Identità e solitudine (II)

Gianmarco Pinciroli
(Continua da qui…)

La parola morte: J. Rodolfo Wilcock

     Quando si va a caccia della solitudine essenziale, e se ne rinviene il legame con l’atto di scrittura, s’incontra in fretta l’enigma, la parola dell’enigma più inquietante, la parola della morte. Nel Novecento la parola della morte ha trovato il suo interlocutore primo e più autorevole in Martin Heidegger, in Essere e tempo(12). Ma qui ora – lo chiariamo subito – si vorrebbe assumere piuttosto lateralmente il pensiero di questo inevitabile protagonista del pensiero dei tempi recenti, e sottolineare invece il fatto che non si tratterebbe in sé e per sé di fare nostro il tema della morte così come una vulgata heideggeriana diffusa ce l’ha tramandato, quanto di far emergere con cura il fatto che qui abbiamo a che fare con la parola morte. La parola che nomina la morte, naturalmente, non è la morte: il che non è abbastanza lapalissiano, in fin dei conti.

     Martin Heidegger, infatti, anche se di fatto non l’ha mai conosciuto, potrebbe in una geografia immaginaria incontrarsi (e incuriosirsi rispetto a quanto ha scritto) col poeta italoargentino J. Rodolfo Wilcock, che ha titolato La parola morte una delle sue raccolte di versi più note e più estreme sul piano della riuscita, sottolineando con tale titolo i limiti, per così dire nominalistici prima che poetici, del suo campo d’indagine. Il binomio con cui avevamo iniziato a riflettere (solitudine, scrittura) si è in tal modo complicato: l’essenza dello scrivere aveva incontrato subito l’essenza della solitudine, e l’essenza della solitudine, riflessa dalla scrittura, trova ora il suo apice di senso nel fatto che si deve morire, e che sono Io, sei Tu che deve morire, e che il dover morire trova nella parola che lo riguarda il senso, per quanto oscuro e provvisorio, della propria espressione; il binomio in oggetto, quindi, è ora diventato un trinomio (solitudine, scrittura, morte).

     Partiamo, nella conduzione dell’analisi, da una sintesi provvisoria, presente come titolo nella fortunata formula di un testo famoso del sociologo Norbert Elias: la solitudine del morente(13). Aggiungiamo però, affiancandola, alla formula di Elias quest’altra dicitura che nel suo testo non è prevista: l’inettitudine del morente. Infatti chi muore, e muore nella sua solitudine di morente, non serve al mondo dei fatti e dell’agire, né da esso è servito, diventa inutile al mondo: chi muore è fuori, è altro dall’operosità, e nella sua inoperosità reincontra quella stessa sospensione che avevamo già illustrato riguardo all’essenza della scrittura, come se il morente e lo scrivente intrattenessero davvero una qualche enigmatica (o soltanto imprevedibile) corrispondenza nel nome dell’assenza dell’agire, o nel nome di un agire inerte, a mezzo tra passività e attività, dato che scrivere è pur sempre un agire, e la morienza(14), il farsi del morente, è pur sempre un vivere.

     Così la solitudine del morente, vista da questa prospettiva, è in essenza una sospensione in cui non resta a significare, a fare senso(15) come ultima possibilità umana, altro che la parola, o la sua debolezza a fronte magari di una volontà decisa a parlare ma impedita dalle circostanze esterne a proferire, o la sua assenza desiderata intenzionalmente, o infine la sua assenza dipendente da una degenerazione funzionale a pensare, a parlare, a comunicare. La solitudine del morente è la solitudine di chi non può più ricorrere alla parola per comporre il proprio senso attivo sul mondo, o se lo può lo può soltanto in termini di definitività, di ultimità: poiché l’opera di chi scrive esige proprio questo, come se lo scrivente ogni volta che scrive si trovasse in analogia con chi è in punto di morte, ed esigesse questo per ogni elemento che costituisce l’intero dell’opera, per la più umile delle parole come per il più insignificante dei segni grafici o per quell’ordine del discorso (e non un altro) nel verso del poeta e nella frase del prosatore: quell’ordine, quel termine, quella virgola posta lì e non altrove: ultimità della parola dello scrivente, del morente, solitudine, infine, come ultima parola sulla Croce.

     Ecco, forse il grande locus communis medievale delle sette ultime parole del Cristo sulla Croce è la grande metafora sia dell’uomo che vive una vita alla incessante ricerca del suo senso, e si trova in punto di morte a renderne conto, sia dello scrittore che continua a scrivere alla ricerca angosciosa di un orizzonte che gli consenta di segnare il punto, esistenziale e grafico al tempo stesso, della fine della sua scrittura incessante, per poter vivere poi anche lui “come tutti gli altri”, trasferendo la possibilità di senso dalla pagina non più scritta alla vita finalmente vissuta fuori dalla pagina.

     In fin dei conti, la parola morte che cosa ci comunica? che cosa descrive? di che cosa è segno? Nemmeno la più astratta delle parole è così vuota, nemmeno la parola che indica il vuoto è vuota come la parola morte.

     Wilcock, allora, immagina che nell’ordine casuale e giusto di tutti i vocaboli del mondo sia mancata la parola morte, cosicché la “cosa” (la divinità?) che ce li aveva messi nell’universo affinché esso acquistasse senso uscendo dal caos, proprio lei, demiurgo distratto, se l’era dimenticata da qualche parte, cosicché “come le altre [parole] si perse nello spazio”(16). Con la mancanza della parola morte, dunque, nessuna parola, secondo Wilcock, è più in grado di reggere nella durata il peso della cosa che significa, anzi, di più, nella dispersione totale del senso, nessuna di esse può più radicarsi nella naturalità del significare, ognuna di esse può significare qualsiasi cosa le si presenti come richiedente la convenzione assoluta di un supporto fonico o grafico: è la catastrofe della torre di Babele, che fa della comunità di tutti gli uomini una somma di solitudini incomunicanti di popoli di cui, da lì in poi, verranno sottolineate soltanto le differenze reciprocamente escludentesi, mentre l’essenza della loro più intima comunanza si toglierà dalla vista e si rifugerà nell’implicitezza di un sapere che piano piano rivelerà la follia delle separazioni, il dolore inutile della lotta tra i saperi, la provvisorietà insostenibile di una comunicazione sempre minacciata nella sua permanenza di senso. Allora, la parola morte è la parola del divenire, sempre rinnovantesi, la parola di una mancanza essenziale, di un vuoto che non ha nome che non sia quello che ne riempie, in modo sempre temporaneo, la forma di terrore assunta nella molteplicità delle lingue uguali e diverse, ma tutte immemori dell’uguaglianza di fondo e arroccate nella difesa cieca delle differenze. La parola morte, come parola della mancanza essenziale, diventa così la mancanza della parola, della parola vera, il silenzio coatto, il balbettio insignificante: la parola morte è forse l’ultima parola della solitudine? o la prima, unica, monotona parola(17) dello scrittore alle prese col destino della propria identità in pericolo, delle proprie storie che raccontano sempre la stessa storia, dei propri versi che si arroccano attorno alle stesse spirali semantiche, più o meno ricche lessicalmente, ma tutte con l’indice puntato verso lo stesso vortice?

     La parola morte: formula in cui ciò che appare oscuro non è la morte, ma l’essere parola. Anche perché, come suggerisce Wilcock nell’ultimo testo(18) della raccolta, la parola morte si coniuga con tutto ciò che è cosa, poiché tutto è cosa della morte. Cosicché la riflessione non sta tanto sul fatto che tutto muore, quanto sul fatto che tutto sia nominabile come cosa che muore(19).

     Il nome della morte è il lavoro dello scrittore, non della morte. Se tutto muore, si vorrebbe dire cedendo al paradosso, lo si deve al fatto che tutto è nominabile(20), tutto, ovvero ogni cosa, ovvero ogni ente, ovvero la totalità dell’essere: tutto ha il nome di una cosa che muore, tutto aspetta che tu, parlante, che tu, scrivente, nomini il suo farsi potenziale, il suo atto destinale, secondo una retorica del dire che si vuole essenziale e non lo è affatto (Wilcock costruisce il suo testo con una sequenza voluta di luoghi comuni nominali collegati attraverso l’utilizzo della parola morte). Ritorna, insospettabile in questo contesto, il farsi della solitudine; affinché la parola significhi, è necessario che sia in grado di sospendere il mondo, di cancellare le abitudini, gli automatismi, i dogmi del senso comune che, paradosso mai abbastanza compreso, di comune ha soltanto l’efficacia di confermare le separazioni, i pregiudizi escludenti, le menzogne di tutte le ideologie. È necessario, insomma, che la parola impari a esercitare con forza la propria solitudine indexicale, che sappia indicare la cosa nascosta nell’ombra della cosa-così-com’è, e la sappia indicare così come dovrebbe essere.

     Il ruolo dei poeti, da Mallarmé in poi, è appunto questo: giocare la parola morte contro la parola morta, vincere la morte della parola con la parola morte, la parola solitaria che regge il Giusto nella misura in cui edifica inedite relazioni di senso, “purificando il linguaggio della tribù”. Tutta la poesia moderna si muove in questa direzione e chiede non di essere letta ma di essere vissuta, con un corto circuito “ir-razionale” (o meglio: che ubbidisce ad una ragione altra da quella del dominio) da cui la può salvare soltanto una coscienza di scrittura rigorosa e sempre progettualmente in attesa di tempi più idonei alla ricezione (una sorta di condanna all’utopia che isola la parola vera dalla felicità condivisa di una sua realizzazione nel presente). La parola morte è una parola del futuro, è come l’angelo di Klee che procede guardando alle spalle, nella speranza che egli incarna, la fioritura del proprio senso più autentico.

Nota sull’essenza

     Il passaggio definitivo è quello che cerca di chiudere il cerchio tra scrittura, solitudine, morte e identità. Gli elementi della riflessione sembrano esserci tutti, manca però il filo che li collega, dal momento che – come abbiamo visto – non può essere tale il tema della morte, essendo morte, come s’è visto, semplicemente una parola, la parola morte appunto, una parola speciale, certamente, ma una parola che si accompagna in fin dei conti a tutte le altre, segnate da un identico destino all’insignificanza, alla dispersione “nello spazio”, nel vuoto della mancanza di senso. Resta allora da prendere in considerazione ancora una volta il ruolo che gioca il termine essenza in questa catena irrelata, o relata parzialmente, o relata fino all’interruzione nell’uguale che riguarda tutti gli elementi dell’essere-parola e del non poterne uscire. S’è accennato all’essenza della solitudine, all’essenza della scrittura: l’essenzialità sembra qui declinare una sorta di continuo, di filo di collegamento tra termini per altri versi incomunicanti; la parola morte, dal canto suo, non potendo avere a che fare con la morte in sé, di cui non sappiamo nulla che non sia la parola stessa, rimanda ad una essenzialità comune a tutte le parole, quindi anche a se stessa, alla parola morte. Dunque, le essenze specifiche di ciò di cui andiamo cercando il senso, ovvero l’essenza della scrittura e della solitudine, riposano prima di tutto in se stesse in quanto essenze. La domanda preliminare quindi è: che cos’è qui l’essenza?

     Conviene allora chiarire la funzione di collegamento che il termine essenza svolge, in questo nostro preciso contesto, tra gli elementi di cui ci siamo occupati fino qui.

     Il carattere che determina tale funzione sembra valere come intelligibilità, ovvero essenza come capacità di comprensione o contenimento di senso offerta a ciò di cui l’essenza è tale, e questo l’essenza lo ottiene grazie alla sua permanenza nel mutamento, laddove per mutamento, in questo contesto, non s’intende tanto (o non solo, dal momento che esso risulta sempre implicito in qualsivoglia dimensione d’analisi) quello temporale, quanto piuttosto quello qualitativo.

     Infatti dal carattere della permanenza nel mutamento qualitativo consegue la natura particolare dell’essenza che qui ci interessa, quella di poter attraversare sempre, rendendoli trasparenti a se stessi, i referenti semantici in questione (scrittura, solitudine, identità, parola morte) restando essa peraltro uguale in se stessa (nella sua funzione legata all’intelligibilità) pur nel mutamento di colore, d’indirizzo, d’intensità: è anche, visto da un’altra prospettiva, il tema della possibilità a costituire l’identico nel diverso, ovvero a costituire l’essenza della cosa corrispondente, permanendo in qualità di potenziale d’esistenza nella scrittura, nell’identità, nella morienza, nella solitudine, ogni volta che se ne evochi la parola corrispondente.

     La possibilità, come si sa, è la modalità che distingue l’essenza dall’esistenza (sempre reale), e se la si collega al suo permanere identica nella diversità delle situazioni se ne ricava che ognuna delle situazioni stesse, delle cui essenzialità siamo alla ricerca, è garantita (in vista della sua intelligibilità) nel suo essere quello che è dal poter essere ciò che deve essere.

     L’uguaglianza in se stessa dell’essenza, in quanto possibilità d’esistenza nel senso appena illustrato, ovvero in quanto funtivo identico nel diverso manifestantesi, consente allora di passare, parlando come qui s’è fatto d’essenza della scrittura, anche alla solitudine essenziale, e poi alla parola morte (parola la cui essenza qualifica ciò che abbiamo chiamato morienza), e infine all’essenzialità identitaria. Nel passaggio l’essenza del ‘che’ di cui essa è tale si chiarisce, oppure si confonde, s’ispessisce, oppure si assottiglia, secondo la tenuta di responsabilità del parlante e dello scrivente, secondo l’ampiezza della possibilità di comunicazione che si apre, secondo la disponibilità a uscire dalla specie di cui ci si occupa fino ad abbracciare la generalità di cui quella specie è specie.

     Ognuna di queste situazioni può dunque essere ciò che è e può non esserlo affatto: l’inautentico può realizzarsi tanto quanto l’autenticità: la solitudine dello scrivente può essere del tutto apparente, l’identità può realizzare il Sé nell’Io e può non farlo, l’assunzione del fatto di dover morire può avvenire tanto quanto può essere tenuta a distanza come se dovessero morire sempre e soltanto gli altri. Il possibile, allora, in quanto cifra dell’essenziale, è l’uguale di ogni situazione della cui essenzialità si vada alla ricerca.

     La responsabilità e l’ampiezza della comunicazione istituiscono, ci sembra ancora, il piano etico dell’ordine del discorso qui accennato, mentre la generalità di riferimento descrive la valenza ontologica cui si affaccia il discorso stesso quando viene impostato con responsabilità e intenzione di comunicazione.

     Il cerchio quindi sembrerebbe chiudersi sullo stesso punto donde era partita l’indagine: il cerchio che parte dal punto di una domanda sulla solitudine, oppure da quello di una domanda sull’identità, oppure da quello di una domanda sulla scrittura, oppure, e infine, da quello di una domanda sulla parola morte. Il cerchio si chiude su quello stesso punto, ma arricchito dalla coscienza del passaggio, e dunque della relazione essenziale, attraverso tutti gli altri (infiniti) punti che ammettono, nel nome del possibile, dell’essenza, della sua intelligibilità, attraverso una analoga procedura definitoria una loro(solitudine, scrittura, identità, morte) inapparente, imprevedibile, intima appartenenza.

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Note

(12) L’indicazione del luogo teoretico da considerare è costituito da una somma di pagine tra le più profonde che siano mai state scritte sull’argomento nell’intera storia della modernità filosofica (ne dà testimonianza in tal senso almeno uno dei più importanti nomi del pensiero tardo novecentesco, Emmanuel Lévinas, autore a sua volta di importanti pagine sulla morte): Si legga dunque (al fine di oltrepassare la semplice vulgata): Parte prima, Sezione seconda, capitolo primo, pp. 289-324 (dell’edizione Longanesi, 1976) in Martin Heidegger, Sein und Zeit, 1927, trad. it. Martin Heidegger, Essere e tempo, Milano, Bocca, prima ediz. 1952.

(13) Norbert Elias, Ueber die Einsamkeit der Sterbenden in unseren Tagen, 1982, trad. it. Norbert Elias, La solitudine del morente, Bologna, il Mulino, 1985.

(14) Si vuole indicare con questo neologismo, formulato, grazie al suffisso –enza, sulla base di analoghi termini ben presenti nell’uso di tutte le lingue (uno per tutti: esistenza), l’attività del morire-nel tempo connaturata, dunque, al fatto stesso di essere vivi: se si vuole, il termine vale anche come un riferimento all’essere-per-la-morte di heideggeriana memoria (cfr. in M. Heidegger, op. cit. ad esempio: “Nell’essere-per-la-morte l’Esserci si rapporta a se stesso come a un poter-essere specificamente proprio.” p. 308; e più avanti: “Fin che questo essere-per-la-morte autentico non sarà stato illuminato e determinato ontologicamente, l’interpretazione esistenziale dell’essere-per-la-fine continuerà a restare incompleta.” p. 316; tra le due citazioni corre il passaggio dall’inautentico della quotidianità, del “Si muore”, all’autenticità della propria morte, assunta in termini di possibilità di dazione di senso), anche se il contesto concettuale di cui si tratta in questo lavoro va oltre quello in cui si muove la lezione heideggeriana.

(15) L’analisi di Elias è di natura eminentemente sociologica; la conclusione del suo lavoro cerca comunque di misurarsi col problema del senso, secondo una direzione diversa (e nondimeno assai stimolante) da quella presa in considerazione nel nostro lavoro: “Forse dovremmo parlare con più franchezza della morte, smettendo di considerarla un mistero. La morte non cela alcun mistero, non apre alcuna porta: è la fine di una creatura umana. Ciò che di essa sopravvive è quanto essa ha dato agli altri uomini e ciò sarà conservato nella loro memoria. L’etica dell’homo clausus, dell’uomo che si sente solo, decadrà rapidamente se cesseremo di rimuovere la morte accettandola invece come parte integrante della vita. Se l’umanità scompare, tutto ciò che gli uomini hanno fatto, tutto ciò per cui hanno combattuto, tutti i loro sistemi e credenze, umane e sovraumane, non avranno più senso.” Cfr. Ivi, p. 82.

(16) “[…]/miliardi di miliardi di altre terre,/finché ne apparve una come la nostra,/esattamente uguale, forse la stessa,/per un caso la cosa ci aveva messo/tutti i vocaboli, nell’ordine giusto,/però mancava la parola morte,/e come le altre si perse nello spazio.” Cfr. Rodolfo J. Wilcock, La parola morte, Torino, Einaudi, 1968, p. 9.

(17) Qualcosa del genere sembra pensare Wilcock, quando scrive: “Uomo schifoso meriti la tua/consapevolezza verbale del dolore;/non così le formiche, il porcospino./Uomo che parli meriti la tua/consapevolezza mnemonica della morte;/non così le galline, la testuggine.” Cfr. Ivi, p. 15.

(18) Cfr, Ivi, p. 41.

(19) Fino al paradosso illustrato da questi versi della penultima poesia della raccolta: “[…]/macino sottilissimo del linguaggio/globo di luce nel cui centro galleggia/l’indifferenza muta dell’homo sapiens,/decompressore freddo dove si gasifica/con tutte le altre la parola morte.” Cfr. Ivi, p. 29.

(20) “A, bi, ci, di, e, effe, gi,/vuol dire morte,/trasumanar significar per verba,/vuol dire morte”. Cfr. Ivi, p. 16.
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14 pensieri su “Identità e solitudine (II)”

  1. Vero. L’atto umano di parola, nel suo più alto grado di autocoscienza (dunque nel discorso poetico e in quello filosofico, purché non sia, quest’ultimo, minato dal tecnicismo o dall’ideologia), anela costantemente ad un impossibile ricongiungimento, ad un’impossibile ricomposizione con il, e nel, Verbo originario, primordiale, uno – il “verbo non pronunciante ancora e impronunciato”, come dice Eliot.
    Dante ricerca la sua lingua illustre cardinale aulica e curiale “Verbo spirante de celo”. L’idea è quella di redimere il linguaggio, di ricomporre il caos post-babelico, di pronunciare ancora una parola pura, aurorale, autentica.
    Proprio per questa prossimità alla morte, o meglio alla “morienza”, il poeta è solo di fronte alla pagina bianca, come il morituro di fronte alla sua lapide. Monumentum aere perennius – monumentum può essere anche, anzi per eccellenza è, il sepolcro. K., nel sogno kafkiano, vede un uomo che scolpisce la sua lapide.E Petrarca accorda il ticchettio della penna sulla pagina allo stillicidio assiduo degli istanti che precipitano verso l’ultimo orizzonte.

  2. Troppo filosoficamente tecnico per me l’articolo, di cui comunque non condivido la centralità CRUCIALE della “parola morte”: che ha una pluralità di valori, e non è il non-essere. Rispondendo al commento di Veronesi: l’idea di Dante non è tanto quella di redimere il linguaggio (anche se lo fa), quanto di usare la poesia per redimere l’umanità. La sua cattedrale ritmica è un luogo di fede, per la fede-salvezza. In essa vive qualcosa di quella “lingua pura”, o adamitica, di cui parlava Benjamin, inaccessibile a ciascuna delle lingue prese singolarmente ma solo alla totalità delle loro intenzioni reciprocamente complementari. “L’inteso” in ogni lingua è comunque la Morte, maiuscola perché in ogni lingua.
    Il discorso sul morente non si pone nemmeno a questo livello, non dico per Dante, ma nemmeno per Benjamin.
    Non condivido l’ossessione novecentesca per la solitudine e l’essere-per-la morte del Soggetto. Ne siamo ancora così condizionati, senza voler ammettere che tutti, soggetti-oggetto SERVIAMO, anche da morti, al grande gioco cosmico.

  3. Testo singolare, che non riesco proprio a leggere. L’autore pare continuamente impegnato a fissare premesse nella mia mente ma, come sopra una bacheca di sughero usurata, le puntine cedono e i fogli precedentemente fissati cascano a terra. Così il “fuoco” della frase corrente, il suo “ragionamento” deve reggersi sulle sole premesse immediate, le precedenti essendo uscite ormai dalla memoria operativa (limite delle 5 – 7 “scatole” per volta) agiscono soltanto come vaghe connotazioni. In testi come questo non so mai cos’è che capisco, se qualcosa capisco. Se mi concentro su una frase, la prendo davvero “sul serio”, ecco che mi sembra sbagliata, intuisco un’esagerazione. Per esempio:

    Se tutto muore, si vorrebbe dire cedendo al paradosso, lo si deve al fatto che tutto è nominabile

    Ovvio che no, mi dico, il perché tutto muore lo spiega meglio la storia naturale, si muore da parecchio prima che si incominciasse a “nominare”. E dunque non la vorrei mai dire una cazzata del genere. Ma qual’è il “paradosso” al quale non ho ceduto? Rewind.. ripartiamo da “Wilcock, allora, immagina..” ah ecco, forse non avevo dato abbastanza peso a quella favola delle parole perse nello spazio, rileggiamola “sì sì, va bene, .. oh ecco che rispunta Heidegger.. bon, ah! eh? ufff!!!!! ..”

    Non va, è inutile: “divergo” continuamente dal discorso dell’autore. Ciò che afferma per circostanziare non mi mantiene affatto entro il solco del suo procedere, che mi appare quindi arbitrario, mosso da motivi di cui vagamente intuisco una possibilità in qualche punto di vista ipersoggettivo e iperletterario. Dovrei forse aiutarmi con un diagramma, ma posso spendere una settimana per questa cosa? Vabbé dai, è per via formazioni troppo differenti, succede. Certo che se quest’esperienza si ripetesse con ogni testo che incontro davvero mi sparerei.

    Beh, che qualcuno mi regali un “abstract” di questo discorso, tanto per dimostrarmi che si poteva effettivamente capire.

    1. Eh sì, Elio, hai proprio ragione da vendere, il mondo è veramente “ancho y ajeno”, come recitava il titolo di un romanzo dimenticato dell’ancor più dimenticato Ciro Alegría. Non resta che armarsi di coraggio e denunciare tanto l’ampiezza che l’alienità (o l’alienitudine) – e il coraggio non è certo una dote che a te fa difetto, anzi. Forza, allora…

      fm

  4. Come avrai sospettato, no. Ma tu riusciresti a figurarti Francesco quali possano essere i prerequisiti per la comprensione di un simile testo? Forse una laurea in filosofia o letteratura (o esperienza equipollente)?
    Esplicitare il “target” dell’opera sarebbe di aiuto.

  5. Comunque forse dovrei spiegare che.. non vengo qui a fare il Sokal & Bricmont. So già che il dialogo sarà basato su forti differenze in quanto la mia formazione non è letteraria e probabilmente anche a livello filosofico vi sarà soltanto qualche area di sovrapposizione di competenze. Non pretendo quindi che tutto quanto viene presentato debba risultare alla mia portata. Anzi, incomprensioni autentiche come questa qui mi intrigano moltissimo. Per questo fornisco il mio feedback, senza la pretesa che esso valga qualcosa. Poi quel che viene viene. Riguardo al coraggio, mi pare che esso si limiti all’evenienza di fare “brutta figura”. Non spenderei tale termine per queste cose.

    1. Nessuno, qui, potrà mai fare “brutta figura” – per il semplice motivo che nessuno, qui, a cominciare da me, potrebbe mai avanzare la pretesa che ciò che si pubblica debba piacere a tutti.

      fm

      Comunque, fidati: il saggio di Pinciroli è un lavoro di assoluto valore “scientifico” – ed è, questo te lo anticipo, anche molto meno *oscuro* dei due che seguiranno nei prossimi giorni.

      Ti ho avvisato :)

      fm

      1. Certo che mi fido di te, Francesco. Però mi chiedo perché tu abbia usato il termine “scientifico”, seppure fra virgolette. Autorevole, profondo, filologicamente rigoroso, sono qualità sulle quali potrei convenire con fiducia, supponevo però che la materia stessa del saggio si sottraesse con disdegno alle pedanti oggettivazioni desacralizzanti della scienza. A me sembra che correlare gli spiriti profondi di tanti autori, intrecciare le parti più oscure di filosofia e letteratura, assomigli più che ad una scienza ad una sorta di teologia minore (minore perché si occupa di semidei – questi mortali imbalsamati dalla sopravvivenza nella cultura – piuttosto che di Dio).

  6. Elio, il target è prefigurato, volendo, dall’insieme di tag e categorie in cui l’articolo è inserito e che vengono indicati in calce al post.

    Si indagano, dal punto di vista estetico-filosofico, i temi dell’identità e della solitudine come coessenziali alla pratica scritturale – e lo si fa, testi alla mano, attraversando l’opera di autori come Kafka-Celan-Pessoa-Blanchot-Wilcock che, più di altri, con quei temi si sono lungamente confrontati nel corso della loro vita autoriale.

    Come vedi, ti ho fornito anche un abstract del saggio :)

    fm

    p.s.

    Target, abstract, tag, post: ma come caxxo sto parlando?

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