Cantiere orale

“Uomini di parola, uomini della parola, non possiamo ridurci ad accettare questo abbrutimento. Non lo può un poeta, artigiano della parola etica, bene comune che è di tutti e non appartiene a nessuno.”

Yves Bergeret

Cantiere orale

Oral chantier
(Sicile, novembre – décembre 2017)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

 

Semplice, chiaro: il più grande vulcano d’Europa, violento, nella piega tra i due continenti, l’Africa e l’Europa, nella piega tra i due versanti del Mediterraneo. In questa piega, l’isola sismica, segnata dalle invasioni, dalle irruzioni, da commerci generalmente pacifici, da qualche contatto amichevole. E’ la Sicilia, dove soggiorno parecchie volte all’anno da ventidue anni.

Ai piedi del vulcano, il porto di Catania, grande città totalmente distrutta dall’Etna e da un terremoto nel 1693. Un solido porto di commercio e di viaggiatori. Un lungo molo, una darsena principale. Sul molo che protegge dalle tempeste approda ogni tre settimane la nave Aquarius. Quattro associazioni umanitarie europee la noleggiano per soccorrere in alto mare al largo della Libia quelli che la guerra e la miseria costringono a spaventose ed eroiche traversate verso l’Europa che sognano. Tutti i giorni dei migranti vengono soccorsi poi trasbordati su altre barche che li conducono in Italia; ogni tre settimane l’Aquarius attracca direttamente sul molo per rifornirsi e sbarcare quelli che sono stati soccorsi proprio nei giorni precedenti. Tre squadre sulla nave dallo scafo arancione, quella dei marinai meccanici, quella dei marinai addetti ai salvataggi in mare, quella dei marinai volontari del pronto soccorso medico: tutti giovani eroi anch’essi, determinati, risoluti. Diversi gruppuscoli delle estreme destre europee li osteggiano apertamente.

Mi siedo spesso in questa parte del porto a un angolo del molo. È mezzogiorno, accanto a me tre giovani uomini, anch’essi seduti, parlano in francese. L’Aquarius è ormeggiata poco più lontano. Li saluto. Sì, sono marinai volontari del pronto soccorso; sì, cinquecento migranti dall’Africa orientale stanno per sbarcare ed essere accolti sulle banchine dalle associazioni siciliane. Ci scambiamo le nostre informazioni, che in effetti concordano anche nei minimi particolari.

Sono le diciassette, la notte scende sulla darsena; proprio dall’altra parte dello scalo raggiungo in una grande corderia vuota, utilizzata da un gruppo di artisti plastici siciliani, la compagnia di attori che lavora da tre mesi all’adattamento teatrale di Carena. Nell’agosto scorso avevo già lavorato con la regista e la maggior parte di essi alla prima fase dell’allestimento teatrale del mio lungo Poema in cinque atti. E’ così che fin dall’inizio ho concepito Carena. Un’Odissea contemporanea: dei giovani eroi quasi anonimi partono come migranti e, al prezzo di una sorta di inatteso viaggio iniziatico, tra ripetute prove estreme, portano su quest’isola alle porte di un’Europa inaridita una linfa umana, antropologica, culturale considerevole. I membri della compagnia sono tutti attori dilettanti, ma di alto livello, e tutti impegnati in una riflessione umana e sociale contemporanea: ci sono filosofi, una storica dell’arte, un architetto, uno psicoterapeuta, un assistente sociale, un astronomo, dei professori di arti plastiche, un fotografo, una costumista, un tecnico delle luci. Per essere rappresentato il testo originale di Carena viene ridotto, metafore tratte dal linguaggio orale entrano nel linguaggio gestuale, nei movimenti mimetici o coreografici del coro costantemente presente in scena, negli effetti luminosi e in quelli accessori; nel susseguirsi dei venti quadri dell’opera, ogni membro del coro diventa di volta in volta questo o quel protagonista; io sono in scena in due circostanze. La parola è di tutti e di ognuno e nessuno ha l’esclusiva di un personaggio, di un ruolo, di una formula verbale. Raggiungo la compagnia per le due ultime settimane di laboratorio teatrale e di prove.

C’è la luna piena quando a mezzanotte usciamo dalla vecchia corderia ghiacciata, ma credetemi, nessuno ha intenzione di rinunciare a causa delle sue correnti di aria gelida. Nel cielo esplodono i piccoli fuochi artificiali che festeggiano qualche anniversario, diverse vittorie sportive. Sappiamo perfettamente che certi mortaretti segnalano delle consegne fresche di cocaina. Dall’altro lato della grande darsena liscia e piatta, l’Aquarius prepara una nuova partenza. L’acqua è scura e uniforme. Acque dormienti degli annegati. O della pace. Specchio del cielo e degli scoppi effimeri dei razzi rumorosi. Darsena, vasta orchestra oscura dove scivolano le parole del grande dramma umano, quelle del coro così come quelle dei marinai dell’Aquarius, dei migranti scampati, degli attori di Carena. Ai piedi della massa indefinita e informe del vulcano, uccisore creatore.

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Questi migrati del Sahel, quelli che conosco meglio, ma anche quelli dell’Africa orientale, quelli del Medio Oriente, quelli del Bangladesh, che fuggono l’estrema miseria materiale e/o le guerre, portano la loro immensa energia, la loro volontà di ferro che gli ha permesso di superare ogni tipo di prova. Portano le radici profonde delle loro culture, delle loro lingue, della loro personale antropologia spesso animista, con un senso profondo del legame sociale o comunitario responsabile, con le loro innate capacità artistiche. Con, purtroppo, la rappresentazione completamente illusoria di un’Europa dove il denaro facile colerebbe a fiotti per tutti. Le settimane che seguono il salvataggio e lo sbarco sono più amare che piacevoli. Piacevoli grazie alla pace, alla benevolenza, alla prima accoglienza. Amare perché la constatazione che la ricchezza è ineguale e spesso inesistente, risulta cocente, molto cocente. Eccoli, i giovani migrati che non smettono mai di sperare.

Ora, se incontrano gli altri membri del coro di cui parlavo prima, se si uniscono a questo coro, succede che si imbattano anche, sull’isola, in un ben diverso mondo, impietoso e famelico. Quest’isola è la metafora perfetta di ciò che l’Europa ha saputo costruirsi come società, come linguaggio, come arte, come antropologia. Qui tutto si fa sentire con immediatezza, in una sintesi antropologica sorprendente. In Sicilia nascono e si formano alcuni dei più grandi scrittori italiani. Nascono e lottano degli spiriti aperti, indipendenti, resistenti, disponibili verso l’altro, capaci di percepirne la grandezza anche se l’altro è ridotto nella miseria più totale. A Catania conosco quelli che si sono uniti per portare in scena Carena. Nel centro più remoto dell’isola, e sto parlando di Piazza Armerina, conosco delle ammirevoli persone, architetti, storici, cantonieri, teologi della liberazione, guardie forestali, professori, tutti spiriti splendidamente moderni e creatori.

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Ma a meno di dieci chilometri da Piazza Armerina, conosco anche dei borghi appollaiati sulle colline dove imperversa la temibile oppressione feudale delle “famiglie”. Nessuno, come omertà impone, osava parlarmene nei cinque anni precedenti: è solamente nell’agosto scorso che ho avuto la possibilità di scoprire, o mi hanno aiutato a scoprire, il considerevole potere occulto di una famiglia il cui capo, adesso vecchio, è uno dei più astuti trafficanti di opere d’arte antica, pur avendo occupato per molto tempo sull’isola un ruolo ufficiale del più alto livello nell’ambito delle istituzioni repubblicane e legali. Questa famiglia tiene in una morsa ferrea tutta la regione ed accoglie, questo è certo, con una generosità inquietante centinaia di migranti per trattenerli a lungo nei borghi come manodopera servile, mentre l’esame delle loro domande d’asilo si perde in dedali oscuri.

In questa parte profondamente feudale della società dell’isola, non si parla, non c’è mai dialogo. Si tace. O si grida. Ci si chiama. Ci si apostrofa. Si tronca molto rapidamente la frase dell’interlocutore. Ci si interrompe subito e alla fine nessuno capisce più niente nel brusìo generale. C’è una paura diffusa. La parola, che per me è dialogo ed ascolto della diversità profonda dell’altro in uno scambio permanente, la parola non è altro che un orpello volgare che si incrosta alle labbra e tappa la bocca. Tutti scrollano le spalle, gonfiano il petto, pronti a negare quello che hanno appena tentato di dire, perché hanno paura. Si è gradassi, subdoli e spavaldi al tempo stesso. Ci si muove costantemente in un ambito definito da rapporti di forza.

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Quelli tra i migrati che sono fuggiti da contesti feudali, percepiscono immediatamente la consuetudine imperiosa del silenzio e della sottomissione. Tuttavia i loro viaggi spaventosi non ne hanno fatto degli eroi disposti ad abbassare la testa. Non comprendono questo feudalesimo europeo, osano appena parlarne. Immaginano che più a nord, in Inghilterra, in Germania, in Francia, si possa prosperare e costruire un progetto, almeno di natura economica.

Ma che amarezza, comunque… Il razzismo in Francia è molto più diffuso che nell’Italia meridionale. E soprattutto, ovunque, anche se la parola della Rivoluzione francese ha saputo riscoprire le forme ateniesi del dibattito democratico e dell’assemblea deliberante, è stata troppo spesso svuotata della sua stessa sostanza, che è l’ascolto, il dialogo, la proposta, dalle astuzie infinitamente perverse del capitalismo nord-europeo, dalle seduzioni della “comunicazione” che spinge a consumare sempre più le merci sul mercato, dal sovrappiù di raggiri che inibiscono ogni soggetto trasformandolo in uno spettatore sottomesso e passivo della società dello spettacolo. Che ciò avvenga a Parigi, a Berlino, a New York o a Shanghai, questa feudalità è ancora più potente, pervasiva e alla fine distruttrice di parola, dunque di umanità, della feudalità medievale che invischia una grande parte dell’Italia del Sud.

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Uomini di parola, uomini della parola, non possiamo ridurci ad accettare questo abbrutimento. Non lo può un poeta, artigiano della parola etica, bene comune che è di tutti e non appartiene a nessuno. I migranti che sono cresciuti in società povere, nelle quali alla resa dei conti il principale manufatto è la parola nella fluidità immateriale dell’oralità, anche quando il loro popolo di origine non è sottomesso ad una feudalità locale, non possono comprendere più ti tanto questo prosciugamento della parola.

La parola non può mai essere sradicata completamente. Sbuffa, protesta, risorge. È sempre stato così. Noi viviamo in questi anni un tempo in cui c’è la possibilità di ricostruire una carena di parola chiara. E incessantemente rinascono uomini della parola, degli spiriti parlanti, anche estranei a ogni sistema monoteistico, che non si lasciano sottomettere. Rinascono dal cuore stesso delle pratiche feudali e delle loro varie manifestazioni: René Char, Elytis, Pasolini, gli attori di Carena, gli storici, architetti e teologi di Piazza Armerina, alcuni dei migranti che in Carena si chiamano Alaye o Ankindé. E se anche questi ultimi due un giorno si stancassero, sopraffatti dal peso del consumismo o della perfida seduzione feudale, altri migranti altrettanto eroici arriveranno con l’Aquarius domani mattina.

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Le grandi migrazioni contemporanee, anche le più drammatiche, permettono di riaprire in ogni istante il cantiere della parola, restituiscono il vigore necessario al cantiere navale della grande Carena da costruire. Siamo arrivati a un punto in cui ci si offre un’opportunità storica rara, quella di una rifondazione della parola comune. Allo stesso modo, quasi mezzo secolo fa, Pasolini percepiva che il movimento delle decolonizzazioni africane, in particolare dopo il tentativo di secessione del Biafra, era forse l’occasione estrema di fondare un altro mondo, un’altra giustizia, un’altra società, e realizzava il suo film visionario, utopico e profondamente onesto, Appunti per un’Orestiade africana. Progetto cinematografico interamente realizzato, che pone le questioni di fondo e cerca delle risposte possibili, anche se alla fine non ne trova nessuna. Ma queste domande dovevano essere poste assolutamente.

Le evoluzioni della parola comune sono differenti tra l’Europa e le terre di intensa emigrazione. Nelle terre di radicata oralità continuano a prosperare la poesia epica della memoria collettiva, al limite del canto, e i poemi più brevi della performatività oracolare; in quelle terre queste due forme di poesia restano molto popolari. In Europa, invece, fin dagli inizi del Rinascimento italiano, si impose, nella e attraverso la scrittura, la preminenza di una splendente letteratura ornamentale, un tempo annalistica, già cortigiana, poi col passare delle generazioni sempre più individualistica, addirittura critica. Ma questa letteratura scritta da “Salotto” d’Europa corre invariabilmente il rischio dell’estrema raffinatezza, del piacere estetizzante e dello slittamento nel tepore di un narcisismo sterile che rifiuta il movimento della parola verso l’altro. La scrittura di questo continente, senza averlo espressamente voluto, partecipa dunque a una rifondazione continua dello splendore capriccioso e fiacco dell’individualismo generato dal Rinascimento. Scrivere diventa appropriarsi di un sapere. Accumulare sapere in funzione dello scritto può ridursi paradossalmente a tacere. Conservare le chiavi del reale nei libri. La scrittura sapiente tende a rinchiudere le chiavi del reale nei tesori eruditi che l’università fa sciogliere come caramelle nella sua bocca muta. Quando in Carena, Modi, giovane brillante rampollo della borghesia senegalese, ha chiesto di accompagnarmi a Aidone, nel cuore della Sicilia, per “vedere dei migranti”, e che lo aggregassi al laboratorio di scrittura che avevo aperto con questi ultimi, egli si è limitato a osservare, tacere, giudicare, acconsentire, incoraggiare e ha impegnato in seguito il suo giovanile fervore nella stesura di un ampio romanzo, la più bella forma che nella letteratura scritta europea possa assumere l’egotistico istinto di proprietà.

Quando nelle Antille francofone il poeta Monchoachi riunisce per iscritto le forme vorticose dell’oralità performativa, addirittura sacra, che, a tutte le latitudini, danno forma vivibile al nostro mondo comune, egli si dispone, lui sì, a prendere parte al cantiere della Carena futura. E il suo vasto poema, come si legge nei suoi primi due volumi, Lémistè 1 e Lémistè 2, Partitura nera e blu, fluttua tra salmodia scritta e incantesimo creolo orale. Fluttua così tanto che è difficile capire dov’è l’autore, chi è l’autore.

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Gli avvenimenti di quest’ultimo mese, mentre soggiornavo a Catania e nel centro della Sicilia, sono proprio questo: il testo scritto di Carena, Poema in cinque atti, appena pubblicato grazie a un editore coraggioso e tenace. Pressioni vergognose ed imperdonabili avevano cercato di soffocare quest’opera. Il traduttore, l’editore, i librai ed io abbiamo tenuto duro. Nella sua genesi e nella sua diffusione anche Carena è un movimento; e questo movimento è corale. Quando Carena ha cominciato a vedere la luce, testo dopo testo, sul mio blog o su quelli dei miei amici italiani, nuovi migranti e lettori europei, africani, americani, cinesi, anonimi o no, hanno preso contatto via mail o tramite il passaparola col poeta che scriveva questi poemi. Anche prima della sua “edizione all’europea” Carena è stato un movimento corale. E a Catania ho avuto modo di prestare ascolto anche a più di un racconto dei nuovi migranti appena sbarcati dall’Aquarius, racconti spaventosi ed epici.

C’è stata questa convergenza di racconti, di frasi, di semplici parole la cui sedimentazione comune in atto ha prodotto Carena. Qui il poeta è nel pieno della sua funzione, uno scriba della comunità umana, una persona comune, una voce tra le tante del coro, una persona che ne regge costantemente il bordone. Un uomo che ascolta, che fa da catalizzatore. Un uomo in una così totale immersione e in uno stato di così profondo ascolto da rimanere in disparte, uno straniero, una presenza quasi fuoricampo, annullabile; Seferis, il poeta greco dell’esilio perpetuo, ha trovato questa formula pertinente: “il poeta, un vuoto”. Con una coerenza e una competenza perfette, la compagnia che ha rappresentato sulla scena i movimenti coreografici e corali di Carena a Catania in questi giorni, ha messo nel circolo dell’oralità la parola vorticosa dell’accoglienza e del dialogo. Piuttosto che essere, secondo l’espressione di Hugo, un “sapiente”, il poeta è uno che agisce all’interno del corpo fertile dell’oralità, è l’occhio del ciclone, un occhio del ciclone. Una sorta di “capro espiatorio” di cui la violenza umana in ogni società opera il sacrificio sospensivo, affinché questa società possa dare a se stessa una conformazione vivibile. Attenzione, lettore, nella formula di René Girard che riprendo qui non vi è nessun compiacimento verso qualsivoglia vittimismo di matrice romantica; al contrario, è questa capacità di ripiegamento e, al tempo stesso, questa presenza, nell’oralità e contemporaneamente nella scrittura, che mette in condizione di impegnarsi nella creazione del grande poema, della comune Carena.

I miei compagni di questo cantiere di costruzione navale sono i tre migranti di Aidone che nomino nel Poema in cinque atti; sono anche Rosa Balistreri che canta salmodiando Terra ca nun senti; sono Kim Wol-ha, la donna di settant’anni che declama nel 1986 i poemi coreani Gagok (CD Ocora-Radio France C 560255); sono i pittori muralisti anonimi che dipingono nel quindicesimo secolo a Piazza Armerina l’affresco corale della Sentenza di Caifa; sono Edith Pinder e la sua famiglia che cantano alle Bahamas nel 1970 evocando le loro fragili divinità (CD Nonesuch H-72013). Instancabile vigore dei posatori di segni e dei dicitori dell’oralità che modulano il reale creando un legame umano di cui l’immagine è l’abito e il poema è il frutto.

 

 

Oral chantier

Simple, clair: le plus grand volcan d’Europe, violent, au pli entre les deux continents, l’Afrique et l’Europe, au pli entre les deux bassins de la Méditerranée. A ce pli: l’île sismique, brassée par les invasions, les intrusions, les commerces assez pacifiques, certains contacts affables. La Sicile. Où je vis plusieurs fois par an depuis vingt deux ans.

Au pied du volcan, le port de Catane, grosse ville totalement détruite par l’Etna et un tremblement de terre en 1693. Un robuste port de commerce et de voyageurs. Un long môle, une darse principale. Contre le môle qui protège des tempêtes s’amarre toutes les trois semaines l’Aquarius. Quatre associations humanitaires européennes l’affrètent pour secourir en pleine mer au large de la Lybie ceux que la guerre et la misère jettent dans des périples effroyables et héroïques vers une Europe dont ils rêvent. Tous les jours des migrants sont secourus puis transbordés sur d’autres bateaux qui les débarquent en Italie; toutes les trois semaines l’Aquarius vient à quai lui-même pour se ravitailler et débarquer ceux qui ont été secourus les jours juste précédents. Trois équipes sur le bateau à la coque orange, des marins-mécaniciens, des marins-sauveteurs en mer, des marins-secouristes médicaux: tous jeunes héros eux aussi, déterminés, endurcis. Divers groupuscules des extrêmes droites européennes les persécutent.

Je m’assieds souvent dans cette partie du port à l’angle du môle. Il est midi, à côté de moi trois hommes jeunes, assis aussi, parlent français. L’Aquarius est amarré un peu plus loin. Je les salue. Oui, ils sont marins-secouristes; oui, cinq cents migrants d’Afrique de l’Est sont en train de débarquer et d’être accueillis à quai par des associations siciliennes. Nous échangeons nos informations: elles concordent, en effet, et même précisément.

Dix-sept heures, la nuit tombe sur la darse; juste de l’autre côté de la darse je rejoins dans une grande corderie vide et reprise par un groupe de plasticiens siciliens la troupe de comédiens qui travaille depuis trois mois à l’adaptation théâtrale de Carène. En août dernier j’avais déjà travaillé avec la metteuse en scène et la plupart d’entre eux à la première phase de l’adaptation théâtrale de mon long Poème en cinq actes. C’est ainsi que dès le départ j’ai conçu Carène. Une Odyssée contemporaine: de jeunes héros quasi anonymes partent en migration et, au prix d’une sorte inattendue de voyage initiatique redoublant d’épreuves féroces, apportent sur cette île à la porte de l’Europe asséchée une sève humaine, anthropologique, culturelle considérable. Les membres de la troupe sont tous acteurs amateurs, mais de haut niveau, et tous engagés dans une réflexion humaine et sociale contemporaine: philosophes, historienne de l’art, architecte, psychothérapeute, assistant social, astronome, professeurs d’art plastique, photographe, costumière, technicienne des éclairages. Pour aller sur scène le texte original de Carène s’abrège, des métaphores sortent du langage oral et entrent dans le langage gestuel, dans les mouvements de pantomime ou de chorégraphie du chœur constamment en scène, dans les manipulations des lumières et des accessoires; durant les vingt tableaux de la pièce, chaque membre du choeur devient tour à tour tel ou tel protagoniste; deux fois je monte en scène. La parole est de tous et de chacun et nul n’est propriétaire d’un personnage, d’un rôle, d’une formule verbale. Je rejoins la troupe pour les deux dernières semaines d’atelier théâtral et de répétitions.

La lune est pleine, nous sortons à minuit de la vieille corderie glacée, mais croyez-moi, personne ne renonce à cause de ses courants d’air glacé. Dans le ciel éclatent les petites fusées d’artifice qui fêtent des anniversaires, des victoires sportives diverses. Nous savons parfaitement que certaines fusées annoncent des livraisons fraîches de cocaïne. De l’autre côté de la grande darse lisse et plate, l’Aquarius prépare un nouveau départ. L’eau est sombre et unie. Eaux dormantes des noyés. Ou de la paix. Miroir du ciel et des éclats éphémères des fusées bruyantes. Darse, vaste orchestra sombre où glissent les paroles du grand drame humain dont le choeur est aussi bien les marins d’Aquarius, que les migrants rescapés, que les acteurs de Carène. Au pied de la masse vague et informe du volcan, tueur créateur.

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Ces migrants du Sahel, ceux que je connais le plus, mais aussi ceux d’Afrique de l’Est, ceux du Moyen-Orient, ceux du Bengladesh, fuyant l’extrême misère matérielle et/ou les guerres apportent leur énergie immense, leur volonté de fer qui leur ont permis de surmonter toutes les épreuves. Apportent les racines profondes de leurs cultures, de leurs langues, de leur anthropologie propre très souvent animiste, avec un sens aigu du lien social ou communautaire responsable, avec des capacités artistiques intenses. Avec hélas une figuration complètement illusoire d’une Europe où l’argent facile coulerait à flot pour tous. Les semaines qui suivent le sauvetage et le débarquement sont plus amères que douces. Douces grâce à la paix, à la bienveillance, à l’accueil premier. Amères car le constat que l’argent est inégal et souvent rare, ah cuisant, très cuisant est ce constat. Les voilà jeunes migrants, mais qui veulent, qui veulent espérer toujours.

Or s’ils rencontrent les autres membres du chœur que je disais plus haut, s’ils se joignent à ce chœur, ils rencontrent aussi sur l’île un tout autre monde sans pitié et vorace. Cette île est la métaphore parfaite de ce que l’Europe a su se fabriquer comme société, comme langage, comme art, comme anthropologie. Tout ici se fait sentir à vif, dans un raccourci anthropologique saisissant. En Sicile naissent et grandissent certains des plus grands écrivains italiens. Naissent et luttent des esprits ouverts, indépendants, résistants, disponibles à l’autre et à admirer la grandeur de l’autre, même si l’autre est en guenilles. A Catane je connais ceux qui se sont fédérés pour porter en scène Carène. Dans le centre le plus reculé de l’île je connais d’admirables personnes, architectes, historiens, cantonniers, théologiens de la libération, gardes-chasse, professeurs, tous esprits splendidement modernes et créateurs: je parle ici de Piazza Armerina.

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Mais aussi à moins de dix kilomètres de Piazza Armerina je connais des bourgs perchés sur leurs collines où sévit la redoutable oppression féodale des «familles». Personne, omerta oblige, n’osait m’en parler les cinq années précédentes: c’est seulement en août dernier qu’on m’a laissé découvrir ou aidé à découvrir le pouvoir occulte considérable d’une famille dont le chef, maintenant âgé, est un des plus efficaces trafiquants d’œuvres d’art antique tout en ayant occupé longtemps sur l’île une fonction officielle du plus haut niveau destinée au bien commun républicain et légal. Cette famille tient d’une main de fer toute la région et bien sûr accueille avec une générosité mielleuse des centaines de migrants pour les faire s’éterniser dans les bourgs comme main d’œuvre servile tandis que l’examen des demandes d’asile s’égare dans des dédales obscurs.

Dans cette partie profondément féodale de la société de l’île, on ne parle pas, on ne dialogue jamais. On se tait. Ou on crie. On hèle. On interpelle. On coupe très vite la phrase de l’interlocuteur. On est soi-même coupé et finalement personne ne comprend rien au brouhaha général. On a peur. La parole, que je définis comme dialogue et écoute de l’altérité profonde de l’autre dans un dialogue permanent, la parole n’est plus qu’un maquillage épais qui s’encroute sur les lèvres et bouche la bouche. On hausse les épaules, on gonfle le torse, prêt à nier tout ce qu’on vient de tenter de formuler, car on a peur. On est matamore, fourbe et fanfaron à la fois. On est constamment dans le rapport de force.

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Ceux des migrants qui ont fui des contextes féodaux identifient nettement la coutume impérieuse du silence et de la soumission. Cependant leurs voyages épouvantables n’en ont pas fait des héros disposés à se soumettre. Ils ne comprennent pas cette féodalité européenne, osent à peine en parler. Ils s’imaginent que plus au nord, en Angleterre, en Allemagne, en France, on peut s’épanouir et bâtir un projet, projet au moins économique.

Mais quelle amertume alors… Le racisme en France est beaucoup plus développé qu’en Italie du Sud. Et surtout partout, si la parole depuis la Révolution française a su retrouver les formes athéniennes du débat démocratique et de l’assemblée délibérante, elle a été vidée trop souvent de sa substance même, qui est l’écoute, le dialogue, la proposition, par les ruses infiniment perverses du capitalisme nord-européen, par les séductions de la «communication» pour pousser à toujours plus consommer des objets vendables, par les surcroîts de fourberie qui castre chaque participant en le transformant en spectateur soumis et passif d’une société du spectacle. Que ce soit à Paris, à Berlin, à New York ou à Shangaï, cette féodalité ci est encore plus puissante, asservissante et finalement destructrice de parole, donc d’humanité, que la féodalité médiévale qui englue une grande partie de l’Italie du Sud.

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Hommes de parole, hommes de la parole, nous ne pouvons nous résoudre à accepter ce décervellement. Un poète ne le peut, car il est l’artisan de la parole éthique, bien commun qui est de tous et n’appartient à aucun. Les migrants qui ont grandi dans des sociétés pauvres dont en fait le principal objet mobilier est la parole dans la fluidité immatérielle de l’oralité, du moins si leur peuple d’origine n’est pas soumis à une féodalité locale, ne peuvent comprendre non plus cet assèchement de la parole.

La parole ne peut jamais s’éradiquer complètement. Elle renâcle, elle proteste, elle resurgit. Il en a toujours été ainsi. Nous sommes ces années-ci dans un temps où il y a lieu de reconstruire une carène de parole claire. Et sans cesse resurgissent des parleurs, des esprits parlant, même hors tout monothéisme, qui ne se laissent pas soumettre. Au cœur même de la féodalité dans ses avatars variés: René Char, Elytis, Pasolini, les comédiens de Carène, les historiens, architectes et théologiens de Piazza Armerina, certains migrants qui dans Carène s’appellent Alaye ou Ankindé. Et quand bien même ces deux-là un jour se fatigueraient sous le poids écrasant de la consommation ou de la séduction féodale perfide, d’autres migrants aussi héroïques arrivent par l’Aquarius demain matin.

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Les grandes migrations contemporaines, même les plus dramatiques, permettent de rouvrir avec éclat le chantier de la parole, redonnent toute vigueur au chantier naval de la grande Carène à construire. Nous arrivons à un moment où s’offre une chance historique rare, celle d’une refondation de la commune parole. De même il y a presque un demi siècle Pasolini percevait que le mouvement des décolonisations africaines, en particulier juste après la tentative de sécession du Biafra, était peut-être l’occasion rarissime de fonder un autre monde, une autre justice, une autre société, et réalisait son film visionnaire, utopique et très profondément honnête, Notes pour une Orestiade africaine. Film entièrement abouti, qui pose les questions de fond et cherche des réponses possibles, même si finalement il n’en trouve aucune. Mais ces questions devaient absolument être posées.

Les évolutions de la parole commune ont divergé entre l’Europe et les terres d’émigration intense. Dans les terres d’intense oralité continuent à prospérer la poésie épique de la mémoire collective, à la limite du chant, et les poèmes plus brefs de la performativité oraculaire; dans ces terres ces deux formes de poésie restent très populaires. Mais en Europe dès les prémices de la Renaissance italienne s’impose dans et par l’écriture la prééminence d’une splendide littérature ornée, jadis annalistique, déjà de cour, puis au fil des générations de plus en plus individuelle voire critique. Mais cette littérature écrite d’un Divan d’Europe court sans cesse le risque de l’extrême raffinement, de la savouration esthétisante et de l’enfouissement dans la moiteur d’un narcissisme stérile refusant le mouvement de la parole vers l’autre. L’écriture de ce continent, sans l’avoir vraiment voulu, participe alors à une refondation continue de la splendeur capricieuse et morose de l’individualisme issu de la Renaissance. Ecrire devient s’approprier un savoir. Entasser du savoir par l’écrit peut paradoxalement devenir se taire. Garder les clefs du réel dans les livres. L’écriture savante tend à enfermer les clefs du réel dans des trésors érudits que l’université fait fondre comme des bonbons dans sa bouche muette. Lorsque dans Carène, Modi, le jeune brillant élève de la bourgeoisie sénégalaise a demandé de m’accompagner à Aidone, au cœur de la Sicile, pour «voir des migrants» et que je l’adjoins à l’atelier d’écriture que j’avais ouvert avec ces derniers, Modi observe, se tait, juge, condescend, encourage et engage plus tard sa jeune ardeur dans la rédaction d’un roman massif, la plus belle forme qu’en littérature écrite européenne puisse prendre l’égotiste instinct de propriété.

Lorsque dans les Antilles francophones le poète Monchoachi réunit par écrit les formes tourbillonnantes de l’oralité performative voire sacrée qui, sous toutes les latitudes, donne forme vivable à notre monde commun, il s’attache, lui, à prendre part au chantier de la Carène future. Et son vaste poème, tel que je lis dans ses deux premiers tomes, Lémistè 1 et Lémistè 2, Partition noire et bleue, fluctue entre psalmodie écrite et incantation créole orale. Fluctue si bien qu’il est difficile de saisir où est l’auteur, qui est l’auteur.

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Les événements de ce dernier mois, où je séjournais à Catane et dans le centre de la Sicile, sont ainsi: le texte écrit de Carène, Poème en cinq actes est maintenant publié, grâce à un éditeur courageux et opiniâtre. Des pressions honteuses et impardonnables avaient cherché à étouffer ce texte. Le traducteur, l’éditeur, les libraires et moi avons tenu bon. Dans sa naissance et sa diffusion même Carène est un mouvement; et ce mouvement est choral. Lorsque Carène a commencé à voir le jour, de poème à poème via mon blog ou via ceux de mes amis italiens, des nouveaux migrants et des lecteurs européens, africains, américains, chinois, anonymes ou pas, ont pris contact ou par mail ou par «téléphone arabe» avec le poète qui écrivait ces poèmes. Avant même l’«édition à l’européenne» Carène a été un mouvement choral. Et à Catane même j’ai donné mon écoute à plus d’un récit de nouveau migrant à peine débarqué de l’Aquarius, récit épouvantable et épique.

Il y a eu cette fédération de récits, de phrases, de simples mots dont ensemble la sédimentation en acte a fait Carène. Le poète est dans sa pleine fonction ici, un scribe de la communauté humaine, une personne banale et non-protagoniste du chœur; une personne qui en soutient constamment le bourdon. Une personne écoutant, catalysant. Une personne en si totale immersion et en si profonde écoute qu’elle en devient en retrait, un étranger, une personne comme hors-champ, annulable; Séféris, le poète Grec de l’exil perpétuel, a trouvé cette formule pertinente: «le poète, un vide». Avec une cohérence et une pertinence parfaites la troupe qui a donné en scène chorégraphiée et chorale Carène à Catane ces jours-ci a mis en mouvement d’oralité la parole tourbillonnante de l’accueil et du dialogue. Plutôt que d’être, selon l’expression de Hugo, un «mage», le poète est un agissant retrait dans la fertilité de l’oralité, l’œil du cyclone, un œil d’un cyclone. Une sorte de «bouc émissaire» dont la violence humaine en toute société a besoin de faire le sacrifice suspenseur, afin que cette société puisse se donner à elle-même une forme vivable. Attention, lecteur, dans la formule de René Girard que je reprends ici, il n’y a aucune complaisance envers je ne sais quelle victimisation à relent romantique; au contraire, c’est cette faculté de retrait et à la fois présence, dans l’oralité et à la fois l’écriture, qui met en position d’engager la création du grand poème, de la commune Carène.

Mes compagnons de ce chantier de construction navale sont les trois migrants de Aidone que je nomme dans le Poème en cinq actes; ils sont aussi Rosa Balistreri qui psalmodie Terra ca nun senti, la femme de soixante-dix ans, Kim Wol-ha, qui incante en 1986 les poèmes coréens Gagok (CD Ocora-Radio France C 560255), ils sont les peintres muralistes anonymes qui peignent au quinzième siècle à Piazza Armerina la fresque chorale du Jugement de Caïphe, ils sont Edith Pinder et sa famille qui chantant aux Bahamas en 1970 tutoient leurs dieux frêles (CD Nonesuch H-72013). Inlassable vigueur des poseurs de signes et des diseurs d’oralité qui modulent le réel en créant du lien humain dont l’image est l’habit et dont le poème est le fruit.

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2 pensieri riguardo “Cantiere orale”

  1. Che immenso respirare d’anima in questo testo, che pur essendo la parola di un solo è ‘langue’ corale e ha la forza perforante di un coro greco. Grazie Yves e grazie Francesco.

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