Tuffarsi nel mare del canto – di Giuseppe ZUCCARINO


(Lorenzo Costa il Vecchio, La nave Argo)

                   Tuffarsi nel mare del canto

     «Fin dalla fine del periodo miceneo si è diffusa la leggenda di un’isola misteriosa sulle cui rive i marinai perivano attirati dal canto degli uccelli. Si narrava che i naviganti che passavano lungo le sue coste si facessero riempire le orecchie di cera per non essere sviati e per non morire. Persino Orfeo il Musico non volle ascoltare nulla di quel canto continuo. Ulisse fu il primo a desiderare di udirlo. Prese la precauzione di farsi legare mani e piedi all’albero della propria nave. Solo Bute saltò». In questa storia, alcune cose ci sono note. Conosciamo le Sirene, uccelli dalle teste di donna, che attirano col loro canto melodioso chiunque le ascolti, inducendo i marinai ad avvicinarsi con le loro imbarcazioni alla riva. Le navi poi si infrangono contro gli scogli, mentre gli incauti naufraghi vengono presi e divorati dalle Sirene medesime. Come resistere alla suggestione delle loro voci? Celebre è l’espediente di Ulisse, un po’ meno il metodo adottato da Orfeo.  Questi, appena vede gli altri Argonauti alzarsi e allontanarsi dai remi, ricorre tempestivamente alla propria arte. Afferrata la cetra, comincia a colpirne col plettro le corde, secondo un ritmo risonante e rapido, che copre la voce delle sirene e ne annulla il magico effetto, anzi spinge i marinai della nave Argo a ritornare ai loro posti e a remare in cadenza. Ciò vale per la quasi totalità di essi, ma non per Bute che, seguendo un impulso irresistibile, si slancia in acqua per raggiungere le Sirene.
     A questa figura misconosciuta, smarritasi nei meandri del mito e nei versi delle Argonautiche di Apollonio Rodio, Pascal Quignard dedica il suo libro più recente, Boutès (Paris, Galilée, 2008). L’incontro del narratore francese con questo personaggio appare, a posteriori, quasi prevedibile, specie se si considera la duplice passione di Quignard per le letterature antiche e per la musica. Ai suoi occhi, infatti, Bute assurge a simbolo dell’attrazione fatale per il canto. Dal volumetto non ci si deve attendere, però, una narrazione distesa delle avventure toccate in sorte all’oscuro Argonauta. La forma di scrittura prediletta da Quignard è infatti quella delle brevi divagazioni, erudite o fantasiose, intorno ad un tema che, di momento in momento, viene trattato direttamente oppure evocato in maniera assai più obliqua.
     Egli ci ricorda comunque le poche notizie offerteci dai mitografi antichi riguardo a Bute, rivolgendo un’attenzione minuziosa ai dettagli dell’episodio, e persino all’etimologia delle parole o dei nomi propri.  Quando l’Argonauta ha compiuto il suo salto in mare e si avvia a nuoto verso l’isola, dove certamente le Sirene (in Apollonio sono tre: Leucosia, Ligia e Partenope) gli riserverebbero un funesto destino, interviene la dea Afrodite, che lo strappa alle onde e si unisce a lui in amore, generando poi un figlio, Erice. In ossequio all’antico poema, Quignard sembra dapprima contrapporre due tipi di musica: quella strumentale, rappresentata dalla cetra di Orfeo, e quella vocale, ossia «la potenza folgorante del canto animale», la fascinazione della voce sirenica. Ma ben presto diviene chiaro che sono in causa due diversi modi di esperire la musica: l’uno più controllato, l’altro più trascinante. Quest’ultimo coinvolge il corpo, spingendolo alla danza, oppure risveglia in noi la nostalgia di un passato originario: uno stato d’animo che, a giudizio dello scrittore francese, trova espressione suprema nelle opere di Schubert. Ma qualcosa di questa nostalgia riaffiora anche in certi compositori contemporanei, come Olivier Messiaen, che si pone all’ascolto del canto degli uccelli giudicandoli «i più grandi musicisti del pianeta», o Giacinto Scelsi, che aspira a raggiungere «il cuore del suono nel movimento dell’onda concentrica».
     I riferimenti che prevalgono sono però quelli al mondo antico, ad esempio a personaggi mitici come Leandro, che si tuffa nelle acque dell’Ellesponto per raggiungere sulla riva opposta l’amata Ero, il vecchio Egeo, che si getta in mare morendo perché suo figlio Teseo, nel ritornare in patria, ha dimenticato di issare sulla propria nave la vela bianca, o ancora Saffo che (secondo la leggenda), si uccide per disperazione amorosa lanciandosi da una rupe. Tuttavia oggetto delle riflessioni di Quignard possono anche essere delle immagini visive, due in particolare. L’una è quella dell’uomo itifallico dalla testa di uccello, che cade a terra vicino a un enorme bisonte sventrato: come si sarà compreso, si sta parlando del celebre dipinto preistorico che si trova nel pozzo della caverna di Lascaux. L’altra, assai più pertinente in relazione alla vicenda di Bute, è quella del tuffatore nudo raffigurato in una tomba di Paestum. Forse – ipotizza lo scrittore – si trattava di un pharmakos, ossia di un capro espiatorio, costretto a morire essendo gettato in mare da un promontorio. Restano però sorprendenti e inesplicate tanto la disinvolta eleganza del tuffo quanto, e ancor più, il fatto che la suggestiva immagine sia stata dipinta nella parte interna del sarcofago, così da essere offerta in visione non ai vivi bensì soltanto al morto.
     Il mito di Bute, del resto, è collegato in vari modi alle regioni meridionali d’Italia. Infatti, terminati gli amori divini, l’Argonauta viene ricondotto alla sua dimensione terrena da Afrodite, che lo fa piombare in mare presso il capo Lilibeo, in Sicilia. Giunto a terra, egli fonda la città di Marsala. Suo figlio Erice diverrà signore della regione che comprende l’omonimo monte, sulla cui vetta farà costruire un tempio dedicato ad Afrodite, quasi a voler lasciare un ricordo solenne delle proprie origini. Ma anche le Sirene non sono lontane, tanto è vero che una di esse, Partenope (come il suo stesso nome suggerisce) è legata a Napoli e al mare Tirreno. E non a caso nelle acque di Capri si trova lo Scoglio delle Sirene, mentre in quelle di Positano tre rocce sono dette le Sirenuse.
     Per Quignard, esiste uno stretto rapporto fra il mare, la dimensione acustica e il passato dell’uomo. «La musica rituffa il corpo nel contenitore sonoro in cui si muoveva. Sballotta e danza cercando di raggiungere la vecchia ritmica acquea delle onde. La musica attrae colui che l’ascolta nell’esistenza solitaria che precede la nascita, la respirazione, il grido, il soffio, la possibilità di parlare. È così che la musica s’immerge nell’esistenza originaria». Come si vede, lo scrittore francese, partendo da un mito, finisce a sua volta col proporne un altro, agevolmente riconoscibile come posteriore rispetto a quelli, novecenteschi, di Freud e Ferenczi.
     Nell’ultimo capitolo di Boutès, Quignard sviluppa l’idea che la musica ha a che fare con qualcuno – anzi, con una presenza femminile – che non c’è più. Al fine di mostrarlo, concede maggiore spazio alle memorie autobiografiche, che a tratti erano già affiorate. Accenna al fatto che il suo destino più prevedibile, viste le tradizioni familiari, sarebbe stato quello di diventare musicista. E in effetti per un breve periodo aveva svolto l’attività ereditaria di organista, pur essendo distratto da altri interessi, filosofici e letterari. Evoca quindi il ricordo di una donna a cui è stato legato, e non solo perché li accomunava la passione per la musica. L’epilogo di tale vicenda non si trova, però, in coda al volume, bensì in un brevissimo e malinconico capitolo precedente: «La musica comincia col mormorare all’orecchio di chi l’ama e che si avvicina al canto che lo avvolge, nel quale accetta di perdere la propria identità e il proprio linguaggio: Ricordate che un giorno, una volta, si è perduto ciò che si amava. Ricordate che un giorno avete perso tutto di tutto ciò che era amato. Ricordate che è infinitamente triste perdere ciò che si ama».

***

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6 pensieri riguardo “Tuffarsi nel mare del canto – di Giuseppe ZUCCARINO”

  1. Bellissimo il mito di Bute, e le variazioni rapsodiche che ne fa Quignard. Da sempre il mito delle Sirene genera un’eco straordinaria nell’uomo, e questo “racconto” genera altre suggestioni, dopo quelle di Kafka e di altri scrittori. Grazie a Giuseppe, per averci parlato di un libro che in italiano certamente non verrà mai tradotto, perché colpevole di eccessiva raffinatezza. Grazie a Francesco per avere ospitato queste note di lettura.
    ME

  2. Giuseppe è uno studioso e un traduttore di grandissima sensibilità e cultura, i cui libri meriterebbero ben altra visibilità che le pagine di un blog.

    Sarò oltremodo felice di presentare i suoi contributi ai lettori della “dimora”.

    fm

  3. Da qualche tempo il mito di Bute feconda parte della mia poetica e della mia pittura.
    La perspicacia del suo orecchio di apicoltore, che sente il canto delle sirene a dispetto dell’arpa di Orfeo, la solitudine del suo gesto, la giovanile curiosità…in una parola mi affascina la decisione del tuffo.
    C’è come la speranza che qualcosa di meraviglioso capiti nell’esistenza. Questo abbandonarsi ai flutti, al “desiderio” delle sirene.
    E di fatto, infine, Afrodite, che salva sempre coloro che sanno abbandonarsi.
    Bute è antropologicamente opposto ad Orfeo.
    Vicino ad Odisseo, ma quasi un Don Chisciotte capace di lanciarsi in mare senza poter sentire né vedere le sirene, al solo pensiero della loro vicinanza.
    Non indaga, non osserva, sente e si slancia.
    Grazie per la segnalazione del libro di Quignard.
    Una preziosa scoperta per me, la vostra dimora.

    P.s.: sul mio blog – http://www.fotolog.com/bute – non sempre aggiornato, c’è qualche traccia della ricerca su Bute assieme ad altre cose più o meno mature.

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