazione in generazione passava dai genitori ai figli, dai figli ai nipoti, e che ora è in frantumi, distrutto, triturato, inutile, per volontà di Colui-che-è-sempre-in-piedi, quello che rovescia intere montagne, alberi giganteschi e città – perché Lui e solamente Lui deve-essere-sempre-in-piedi – lui che durante il terremoto sopprime l’attrazione sessuale della terra che lascia cadere la peluria del suo splendido sesso in una pioggia di magneti. Quello-che-è-sempre-in-piedi, quello che ha fabbricato con del polline nero la lingua originaria. Vertebre, riflessi, glifi, ossame di lingue abbandonate. Di centinaia, migliaia di insetti dalle ali ruvide, che non sono insetti ma occhi chiusi, palpebre indurite dal sonno. Un arabesco di nuvole. Templi d’acqua preziosa. Il leopardo blu dagli artigli gialli, dai denti rossi e dagli occhi neri. Il leopardo blu contro le piccole zampe dei colombi bianchi, le piccole zampe rosa in forma di lancette da orologio artigliato. Ma l’attacco dei blu dopo la morte del cielo è stato fatto a tradimento e le colombe hanno perduto le piume bianche del loro candore nel silenzio amoroso delle cortine di fumo che avviluppano ogni cosa. Il caleidoscopio… No… No… Questo è solo un sottrarsi con il gioco alla violenza del trauma dei colori. E’ anticipare, precedere il tempo gioioso dei voli color caramello sul verde tiepido delle acque. E poi. Ben presto altri verdi, altri verdi ancora. Dei verdi prima e dei verdi dopo i caimani dalle ossa smeraldine, dei verdi prima e dei verdi dopo le pianure che corrono dietro i viola del cielo. Senza aspettarli. Una corsa inutile. I viola non cadono. I verdi non li raggiungono. Sempre più alberi. Meno nuvole. Gli alberi, mani e pugni verdi, colpiscono le nuvole. Non le lasciano dormire tra i loro rami. Finalmente il blu, l’alba. Il blu, figlio del verde e del rosso. Tacchini di selce che cercano di sfuggire alle tigri in corsa su torce di fuoco. L’alba. Il blu, figlio del verde e del rosso. Della folgore e del cielo. Delle braci e del bisso delle conchiglie. Della lumaca di giada nella bocca del coyote sporco di sangue. Al risveglio, egli non sarà là. Non resterà là. Lontano. Vicino. Ma per lui, il dormiente, lontano o vicino non esistono. Vicino… lontano… sono la stessa cosa… La vita. Sopravvivere. La vita calda, ardente, prescritta. Il mistero restituito. Vivere è restituire il mistero della vita. L’altro, quello della nostra morte, lo conserviamo, non lo restituiamo. Ci è stato dato intatto, assoluto, ed è proprio nostro. A chi denuda il fuoco resta la cenere. E a lui, il dormiente, il giorno. Denti di serpente d’acqua verde. Canicola di pietre calde. Vincoli e catene di luci tondeggianti. Il doppio fuoco, visibile e invisibile. Animali dal respiro di rugiada. Il sangue scorre. Inaccessibile. Scorre. Fugge. Mettere a nudo il sangue. Dai pori, sentirlo scorrere addormentato. Cielo che ha le alte nuvole per sensi. Gli alberi. L’acqua. Pendii verdi, gioiosi verdi. Un uccello. Un amplesso totale. Rapimento. Duecento voci in un trillo. Lui solo canta nell’oblio dei movimenti della terra. Un incontro che perdura. Sicuro, roccioso, melodioso. Sempre più alto. Perché il ripetersi di questo trillo? Perché percorrere le proprie coste? Seguire le rive delle coste governabili del suo corpo e sbarcare, ridesto, in se stesso, senza smettere di sognare? Sognare, avida consolazione. Perché sbarcare sui suoi fianchi palpitanti? Remare con le braccia, battere inutilmente l’acqua con le mani, tracciare cerchi che imprigioneranno con corde di cristallo colui che è ritornato a ciò che era? Non ha riportato molto dal suo viaggio. L’estate sotto i tizzoni. L’odore dei castagneti. Una collana a tre file: la prima di granelli bianchi, le lacrime versate dalla terra che partorisce mais, la seconda di semi rossi e la terza di semi neri. Ha riportato pure la dimensione dell’astro sommerso tra le grida della storia, delle costellazioni, delle rose, degli stami, delle piogge in miniatura, l’accettazione e la rinuncia, il trambusto, la scorza dei pianti e la possibilità del suo ritorno, del suo reimbarco. Ma aveva lasciato il suo corpo troppo a lungo solo. Non poteva ripetere l’impresa. La sua assenza è durata tutto il tempo di una navigazione di lune e di astri durante la quale si affidò più alla marea del sospetto che all’onda della sua respirazione, dei suoi palpiti, del suo essere che smetteva sempre di essere nel gioco magico della palla. E io ero quello. Al quale egli ritornava. Tutto andò perduto in un volo di pernice. Sì, io ero quello. Al quale egli ritornava. Tutto andò perduto in un volo di pernice: il calcare fluttuante, la mia maschera da battaglie, i fili dei monili di fumo del fuoco. E io ero quello. Al quale lui ritornava. Ma da dove ritornava e perché ritornava come chi entra, come chi esce? Ritornava alla sua SORTE. Come chi entra, come chi esce, affermazione e negazione del mio destino… Come chi entra, io ritornavo al mio essere, alla mia coscienza… Come chi esce, io ritornavo al mio non-essere, alla mia incoscienza. Ritornavo a entrambi… ma da dove… ma da dove… Piango. Non trovo le parole. Ho perduto la parola nella polvere della mia città in rovina. Non parlavo. Le mie dita parlavano un linguaggio d’argilla. Parole-idoli, parole-amuleti, parole-utensili, parole-giocattoli. Il mio primo linguaggio, di idoli, di amuleti, di vasellame, di giocattoli. Non accettare il vuoto. Rimpiazzare le cose distrutte, avvolto nella cordialità degli arabeschi delle aquile serpentarie. Creare degli idoli. Creare degli amuleti. Creare degli utensili. Creare dei giocattoli. Avere dita di copista esperto di figure d’argilla. Dopo questo, la pietra. Come spugna. Come luce addormentata. Ancora ieri essa era umida. Il mio respiro veloce la asciuga. Dei martelli di legno. Le mie dita parlano, i miei martelli di legno. Io sono creatore di cose che mancano. Senza di me, non esisterebbero. E’ per questo che sono creatore. Le faccio esistere. Le cifre della distruzione, spaventose. Nessuna importanza. Le mie dita parlano e parlano, ricreano degli idoli, degli amuleti, del vasellame, il mio primo linguaggio. Il sacro, il magico, l’utile. La sensazione oscura del sogno, la fragile speranza, l’alto minerale corrusco. D’argilla di sogno, il mio primo linguaggio. Miele e radici calde. Le mani. Articolare le frasi delle adorazioni, nessun suono, nessuna eco, nient’altro che la sostanza del sogno fatta argilla, modellabile, malleabile, umida, o le forme allucinanti dell’incantesimo, o le parole aggrappate ai sensi, vasi punteggiati di buchi, giare, pentole, vasche. Non parole ma oggetti parlati con le dita. Artigianato. Gioco. Calendari di animali e piante, di fiori e di corni, di ali e di spighe di mais. Slancio plastico. Il primo colore sull’argilla scura del sogno. Il verde. Preso in prestito a quale minerale, a quale lichene, a quali piume di uccelli? Non solo la forma ma il colore di ciò che dicono le dita. Idoli. Idoli di silenzio verde. Il silenzio e la sua parola. Espressione e colore. L’acqua. L’acqua separata dalla terra con un tocco. Invisibili, gli dèi invisibili. Il loro tocco, soltanto il loro tocco. Trasportare e camminare. Percorrere ciò che si crea, ciò che dicono le dita nell’argilla del sogno. Idoli-parole, amuleti-parole, vasellame-parole di terra impregnata della saliva degli dèi. Punto di straziante commiserazione. Altri incontri. Le lacrime non sono nate. Neanche il riso. Nient’altro che la parola-argilla. Non la parola parlata. La parola fatta. Modellata. Argilla. Argilla di sogno. Argilla scura parlata con le dita. Io creo e credo. Io creo perché credo e credo perché creo. Colui che crede, crea. Colui che crea, crede. Dita nell’argilla. Io creo con fede perché credo nell’argilla e creo con l’argilla. Il primo sole asciuga la terra, la creazione suprema, e lucida le acque al punto di trasformare i fiumi in specchi erranti e i laghi in specchi profondi. Creazione solare. Il primo sole. L’immagine nell’acqua. Le immagini della mia lingua nell’acqua. Il riflesso era creato. Trasparenza dell’aria. Del colore dell’aria. Ah! il mio linguaggio d’argilla, rudimentale. Immagini in precedenza oscure, fisse, ora riflesse. Il linguaggio del riflesso. Cristallo di roccia. Il primo sole figlio della lingua, della mia parola d’argilla nel riflesso. Non soltanto il doppio acquatico. L’immagine che si ripete in specchi di cristallo. Vasi, amuleti, idoli di argilla, ricreati nell’acqua o nelle superfici riflettenti dei cristalli. Un altro linguaggio. Un’altra lingua. Il primo sole rivestito di riflessi. Il nuovo linguaggio. Io lo parlo. Non più con le dita. Lo parlo con le palpebre. E’ occhi. Il nuovo linguaggio è palpito di occhi. Creare il fittizio, il riflesso, il movimento attraverso il battere delle ciglia. Trasferire il linguaggio delle forme solide dell’argilla e il canto dei ciottoli nelle parole-riflesse-nell’acqua, dai canti alle immagini fittizie. Un’altra bellezza. Un altro segno. Il linguaggio degli occhi. Inutile muovere le labbra. Pericoloso. Il primo sole, mutato in tigre, ha divorato i mostri che parlavano, che muovevano la bocca. Devo rinunciare, se non voglio essere divorato dal primo sole, alla parola come suono, come saliva, come lingua. Un altare di pietre dove sono deposte le mie prime creazioni d’argilla, l’espressione del mio pensiero prigioniero del reale, di ciò che è e rimane tra la notte e l’aria, prima del secondo istante della mia creazione nel riflesso che può non essere ed essere là o essere e non essere là. Avendo attraversato la frontiera del reale delle mie prime creazioni, parole d’argilla sacre, magiche, utili, avendo superato i limiti del mio parlare riflesso, ripetuto, ricreato in immagini dalle superfici riflettenti, non mi spingerò più lontano, a meno che, grazie a questa zampa di coniglio o a questa radice di papavero, io non tracci con l’aiuto di bava di molluschi e di succhi vegetali ciò che vedo di nuovo ordinato, passato il cataclisma che distrusse la mia casa.

2 pensieri riguardo “Tre dei quattro soli (I, 2)”

  1. Admirable est la spirale furieuse, rutilante et si audacieusement humaine qui recommence ici, dans ces temps si troubles, la création du monde et de sa parole grâce à l’indissociable divin duo de scribes Asturias-Marotta. (Yves Bergeret)

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