L’ascolto (II, 1-5)

Yves Bergeret

L’ÉCOUTE / L’ASCOLTO (2)

Les sons sans tri
I suoni non classificabili

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

(Leggi L’écoute/L’ascolto, 1)

*

1
La nebbia là in alto
La lingua del Grand Sorbier

Grandi scie di nuvole bianche si alzavano dalla valle della Romanche, molto profonda, a est. Ero da solo negli avvallamenti, boschetti irregolari di abeti, ciuffi rigogliosi di rododendri, lastre e massi di granito tra squarci di pascoli alpini; delle marmotte si davano da fare col loro cibo di graminacee, degli scoiattoli rosicchiavano semi da un ramo all’altro, dei rondoni gridavano per raccogliere qualcosa nel cielo, delle taccole gracchiavano vigorosamente l’una contro l’altra, dei piccoli gruppi di camosci vacillavano sulle pietre ed emettevano sommessamente dei flebili guaiti. Avevo undici anni e camminavo da solo su un sentiero indefinito tra gli avvallamenti. Due rane invisibili nei pressi di un piccolo stagno nettavano il loro spazio. Le scie di nuvole bianche avanzavano verso di me, verso gli animali e le forme vegetali, addensandosi. Camminavo spedito verso la cima. Giocavo con le nuvole. Volevo salire più velocemente di loro, almeno fino alla prima cresta. Le nuvole mi avrebbero superato prima che la raggiungessi. Ma continuavo a salire nella nebbia sempre più fitta e più fresca. Salendo percepivo soltanto la densità della luce; variava a seconda dello spessore della nebbia che il vento spingeva; e vedevo, a pochi metri da me, i blocchi di granito e quarzo dove il muschio umido cominciava a luccicare, umido, molto umido. Sentivo le gocce d’acqua cadere sotto le piccole sporgenze delle rocce. Continuavo a salire sui pendii piuttosto scoscesi del Grand Sorbier, senza alcun sentiero. La vegetazione scompariva. Nient’altro che roccia e detriti. Sapevo che il vuoto mi avrebbe fermato sulla cima, a circa duemilacinquecento metri, perché dall’altra parte un versante molto ripido precipita per duemila metri fino al grande torrente della Romanche. Avevo sicuramente superato i duemiladuecento o trecento metri di altitudine. Le grida delle marmotte, amplificate in modo strano dall’umida nebbia, risuonavano con forza, chiaramente più in basso di me, tra gli strati bianchi. Alla mia altezza potevo sentire solo il gracchiare tranquillo e potente di due o tre taccole. All’improvviso, un rombo moderato ma preoccupante si fece sentire proprio di fronte a me: era il vento, che mi colpì in pieno viso mentre assaliva la cresta risalendo a tutta forza il versante orientale dal fondo della valle: in mezzo alla nebbia avevo raggiunto la cima.

Non ero mai salito su quella montagna. L’avevo osservata molto nelle settimane precedenti. Quel giorno mi ero lasciato guidare unicamente dall’udito. Avevo prestato molta attenzione a quello che chiamo il “tappeto sonoro” del luogo o, a prescindere dai suoni dei suoi animali, a quella che viene definita la sua geofonia (su questo concetto si può leggere un articolo in inglese di sei ricercatori, tre kazaki di un dipartimento dell’UNESCO, due americani e un italiano, datato 20 dicembre 2021). Mi sentivo felice: la mia fanciullezza di giovane europeo si plasmava con le mie gambe che mi avevano portato fin lassù e col suono della montagna, una combinazione indistinguibile di massa minerale e di aria più o meno umida, aggrappata, incollata ad essa.

*

2
Ascolta il suono delle nuvole
Le risposte alle lave di Sicilia

Dodici anni fa avevo intenzione di spingermi in auto il più in alto possibile sui pendii dell’Etna, prima di proseguire a piedi fino al cratere un altro giorno. Il vulcano si innalza per più di tremila metri, proprio in riva al Mediterraneo. La sua cima si muove e rumoreggia e si ristruttura continuamente; a volte esplode, trema fragorosamente. Il conducente, un uomo colto provvisto di una raffinata e considerevole biblioteca, abitava nella grande città alle sue pendici, Catania. Purtroppo, al villaggio al termine della stradina, a milletrecento metri, nebbia. Non si vedeva niente. Usciamo dalla macchina. Il vento soffiava verso il mare. L’acustica dei luoghi era straordinaria. Dico al conducente: “ascolta il suono delle nuvole”. E’ rimasto decisamente sorpreso; ho capito dal suo sguardo che credeva mi stessi burlando di lui. “Sì, ascolta le loro modulazioni, qui un suono grave, là un rotolamento più leggero e felpato, qui appena un sibilo; e ascolta l’ondeggiamento laggiù, sopra di noi sulla destra, sicuramente nuvole che cozzano e rotolano le une sulle altre superando un ostacolo”. Infatti, si trattava di una cresta laterale della Valle del bove, quel crepaccio largo e molto profondo dove la lava in fusione cola dalla cima a ogni nuova eruzione.

Il conducente dell’auto era sbalordito da quello che dicevo. Non aveva mai prestato orecchio a quei suoni e, d’altronde, le nostre lingue di cittadini, tanto italiani che francesi, non hanno in verità né un lessico né alcuna consuetudine con questa geofonia. Attualmente. In un passato molto lontano, invece, si era in grado di percepire distintamente i messaggi e le intenzioni che Zeus, attraverso l’intenso fruscio delle querce a Dodona, faceva pervenire agli uomini e che delle sacerdotesse iniziate interpretavano per loro.

*

3
Geofonia del torrente
Il Buech sinfonico a Veynes

Mi distendo sui ciottoli asciutti del letto del torrente, vicinissimo alla veloce corrente delle acque. Nessun disagio, il peso del corpo si distribuisce su decine di ciottoli levigati, smussati, arrotondati dall’erosione delle piene e dei flussi. Il viso al cielo: passano degli uccelli, rondoni in stormi chiassosi, sparvieri con gridi leggeri, grifoni in altissimi voli plananti; di tanto in tanto delle nuvole, ancora più in alto. A uno o due metri dal mio corpo, il torrente diffonde un potentissimo, variabile, mobilissimo tumulto sonoro. Splendido, da un punto di vista estetico. Il flusso sonoro è costante, l’emissione di suoni si rinnova e si attenua senza tregua; gli eventi, ininterrottamente sinfonici, sono di una diversità e di una ricchezza veramente immense, ben al di là di ciò che il lessico e la sintassi europei attuali sono in grado di esprimere. Gli aggregati e gli altri ammassi del torrente sono di una complessità e di una sottigliezza da lasciare sbalorditi Scelsi, Xenakis e Ligeti. A intervalli irregolari, dei rumori sordi, notevolmente più gravi, si producono all’interno del flusso sonoro e svaniscono rapidamente: provengono da ciottoli abbastanza leggeri che la forza della corrente fa rotolare in un vortice contro una roccia più massiccia, comunque sommersa dall’acqua. L’acqua, il ciottolo e l’immobile roccia lottano tra loro, o meglio consuonano in un trio a bassa frequenza ma dalle molteplici voci, nel mezzo della ricchissima polifonia dell’insieme.

*

4
Risposta del legno agli «spiriti» 
I colpi, l’eco, giubilo a Koso Kindu

E’ il 2005. Io, i sei “posatori di segni” di Koyo, Toro nomu, animisti, senza scrittura, e alcuni Anziani, lasciamo il villaggio all’alba. Sul loro altopiano di arenaria interamente circondato da falesie, nel sud del Sahara, in questo sesto anno di dialogo creativo comune andiamo a posare, su dei tessuti di un metro per due, loro i segni grafici che inventano ed io i segni alfabetici di un aforisma, tutti segni per dire lo spirito dei luoghi, per onorarlo, salutarlo, trasmetterlo. I “posatori di segni” e qualche anziano sempre con noi hanno scelto Koso Kindu, praticamente al centro del loro esteso altopiano. Una lunga marcia per arrivare sul posto, tra piccole falesie, crepacci profondi, enormi blocchi di arenaria. E’ la breve stagione delle piogge, un periodo cruciale per i raccolti. Nella lingua Toro tégu, Koso Kindu significa “Granaio dei raccolti”. Al mio sguardo di europeo non appare nessun appezzamento coltivato, nessun terrazzamento di microcolture tra i blocchi di arenaria; e il “granaio” che mi indicano è in sostanza un ammasso di rocce, quelle più alte e quelle di piccole dimensioni sicuramente sovrapposte dalla mano dell’uomo. E’ all’ombra di questo ammasso che andiamo a creare i segni, cioè a suscitare e a riaffermare il reale nella sua esuberanza (rinvio a questo proposito al mio libro Il tratto che nomina: cfr. qui e qui). Per lo sguardo europeo, non c’è che il deserto, il vento che dissecca, la calura torrida, alcune scimmie che gironzolano in lontananza, e assolutamente nessuno oltre noi. “Yves, non allontanarti, sono proprio là, numerosi e pericolosi, a volte anche aggressivi. Chi? – Gli spiriti animisti, ascoltali!” Rimaniamo tutti in silenzio. Effettivamente, a una quindicina di metri da noi, brevi folate di vento caldo si abbattono contro una piccola falesia piena di crepe e anfratti: la falesia parla, e lo fa diffusamente. Non si tratta di tre o quattro spiriti, ma di una schiera audace. Chiedo di poter parlare di nuovo, e a voce alta. “Sì, vai”. Formulo una breve frase, con la quale l’eco gioca a lungo. I “posatori di segni” ne colgono il senso di saluto.

Solo allora possiamo cominciare a dipingere un saluto scritto e grafico agli spiriti del luogo.

Molte ore dopo, mentre il sole torrido finisce di asciugare l’acrilico sui tessuti, sento un rumore, assolutamente comune per un verso ma straordinario per un altro: si tratta di Hamidou Guindo, uno dei “posatori di segni”, che sta intagliando una sorta di ceppo di legno per ricavarne una figura di uccello; poi la ricopre con l’acrilico rimasto in un barattolo e, di nascosto, mi dona l’oggetto.

A Koyo, Hamidou è uno dei tre o quattro iniziati, come Alabouri, suo padre adottivo, che intagliano il legno, materiale estremamente raro nel deserto e sempre legato al corpo di un antenato o di uno spirito; aveva portato intenzionalmente nel suo zaino quel pezzo di legno. L’ha cosparso con un po’ di acrilico, il medium che avevo portato con me nella mia sacca, affinché tutti insieme dicessimo, celebrassimo, accrescessimo l’energia degli spiriti di Koso Kindu. Il rumore ritmato dell’intaglio dell’uccello di legno è stato l’apice del suono animista del luogo. Due sere dopo, al villaggio, Hamidou mi fa dono della piccola ascia con cui ha intagliato il legno, o meglio, che è stata lo strumento a percussione per esaltare la fertilità del luogo e del raccolto della parola e del pensiero del mondo.

*

5
I rumori non di fondo
Koyo in fermento durante il Canto

A Koyo, i Toro nomu, uno dei nove popoli dogon, ritengono che il reale appartenga alla parola. Da sei a otto Donne anziane, in gruppo, cantano-danzano di notte, in un rito coreografico periodico, la rifondazione del reale. Possono addirittura accrescere il reale cantando-danzando delle azioni recenti per mezzo di nuovi poemi ideati da loro; così è stato anche per la coraggiosa giornata di creazione vicino e insieme agli spiriti turbolenti di Koso Kindu.

Da europeo, sono sempre rimasto colpito dal fatto che le Donne non cantassero nel silenzio. Nella prassi europea, molti rumori parassitari disturbano il rito, bambini che giocano e si rincorrono con grandi grida, conversazioni e risate tra adulti, peraltro pienamente consapevoli dell’importanza fondamentale del rito. Nel pensiero animista, il rito nel silenzio totale sarebbe perlomeno equivoco; perché il rito si svolge in mezzo al brusio del continuum sonoro animista del mondo-parola e quindi della comunità dove vivono insieme antenati, esseri viventi e “spiriti”.

Allo stesso modo, una registrazione etnomusicologica animista nel silenzio di uno studio o del palco di una sala da concerto è come minimo una stranezza, se non una contraddizione. Il rito musicale cantato, o anche strumentale, è un centro sonoro in un ammasso ronzante del mondo, una densità sonora supplementare nella geofonia e nell’umanità attiva del luogo.

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