Il tratto che nomina

Confort est crime, me dit la source en son rocher” e “Bâtis l’instable”: tra il richiamo costante alla coscienza insorta di René Char (“Conforto è crimine, mi dice la sorgente nella sua roccia“) e l’imperativo morale e civile che contrassegna emblematicamente la sua intera produzione artistica e poetica (“Costruisci l’instabile“); tra queste due polarità che incessantemente si richiamano e si intrecciano; tra l’esigenza etico-politica che sostanzia ogni atto creativo e la creazione che diventa evento etico-politico in atto, proiezione nel flusso incessante del “grand récit”, nella dimora senza porte della lingua dell’altro, la langue-espace, si snoda tutta la vicenda umana e artistica di Yves Bergeret, di cui “Le trait qui nomme” (“Il tratto che nomina“) rappresenta una sintesi mirabile, unica e irripetibile.
E’ un’opera che non ha eguali nel panorama della letteratura europea, non solo odierna, che abbatte generi e strutture retorico-stilistiche codificate, che mette in discussione, e supera, finanche le coordinate rassicuranti e razionalizzanti della stessa lingua in cui è scritta, proponendo un “corpo- segnico-vivente” che è, contemporaneamente, poesia, arte, creazione, prosa, racconto, pensiero, antropologia poetica, riflessione etnologica, senza mai risolversi in nessuna di queste categorie.
La “carena” dell’arca comune degli uomini è stata concepita proprio qui, in questo lembo di Africa che l’autore percorre passo dopo passo respirandone la vitalità, la creatività e l’energia che lo attraversano come un fiume sotterraneo e le irrisolte contraddizioni, a piedi tra le montagne senza tempo che videro spuntare la prima alba dell’umanità, verso le sorgenti inviolate della parola e del segno, del “tratto che dà un nome” e crea legami che nessuna forma di potere e di oppressione potrà mai sciogliere.
Ne presentiamo la “prefazione“, sperando di potervi dare in seguito almeno alcune pagine di questo autentico capolavoro, di una bellezza elementare, naturale, che non salva il mondo e non lo redime, ma è fatta della stessa sostanza della terra, degli uomini e delle cose, è scritta nella loro lingua e con la loro lingua: il primo passo per “costruire l’instabile“: tracciare il sentiero di una nuova storia. (fm)

Yves Bergeret

Le trait qui nomme
Il tratto che nomina

 

Yves Tu mi hai ridato il passato
Tu che sei sempre nel futuro
la tua voce martella
con la certezza del sapere
Tu che scavi con mani leggere
nei luoghi delle dure memorie
quelle chiuse nelle caverne di Koyo
Tu mi devi insegnare
come si deve cercare
perché il passato diventi futuro

Tito Spini, Roma, 4 novembre 2010

 

Avant-propos

En août 2000 j’ai pour la première fois atteint ces montagnes, dans le nord du Mali. D’une manière délibérée. Montagnes tabulaires, aiguilles isolées, formes d’une beauté simple et comme épique, l’entrée du Sahara. Des sources, quelques villages, une mosaïque d’ethnies: Songhaï et Dogon dans les rochers; Peul et Touareg en plaine, avec leurs vassaux Rimaïbé et Bella. Je pensais que j’allais sans doute rencontrer de très actifs “poseurs de signes”. Je rêvais même de pouvoir engager avec eux une création en dialogue.

Ce livre présente mes gestes et mes approches, mes hésitations, mes joies et mes réflexions, tels que je les ai écrits au retour de chacun de mes séjours de travail dans ces montagnes, à partir du quatrième séjour et jusqu’au quinzième. Puis je propose, après le récit de deux ascensions quasiment rituelles, une synthèse finale, qui montre où m’ont conduit mes vingt-deux séjours. J’entraîne parfois le lecteur dans le feu de l’action, parfois je lui propose la distance de la réflexion; celle-ci est nécessaire, tant les découvertes mais aussi les mystères, tant les hardiesses mais aussi les évitements ont été et restent nombreux. Mais, pas de souci, l’allant de la création, la joie profonde de l’écoute de l’Autre nous emportent tous, d’un courant puissant.

L’allant de la création en dialogue: poète, je pose ici des signes alphabétiques; les peintres-paysans sans écriture posent des signes graphiques. Nous le faisons ensemble, sur un seul et même support, tissu, papier ou pierre selon les circonstances. Ainsi nous avançons-nous ensemble en créant, pas à pas, de jour en jour, une forme d’œuvre et une pensée de l’espace, forme et pensée dont les aspects, les sens et les enjeux multiples ne se révèlent que peu à peu.

J’ai choisi de ne pas retoucher l’ordre de ces pages telles que je les ai d’année en année rédigées, après chaque séjour, car même ce qui peut sembler, en quelque occasion, une pénombre ou un curieux retour en arrière participe en fait toujours à l’avancée de cette création et de la compréhension de celle-ci. “Bâtis l’instable”.

 

Prefazione

Nell’agosto del 2000 ho raggiunto per la prima volta queste montagne, nel nord del Mali. Con un’intenzione ben chiara. Montagne tabulari, rilievi aguzzi isolati, forme di una bellezza semplice e come epica, la porta del Sahara. Qualche sorgente, alcuni villaggi, un mosaico di etnie: Songhaï e Dogon tra le rocce; Peul e Tuareg in pianura, con i loro sudditi Rimaïbé e Bella. Pensavo che avrei incontrato, con ogni probabilità, gli attivissimi “posatori di segni”. Sognavo anche di poter iniziare con loro una creazione in dialogo.

Questo libro presenta i miei atti e i miei approcci, le mie esitazioni, le mie gioie e le mie riflessioni, così come li ho scritti al ritorno da ognuno dei miei soggiorni di lavoro tra quelle montagne, a partire dal quarto soggiorno e fino al quindicesimo. Propongo anche, dopo il racconto di due scalate quasi rituali, una sintesi finale che mostra dove mi hanno condotto questi miei ventidue soggiorni. A volte trasporto il lettore nel fuoco dell’azione, qualche altra gli propongo la distanza della riflessione; questa si rende necessaria, tanto numerosi sono stati, e restano, le scoperte così come i misteri, le audacie ma anche le elusioni. Ma, nessuna preoccupazione, il dinamismo della creazione, la gioia profonda dell’ascolto dell’altro ci trascinano tutti con la loro potente corrente.

Le fasi della creazione: da poeta, traccio qui dei segni alfabetici; i pittori contadini senza scrittura appongono dei segni grafici. Lo facciamo insieme, su un solo e unico supporto, tessuto, carta o pietra secondo le circostanze. Così procediamo insieme creando, passo dopo passo, di giorno in giorno, una forma d’opera e un pensiero dello spazio, forma e pensiero di cui gli aspetti, i sensi e le molteplici implicazioni si rivelano solamente un po’ alla volta.

Ho scelto di non ritoccare l’ordine di queste pagine così come di anno in anno le ho redatte, perché anche ciò che può dare l’idea, in qualche occasione, di una penombra, di un curioso ritorno indietro, partecipa sempre a tutti gli effetti di questo processo creativo e della sua comprensione. «Costruisci l’instabile».

5 pensieri riguardo “Il tratto che nomina”

  1. Testo che mi procurerò. Chissà che non ci sia una qualche oscura continuità fra questi “poseurs de signes” e l’antica sapienza, le per noi indecifrabili cosmogonie, i riti ormai remoti, raffigurati nell’arte rupestre africana (e che rispuntano a tratti nei geroglifici egizi). Viene in mente l’interesse di Emilio Villa per l’arte preistorica, con i suoi proto-segni, la sua embrionale ma proprio per questo ricchissima semanticità; o, più di recente, le sperimentazioni intorno alla fisicità e alla matericità della scrittura, al nodo di corpo-segno-gesto-voce, sempre suggestionate dall’arte preistorica, di un estroso poeta d’avanguardia come Julien Blaine.

    1. Avendo la fortuna di possedere il libro e di averlo percorso più volte, confermo, gentile Matteo Veronesi, quanto Lei scrive; e ringrazio Francesco Marotta per questa nuova, straordinaria, proposta di lettura e di riflessione.

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