Tracce (2)

S’infittisce la presenza della poesia e più in generale della scrittura di Paul Celan nell’opera di diversi autori italiani di questi anni; mi è gradito, per esempio, accennare ai seguenti versi:

Lenz non aveva visto più nessuno.
Qualcuno lo aveva abbandonato.

Fuori ci si spartisce il secolo
e con mute furibonde scavalcheremo
l’anno, ognuno dalla sua parte
ognuno con il suo pezzo di bene nella bocca.

“Fuori fa freddo ed è gennaio”

e tutti ci cerchiamo con le mani
come ciechi, come assassini.

Da lì non avremo più il coraggio
di uccidere nessuno.

Si fanno larghe le pozze tra la neve
come i perdoni tra le impronte

è un testo di Stefano Raimondi che si può leggere in Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, Milano 2017, pagina 78) e che, facendo riferimento al Lenz di Georg Büchner (Den 20. Jänner ging Lenz durchs Gebirg recita l’incipit della novella) conduce, per trasparente allusione, a Paul Celan e al suo discorso di Darmstadt allorché gli fu conferito il Büchner Preis; quel discorso, intitolato Der Meridian, è giustamente venuto a costituire anche in Italia una ragione imprescindibile di riflessione non solo sulla scrittura celaniana, ma sulla scrittura tout court. Stefano Raimondi sottolinea, nelle note al suo componimento, la valenza della data del 20 gennaio quale cifra celaniana della poesia.
Ed ecco che la pubblicazione più recente delle edizioni Prova d’Artista della Galerie Bordas di Venezia (Tu sai cosa sono le pietre…) è dedicata proprio a Paul Celan e alla sua corrispondenza con Erich Einhorn, amico di gioventù conosciuto e frequentato a Czernowitz; i testi delle missive che i due si scambiarono sono stampati su carte differenti (quelli di Celan su carta goffrata bianca A4, quelli di Einhorn su carta vergata crema A4; la nota di presentazione di Anna Ruchat e il testo conclusivo di Domenico Brancale su un opuscolo di 8 pagine A4 in grigio perla – segnalo questo bell’articolo pubblicato su Le nature indivisibili) e protetti in un astuccio cartonato sul quale è riportato il testo autografo dei primi tre versi (prima stesura) della poesia Zuversicht (fiducia): «Sarà ancora un occhio, / es wird noch ein Auge sein, / un occhio straniero, accanto al nostro: / ein fremdes, neben dem unsern: / muto sotto la palpebra di pietra / stumm unter steinernem Lid».
La pubblicazione reca la dedica «a Michele Ranchetti che prima di noi conosceva le pietre»; ricordo qui che Ranchetti, in collaborazione con Jutta Leskien, traduce le poesie inedite di Paul Celan contribuendo a far crescere l’interesse per il poeta di lingua tedesca in Italia: Conseguito silenzio esce nel 1988 presso Einaudi, segue poi nel 2001 Sotto il tiro dei presagi. Poesie inedite 1948-1969 sempre da Einaudi, quindi viene pubblicato nel 2003 da Quodlibet Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970 (volume quest’ultimo che raccoglie la corrispondenza tra Celan e Ilana Shmueli e le ultime poesie inviate dal poeta all’amica d’infanzia). Ma c’è, ovviamente, un motivo più profondo per questa dedica la quale ribadisce il legame dei curatori con la personalità e l’opera di Michele Ranchetti ed è commosso omaggio alla memoria di un intellettuale, studioso e poeta il cui lascito nutre ancora nel profondo la migliore cultura europea di questi anni.
Anna Ruchat ha tradotto con attentissima passione le lettere tra Celan e Einhorn (la prima è del 1944, le successive 15 coprono gli anni tra il 1961 e il 1967), cui ha aggiunto un nutrito apparato di note che molto bene racconta (e non uso a caso tale termine) i rapporti e gli interessi comuni, le attese e i progetti dei due corrispondenti e che ruotano sia attorno a ricordi comuni e alle rispettive famiglie e agli amici dell’uno e dell’altro, sia attorno a questioni riguardanti autori russi e la lingua russa stessa; da parte mia faccio notare, a titolo di esempio, che le traduzioni da Mandel’štam, pur nel loro indiscusso rigore linguistico e filologico, sono testi celaniani a tutti gli effetti per forza poetica e immaginativa, per comunità di temi e di tensione intellettuale, per partecipazione emotiva e chiarezza di visione – non a caso Die Niemandsrose si pone intera sotto la stella di Mandel’štam fin dalla dedica (dem Andenken Ossip Mandelstamms).

Due inchiostri di Sophie Ko magnificamente s’uniscono a dire le febbrili vibrazioni di silenzio e di parola che percorrono la corrispondenza tra Celan e Einhorn, tra un passato che si riverbera, buio-e-luce, sul presente e prefigura un futuro che tornerà a separare i due.

In chiusura di Tu sai cosa sono le pietre Domenico Brancale scrive:

«Una questione di date

ricorda la data che non conosci

Oggi ho esattamente l’età che aveva Paul Celan una sera di novembre del 1964. Ho quarantaquattro anni. Ho tutto il passato davanti a me. Ogni parola cerca di aprirsi un varco nel muro del nostro tempo. Attraversarlo. Ma fino a che punto? Fino a che punto siamo capaci di lasciarci alle spalle il presente? Forse scrivere per me è solo un modo per rispondere a un’altra voce, per ritrovarmi più vicino alla mano innocente che sa farsi dono.

[…] Ognuno di noi porta con sé delle date che in qualche modo ritornano nella sua vita. Queste date hanno il peso del destino, si sovrappongono e ne accolgono altre, diventano soglia, lasciano che lo spazio e il tempo si fondano in una sola cosa. Ed è in questo mormorio di date che le coincidenze assumono un rilievo inaudito.

In un passo del Meridiano, il discorso che tenne a Darmstadt, nel 1960, davanti alla platea per l’assegnazione del Premio Büchner, Paul Celan pronunciò alcune frasi che avrebbero rivelato l’importanza di certe date. Le pronunciò nel segno del dubbio che s’impone: «Forse si può dire che in ogni poesia rimane inscritto il suo “20 gennaio”? Forse il nuovo, nelle poesie che si scrivono oggi, è proprio questo: che vi si tenta nel modo più chiaro di serbare memoria di quelle date?
Ma non è forse da queste date che noi deduciamo la nostra sorte? E a quali date la votiamo?
Ma la poesia parla, vivaddio! Essa non smarrisce il senso delle proprie date, eppure – parla. Certo, essa parla, sempre e soltanto, rigorosamente in prima persona».

Il 20 gennaio è il giorno in cui si mise in cammino il poeta Reinhold Lenz nell’opera omonima di Büchner. Il 20 gennaio è il giorno in cui fu decisa la “soluzione finale”, la Endlösung della questione ebraica, sul lago Wannsee a Berlino, nel 1942. Il 20 ritorna anche in quell’aprile del 1970 in cui probabilmente Paul Celan decise di togliersi la voce tuffandosi nella Senna dal Pont Mirabeau (il luogo l’aveva annunciato otto anni prima nella poesia E con il libro di Tarussa). E sempre il 20 aprile ritorna nella data di nascita di quello che fu l’artefice dell’avvenimento più tragico della storia, Hitler. Il 20 domina il destino di Celan, il buco nero dal quale proviene ogni sua poesia, l’epigrafe incisa nel risvolto dei suoi versi.

In una conversazione in cui mi si chiedeva quale fosse il mio primo ricordo di una poesia, non sapendo ritrovare nella memoria una poesia degna del ricordo, risposi che quel ricordo coincideva con una data, il giorno del terremoto in Irpinia che nel 1980 scosse la Campania e la Basilicata, la terra in cui sono cresciuto. Quella sera la terra tremò più volte, tremarono le case, tremarono gli uomini. Ricordo ogni istante sebbene avessi quattro anni. Quel giorno si è aperta in me una crepa da cui continua, ancora oggi, a sgorgare la poesia. Quel giorno era il 23 novembre. Il 23 novembre del 1920 è il giorno in cui venne alla luce, a Czernowitz, la voce di Paul Antschel, vero nome di Paul Celan. Il mio primo ricordo della poesia appartiene a Paul Celan. Il 23 novembre ritornerà sicuramente nella mia vita. A questa data è votata la mia sorte.

[…]

Le poesie sono tutte lettere, sono doni che implicano il destino. Il destino di una poesia lo incarna il destinatario. La data è la testimonianza di ciò che deve ancora venire.

[…]»

La poesia brancaliana è in un rapporto che chiamerei sororale con la pronuncia celaniana fin dalla propria alba: la pietra, la creta, l’osso, le antinomie lessicali che sono anche concettuali accomunano le due scritture; Domenico ha esplicitato più di una volta il legame che sente con Paul Celan e comune è l’idea di una poesia avvertita quale virata del respiro. Nelle fessurazioni della terra e della roccia, sulla pagina di silenzio della neve, nei magneti di senso e di ricordo che sono i nomi, nelle geografie dei luoghi (che si chiamino Venezia o Lucania o Parigi o Bucovina o Germania), nelle geografie del corpo (che abbiano nome polmone, sangue, osso, sperma, occhio, cranio), nelle date destinali, appunto, è dato leggere questa fraterna sororalità tra due scritture.

3 pensieri riguardo “Tracce (2)”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.